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Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017): Il blues della provincia

Ad Hollywood stanno
mettendo i manifesti.

Cioè, lasciatemi
contestualizzare un attimo perché così mi rendo conto, sembra una frase un po’
oscura.

Solitamente
questa porzione dell’anno è quella in cui si guardano tanti film premiati ai
vari festival, in corsa per i prossimi Oscar e se al centro della trama di The disaster artist c’era un enorme
manifesto (quello del film “The Room”) qui i manifesti, fin dal titolo italiano
non semplicissimo da vendere al grande pubblico, sono addirittura tre!

Lo ammetto candidamente:
ero pronto al classico drammone che piace all’Accademy, una serie di scene
madri incollate insieme per far brillare il trio, all’erta e pieno di brio di
attori protagonisti. Da un certo punto di vista “Tre manifesti a Ebbing,
Missouri nell’azzurro mare d’Agosto” è proprio questo, ma, per non fortuna, non
solo, insomma, i tre attori brillano alla grande, ma il film è pure bello, gran
notizia.
Non mi sono
documentato troppo sulla biografia del regista e sceneggiatore Martin McDonagh,
ma non mi stupirei di scoprire che in gioventù abbia fatto che so, il circense,
perché è completamente a suo agio solo quando sta in bilico. I suoi primi due
film “In Bruges” (2008) e “7 psicopatici” (2012) mi erano piaciuti, da questi si porta dietro un sacco di facce note in tanti ruoli di contorto,
ma entrambi i precedenti film erano in bilico, tra elementi da film d’azione e
malinconia da temi autoriali, il tutto, però, condito da un utilizzo, anche
caustico se necessario, dell’ironia.



“Signor agente, io avrei questa multa per divieto di sosta…” , “Martin, faccio l’attore mica il vigile urbano”.

Con questo “Three
Billboards Outside Ebbing, Missouri” (awanna cana Kansas city that’s alright) l’equilibrismo
tra generi non manca, così come non manca qualche momento che farà voltare lo
sguardo alle signora in sala venute giù per vedere il drammone, ma con questo
film Martin McDonagh oltre a raggiungere una maturità sia come sceneggiatore
che come regista, abbraccia una certa ricercatezza, difficile che lo vedremo
ancora alle prese con altri assassini come nei film precedenti.

Mentre guida su
una strada poco battuta, direzione la sonnacchiosa cittadina di Ebbing nel Missouri,
Mildred Hayes (Frances McDormand) vede tre manifesti abbandonati, decide di noleggiarli
per un intero anno con tre frasi che insieme esprimono un concetto molto
chiaro. McDonagh è abile a svelarceli al contrario, partendo dall’ultimo che
dice “Come mai, sceriffo Willoughby?”, per poi passare a “E
ancora nessun arresto” e chiudere con il botto con “Stuprata mentre
stava morendo”.
Lo sceriffo Willoughby
è solo uno dei miei preferiti, ovvero Woody Harrelson che sarà pure lo
sceriffo del paesello, ma non è uno sprovveduto, sa che casi come quello
terribile dello stupro e dell’omicidio della figlia di Mildred non si risolvono
schioccando le dita, ma chiaramente la donna vuole giustizia per la ragazza e
se ne frega se lo sceriffo ha il cancro al pancreas e non più molto tempo da
spendere in questo mondo.



“Ora dovrebbe essere chiaro perché ci chiamano piedipiatti”.

All’equazione
aggiungete l’agente Jason Dixon (Sam Rockwell) uno con la mano pesante, specialmente
se quelli che gli capitano sotto hanno la pelle scura, il duro tendente agli
scatti d’ira violento, non troppo sveglio di comprendonio che, però, vive ancora
con mammà. Di certo uno così non vede di buon occhio che qualcuno, per di più
una donna si permetta di denigrare il lavoro della polizia e del suo apprezzato
capo in questo modo.

