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Tredici – Stagione 1: Il parere della brutta persona

La mia
misantropia congenita pare alimentata dalle serie tv, cioè, principalmente
dalla razza umana, una bestia brutta che sopporto con sempre più fatica, ma le serie tv moderne mi fanno spesso fare il tifo per i cattivi (Breaking
Bad, Narcos e via così) che spesso
sono più carismatici dei buoni. Ecco, poi arriva una serie come “13 Reasons Why”
e allora capisco di essere diventato proprio una brutta persona.

Non ero mica così
una volta, oddio di mio penso proprio di essere gentile, mi comporto con tutta
l’educazione che mi è stata impartita, ma mi rendo conto che frequentando
troppa razza umana sono peggiorato, perché non è possibile che davanti ad una
serie che parla dei famosi “temi importanti” come questa, io mi sia ritrovato a
ripetere costantemente “Ma questi sono completamente scemi”, oppure di fronte
all’ennesima ideona del protagonista dire cose come: “Eri tu quello da
bullizzare”. Niente, è ufficiale: sono una brutta persona. Oh! Se chiedete in
giro sono sicuro troverete un sacco di gente pronta a confermarvi che sono una
delle peggio persone che appesta l’etere, responsabile di mille mila colpe vere
o presunte, tipo l’effetto serra o il buco dell’ozono, quindi l’essere
una brutta persona è una questione di percezione, o di maggioranza. Bah sarà, io sono per l’antico metodo di pace chiamato “Ci vediamo nel parcheggio” e vediamo chi ne ha di più, ma siamo rimasti in pochi a praticarlo.
La questione,
invece, con “Tredici” è più facile da districare, per me poteva
essere una serie grandiosa, arrivata in un momento in cui il tema del bullismo
è al suo massimo perché il rispetto delle persone ad una spanna da noi è al suo
minimo, ma è anche vero che non puoi fare una serie su un argomento così
delicato e scriverla in un modo così pessimo, però si sa, io sono una brutta
persona e se la maggioranza dice che questa è una bella serie, allora mi
rassegnerò ad essere quello contro cui tutti puntano il dito dicendo “A lui non
è piaciuto 13 Reasons Why!”, perché è una serie che, fatta così, mi ha fatto
girare anche discretamente i maroni.
Creata da Brian
Yorkey e tratta dal romanzo “13” dello scrittore Jay Asher, la strapompata
serie Netflix, accolta come il secondo avvento dalla critica parla della
liceale Hannah Baker (nome che sentirete ripetere più di quello di Laura Palmer) morta suicida sconvolgendo
la sua famiglia e la cittadina in cui la ragazza viveva. Qualche giorno dopo,
il suo compagno di classe Clay Jensen (Dylan Minnette quello di Piccoli brividi e Man in the Dark) si ritrova davanti a casa una scatola don dentro
sette audio cassette registrate da Hannah, in cui la ragazza spiega su ambo i
lati i tredici motivi che l’hanno spinta all’estremo gesto, in vari capitoli
ognuno dedicato ad un compagno o compagna di scuola diversi, tutti più o
meno responsabili di mancata sensibilità nei confronti della ragazza.

Arriva questa a scuola, e tutti fanno a gara per maltrattarla, si certo, nella scuola maschile dove sono andato io vi manderei!

Il fatto che Clay
si muova in bicicletta e il formato audiocassetta (scelto apposta perché degli
MP3 era troppo semplice) rischia di far passare la serie per uno Stranger Things adolescenziale, in
realtà, il tema è quello del bullismo di cui la ragazza era vittima, ovvero come
trasformare in giallo una tematica fin troppo attuale, costringendoci a fare
quello che la nostra società ha dimenticato: essere consapevoli che esistono anche gli altri oltre
a noi stessi, persone vere non numeri a account sui social cosi, insomma, ambizioni
altissime che prese da sole, fanno venir voglia di tifare per questa serie. Fatemi
iniziare dai lati positivi, perché quelli negativi sono veramente troppi.

Il cast è
micidiale, gli attori sono tutti giovanissimi (ovviamente) e uno più bravo
dell’altro, ovviamente Dylan Minnette, con la sua faccia (e il suo vocione) da
giovane vecchio è perfetto per il ruolo, così come Katherine Langford che ha
sulle spalle il ruolo di morta, di protagonista e di voce narrante, una
sovraesposizione di minutaggio che la ragazza affronta davvero alla grande.
Altri lati
positivi. La regia degli episodi è ben fatta, ho apprezzato moltissimo
l’utilizzo delle ellissi che spesso iniziano con Hannah Baker intenta a
raccontare gli eventi e terminano con Clay che li rivive attraverso le
registrazioni in cuffia, per altro, due episodi, guarda caso, quelli più
orientati sul terremoto emotivo di Clay, sono diretti da Gregg Araki che avevo
perso di vista dai tempi del fighissimo “Kaboom” e viste le tematiche del
suo cinema, è perfetto per questa serie, mai abbinamento regista/episodio così
azzeccato da American Crime Story in cui a dirigere l’episodio sulla carta
razziale c’era John Singleton. Fine dei lati positivi, pronti al fuoco di fila
perché da qui in poi non prendo più prigionieri.



Grazie Netflix per averci restituito Gregg Araki!

“13 Reasons Why”
richiederebbe un’analisi episodio per episodio per sottolineare tutte le
forzature e i passaggi a vuoto, della trama e vi assicuro che in ogni
episodio più di una volta mi sono ritrovato a chiedere “Ma perché questo?” o “Ma
perché quello?”, mettiamola così: da qui in poi SPOILER, tanto tra il grosso
avviso che prepara lo spettatore ad immagini forti prima di ogni episodio e la
trama stessa, non è certo uno spoiler dire che alla fine Hannah
muore, no?

“Tredici” ha una
serie di lacune logiche grandi come crateri lunari che ne minano la struttura
fin dalle fondamenta, ad esempio, malgrado la spiegazione abbozzata da Clay,
sul fatto che sta male ascoltando i nastri, ho trovato buffo il fatto che
CHIUNQUE gli dicesse di ascoltare quei cacchio di nastri, stupendosi del fatto
che il ragazzo procedesse nell’ascolto più o meno come Dylan Dog nel costruire
il galeone, poco alla volta e con una lentezza giustificata solo dal fatto che
la serie deve menare l’Hannah Baker per l’aia per tredici episodi.
L’altro buco
ancora più grosso è il personaggio di Tony Padilla (Christian Navarro),
soprannominanto Fonzie, perché la sua condizione di figo, lo rende in
automatico la Svizzera della situazione tra i vari gruppi sociali della scuola,
sfigati e strambi da una parte, contro la squadra di basket meno credibile mai
vista, roba che a confronto gli avversari di Michael J. Fox in “Voglia di
vincere” sembravano i Philadelphia 76ers di Doctor J.



Ho come l’impressione che non abbiate giocato molto a basket, dico bene?

La figosità di
Tony è certificata del segnale universale dei fighi (la giacca di pelle) e dal
fatto che una Mustang naturalmente con il mangianastri (che ve lo dico a fa!),
quello che non si capisce, però, è come mai Hannah Baker scelga proprio lui per
consegnare i nastri, mistero che speravo venisse spiegato, ma permane anche dopo
l’ultimo episodio.



La giacca di pelle, simbolo universale di affidabilità e figoseria.

Inoltre, non aiuta
certo il fatto che Clay sia un toncolo mai finito, potrei elencarvi cento
momenti in cui l’ultimo possessore dei nastri (scelto per evidente idiozia
direi) dimostra che le luci sono accese, ma in casa non c’è nessuno come
direbbero gli Yankee, ma il momento significativo è nell’episodio 1×08, in cui
insieme a Tony affronta la scalata (motivazionale) di una parete di roccia che
si risolve in stile Aldo, Giovanni e Giacomo, con Clay che dice “Ma c’è il
sentiero?” (storia vera) e un minuto dopo, si stupisce quando Tony gli rivela
quello che per lo spettatore è chiaro fin dall’episodio numero uno, ovvero
l’omosessualità del Fonzie di questa serie. No sul serio, quando ho assistito a
quel dialogo ho capito che Clay è davvero troppo scemo.

Una delle più strazianti e dolorose scene di questa prima stagione.