Insomma, l’opinione
pubblica è spesso una banderuola nel vento, un giorno i giornalisti intervistano
Mildred mostrando una donna coraggiosa che sfida il sistema, il giorno dopo
potrebbe cambiare lo scenario, con una svolta che in un altro film sarebbe un
punto di arrivo, mentre qui è solo l’inizio.
Sì, perché il
titolo italiano per una volta è davvero azzeccato, voi direte: “Ci credo, è la traduzione
di quello originale”. Certo, ma non è un dettaglio da dare per scontato, perché avrebbero
potuto optare per un titolo molto più banale, ma anche più facile da ricordare.
[FLASH!]
Cassidy in fila
al cinema, dietro ad una coppia di anziane signore che s’imputano a
pronunciare tutto il titolo virgola compresa, con la dentiera che su Misssssssouri!
Quasi decapita il bigliettaio.
[Fine FLASH!]


“Cassidy non si fanno battute sulle signore anziane, provaci ancora e ti sbatto dentro!”.

Anche perché il
titolo italiano mi pare anche migliore, per “manifesti” si possono intendere i cartelloni
pubblicitari utilizzati da Mildred, ma i tre manifesti del film potrebbero
essere anche le tre dichiarazioni d’intenti che arrivano a mezzo posta
spedite da uno dei personaggi, che hanno tutte un ruolo molto importante nella
storia, resto sul vago per non rovinare la sorpresa.

“Tre manifesti” è
in equilibrio tra il thriller (per il mistero dell’assassino da scoprire), il
western (per l’ambientazione) il dramma e la commedia, per attori e situazioni,
sembra il figlio di una notte d’amore tra Fargo
e True Detective, andiamo nel
dettaglio.



“Sai, una volta ho recitato in un film dei Coen” , “Ah si? Io ne ho sposato uno”.

Sam Rockwell con
i personaggi stropicciati è sempre bravissimo, il suo agente Dixon è il
pazzoide incline agli scatti d’ira, Martin McDonagh lo rende protagonista di
uno in particolare che è talmente grosso e talmente esagerato da necessitare
di un piano sequenza, proprio per mostrare al pubblico in prima persona di cosa
è capace Dixon.

Un personaggio
guidato dagli istinti, il cui senso di giustizia è del tutto sbilenco ed alimentato
dall’affetto che prova per le persone, Rockwell è bravissimo a dare forma ad un
personaggio che è in tutto e per tutto sgradevole, sessista, razzista ma anche
mammone, insomma una contraddizione con distintivo (se riesce a trovarlo) che
si avvicina più a me e magari a qualcuno di voi persone reali di un mondo
reale, piuttosto che ai modelli sempre impeccabili dei personaggi dei film.



“Sapevo che non avrei dovuto affittare i cartelloni accanto alla pubblicità con la modella in intimo”.

Sgradevole in
modo diverso, ma altrettanto efficace è anche Mildred Hayes, perché risoluta
lo è dall’inizio, non certo una signora che va tanto per il sottile, il fatto
che paragoni il prete (ed insieme a lui tutta la chiesa Cattolica) alle gang
dei Crips e dei Bloods ci fa capire che quando distribuivano la timidezza, Mildred
era fuori a fare giardinaggio. Eppure, quando il vento dell’opinione pubblica
cambia, lei non cambia di un millimetro (la scena del lancio delle lattine
prima e delle Molotov dopo) per raggiungere la giustizia che tanto desidera. Poi
cosa vi devo dire? Io vado pazzo per i film dei Fratelli Coen e potrei pure
essere un po’ di parte, ma Frances McDormand per me è la più grande attrice a venir data per scontata di
probabilmente tutto il globo, Meryl Streep viene sempre citata, la McDormand
mai, ma parliamo di una che può far ridere, può fare il drammone e che ad
inizio carriera si è giocata pure la parte della bella in pericolo in “Darkman”
(1990) e già solo con la partecipazione a quel film si è guadagnata la mia
stima eterna.

A loro modo,
entrambi i personaggi sono dei paradossi, ma del tutto credibili, a tenere in
equilibrio queste due forze che se scatenate potrebbero trasformare Ebbing
nello sfondo di uno scontro stile “Utima notte a Warlock” (1959), è proprio lo
sceriffo Bill Willoughby, uno che ad inizio film pare voglia intimidire Mildred
per farla desistere e McDonagh e Harrelson insieme, sono così bravi da farci
capire che forse, in un altro momento della sua vita, lo sceriffo avrebbe fatto
davvero così con la donna, ma ora, con la malattia ad aver cambiato tutto il
suo punto di vista, preferisce iniziare un’ideale partita a scacchi con lei.