Per ogni
personaggio che si barrica dietro all’omertà o maltratta Hannah Baker con una
motivazione anche strutturata e scritta in maniera valida (Courtney) dietro
l’angolo ce n’è un altro che non si sa per quale ragione non avrebbe dovuto
portare i nastri alla polizia quando ne ha avuto l’occasione (Zach), non mi
faccio nemmeno impressionare quando il gruppo di bulli si raduna attorno ad un
tavolo, in una specie di versione adolescente di “12 angry man”, vado pazzo per
il film di Sidney Lumet, ma non mi lascio impressionare da così poco.

Non aiuta nemmeno
che Hannah Baker il più delle volte risulti di un egocentrismo spaventoso, mi
va benissimo evitare di fare un “santino” in cui la protagonista è buona
buonissima e i bulli dei cattivacci tremendi, ma in certi momenti la pessima
sceneggiatura di alcune scene, rende la protagonista quasi odiosa, ma su questo
argomento lasciatemi l’icona aperta che qui sotto ripasso.



Ci ha messo 13 episodi per ascoltarla, perché non capiva dove inserire l’account di Spotify.

Andiamo al succo
del problema, perché ad elencare difetti e difettucci facciamo notte. Dopo aver
creato la suspence per dodici episodi, l’ultimo, quello risolutivo mi è
sembrato un accumulo di sfighe sulla capoccia della protagonista, io capisco
che troppo spesso sia necessario esprimere i concetti utilizzando
l’evidenziatore fluorescente a punta grossa, in modo che anche l’ultimo degli
spettatori, addormentato sul divano durante lo streaming di Netflix possa
comprenderli, però qui si esagera, occhio da qui in poi SPOILER ancora più
grossi.

La trovata della
busta piena di soldi da portare in banca, nemmeno fossero le tasse de pagare al
principe Giovanni è uno dei definitivi sassi caricati sulle spalle di Anna
Panettiere, dopodichè arriva la scena “Ciao mamma io esco” alle tre di notte o
giù di lì, con madre che saluta tranquilla che vabbè, dove va la nostra
Panettiera? Alla festa dello stronzissimo Bryce (minuto uno del primo episodio
“Quello lascialo perdere è uno stronzo” fine della caratterizzazione del
personaggio cattivo cattivissimo). Ora io dico, benedetta figliola, hai visto
l’American Idiot lì violentare la tua amica, non ne hai sentito parlare, lo hai
visto proprio (senza fare nulla e vabbè!), ti sembra il caso di andare proprio
alla sua festa? Di spogliarti ed infilarti nella vasca? Di non correre a gambe
levate dando diversi metri pure a Usain Bolt quando quello arriva e zompa
dentro la vasca?



Ragazza, il record da battere è 9″58, secondo me puoi farcela.

Eccolo il
problema di questa serie: scene che per risultare davvero credibili, avrebbero
avuto bisogno di sceneggiatori più abili, in grado di gestire meglio le
sfumature e le zone grigie dei personaggi, ma questa mancanza di talento genera
come unico effetto collaterale, il pensiero maligno nella testa dello
spettatore che la nostra Hannah se la sia anche un po’ cercata, il che è
ABOMINEVOLE, perché non c’è differenza tra questo e un se l’è cercata perché
indossava i jeans o la gonna troppo corta, motivo per cui per quanto mi
riguarda, questa serie manda messaggi sbagliati, rispetto agli intenti (ottimi)
di partenza.

Voglio essere
chiarissimo: c’è bisogno di storie che abbiano il coraggio di trattare il tema
del bullismo, ma andrebbe fatto in maniera seria, non così, perché nel mondo
dove vivono le brutte persone come me, ci sono ragazzi che si suicidano anche
per motivazioni su cui non sarebbe possibile fare una serie tv di 13 ore, però
molto più banali e proprio per questo forse molto più dolorose.
Il fatto che si
parli di bullismo in una serie accessibile a tutti non è motivo
sufficiente per celebrare questo “Tredici”, l’argomento è troppo importante e
complesso per gestirlo così male, ma si sa che io sono una brutta persona,
faccio lo sgambetto alle vecchiette mentre attraversano la strada e sono anche
la principale causa del buco nello strato di ozono, anzi scusate, mi sa che
quello laggiù è un tenero gattino che non riesce a scendere dall’albero. Per
stasera ho la cena pronta.

Ecco, anche una partita a squash non è una cattiva idea.




Non perdetevi anche il parre del cumbrugliume, anzi vado a leggerlo anche io finalmente!
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