“Io ti spiezzo in due” (Cit.)

Non vi posso dire
per non rovinarvi la sorpresa, ma ad un certo punto, Woody Harrelson si prende
questo film, cioè è talmente bravo che ti dimentichi dei manifesti, della
storia principale di tutto e t’interessa solo più di lui, della sua famiglia
e di sua moglie Abbie Cornish che non ha ancora capito che sposare poliziotti al cinema non porta bene al suo personaggio (per
fortuna solo fittizio). Insomma, non caccia fuori la mascella il vecchio Woody (la
sua mossa finale), ma firma una prova magnificai. Un’altra!

Martin McDonagh
tiene le fila di una storia sempre in bilico tra il drammatico e il grottesco,
tirando i fili dei suoi personaggi che sono tutti molto ben caratterizzati
anche se sono di contorno, ma se i tre protagonisti sono tre mostri di bravura,
gli altri non sono da meno, tanti caratteristi di extra lusso come Željko Ivanek (che è identico ad uno dei
capoccia dove lavoro, paura!), il sempre intenso John Hawkes oppure Clarke
Peters, il mitico Lester di “The Wire”!
Per dirvi di
quanto la sceneggiatura sia curata: persino la parte della ragazzina diciannovenne
ricoperta dalla Samara Weaving di The Babysitter (è in rampa di lancio ‘sta ragazza), nel suo essere davvero un
personaggio sullo sfondo della storia, è molto caratterizzata.



Oh però, così fate venire fame pure a me eh?

Stessa cosa si
può dire del personaggio di Peter più grande attore del mondo Dinklage: ha un suo arco narrativo completo, anche
se l’unica critica che posso muovere al film, è di aver dato a Dinklage una di
quelle parti che faceva ad inizio carriera, quindi un piccolo passo indietro, per
certi versi, il suo James qui è l’Anti Tyrion Lannister, ma forse è anche una
scelta voluta da parte dell’attore.

Quando la
svolta arriva, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” entra davvero nel vivo, Mildred
e Dixon dovranno fare i conti tra di loro, ma prima di tutto con loro stessi,
guardando in faccia il loro personale modo di intendere concetti come l’amore,
il perdono e la giustizia. Ho apprezzato molto il finale, perché da quello che
temevo potesse essere il classico drammone, Martin McDonagh sfila da sotto il
sedere dello spettatore la poltrona comoda di una risoluzione chiara, lineare e
diciamolo: molto da soluzione cinematografica confortante.



“Ed io che pensavo che nei Sette Regni fossero matti, ma pure qui scherzate poco”.

Perché al cinema
tutto deve essere spiegato, per non passare come un vuoto di sceneggiatura, le
trame vanno aperte e chiuse in un tempo definito, ma purtroppo (o per fortuna
fate voi) nella vita non è affatto così, il male non si sconfigge sempre e per
tutto quello che ti capiterà non sempre ti verranno fornite spiegazioni,
infatti anche quella che s’inventano Mildred e Dixon sembra un compromesso,
proprio per questo ho apprezzato il finale.

Sì, perché “Three
Billboards Outside Ebbing, Missouri” poteva essere un crescendo di incomprensioni
che generano violenza, oppure trasformarsi nel viaggio di formazione di tre
personaggi che prendono schiaffi dalla vita, non trovano risposte e, quindi, un
po’ come voi e me cosa fanno? Imparano dalle esperienze, belle o brutte che
siano, perché come umani siamo fatti così, contraddittori, a volte ridiamo, a
volte piangiamo e qualche volta prendiamo decisioni importanti dialogando con
le nostre ciabatte. Avercene di drammoni da Accademy come questo, avercene a
coppie, anzi, in triplice copia.





Fate un salto dalle parti del Cumbrugliumedi Non c’è paragone e di La fabbrica dei sogni, oggi senza nemmeno doverci mettere d’accordo, ci siamo vestiti uguali.
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