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Turner e il casinaro (1989): Fermati, o Hooch sbava

A cosa serve avere una rubrica su coppie mal assortite di
poliziotti, se non posso spingermi fino al limite estremo di questo concetto? Benvenuti al capitolo in parti uguali cinofilo e cinefilo della rubrica…
Strambi sbirri!

Quando si pensa a Tom Hanks, viene automatico e anche
naturale pensare a valanghe di Oscar e titoli di un certo spessore, c’è solo l’imbarazzo
della scelta nella filmografia di Tommaso Matassa, come se vincere quei,
venticinque o ventisei Oscar serve a far dimenticare che specialmente all’inizio
della sua carriera, il buon Tom ha recitato in una serie ragguardevole di
titoli gustosamente, gloriosamente e gioiosamente scemi. Oh, non lo dico in
senso dispregiativo, anzi, però trovo sempre buffo che Hanks sia diventato un
vecchio e rassicurante zio per il grande pubblico che lo apprezza per il suo
essere “serio”, quando un tempo sfoggiava doti comiche, in una porzione di
filmografia che non ha portato a casa tanti premi, ma è piena di perle.

Perché alla fine TUTTI hanno il loro “Tom Hanks delle
origini” preferito, qualcuno va matto per “Splash – Una sirena a Manhattan”
(1984) altri per Bachelor Party o magari
Big (1988), io, ad esempio, ho sempre apprezzato molto i sottovalutati “La retata”
(1987), “L’erba del vicino” (1989) e “Joe contro il vulcano” (1990), ma se dovessi
dire così, senza pensarci, su due piedi qual è il mio Tom Hanks delle origini
preferito, rispondo a colpo sicuro: Turner e il casinaro!

“Oh bravo umano, renditi utile una volta ogni tanto”.

Oltre ad essere appassionato di cinema, sono decisamente un
tipo da cani, questo fa di me un cinofilo cinefilo (o viceversa fate voi) e
parliamoci chiaro, di film con i cani ne esistono circa mille milioni, quasi
nessuno di questi ha davvero fatto la storia del cinema e pochi riescono ad
essere appena meglio della vostra commedia da palinsesto mattutino di canale 5,
“Turner & Hooch” che da noi diventa l’azzeccato “Turner e il casinaro” in
un’invenzione della nostra distribuzione che non cambia il senso della storia,
non è certo la pellicola che ha cambiato le sorti dei cagnoni al cinema, eppure
risulta più cinematografico del vostro solito film con cane, se non altro per
via del suo regista: Roger Spottiswoode

Che lo so che il nome Spottiswoode fa ridere perché sembra
quello che dareste al vostro border collie, ma, in realtà, “Spotty” è titolare di
una filmografia che non passa inosservata, se non altro per essere iniziata con
l’ottimo “Terror Train” (1980) slasher con Jamie Lee Curtis e continuata con
cosine come “Air America” (1990) e persino uno 007, “Il domani non muore mai” (1997).
Nel mezzo robe dimenticabili come “Fermati, o mamma spara” (1992) o “Il sesto
giorno” (2000), ma anche un film che pare chiudere il cerchio e fare pace con i
“Gattofili” del pianeta, quel “A spasso con Bob” (2016) che mi sono rifiutato
di vedere quando mi hanno detto che è la storia di un tossico che convive con
il suo gatto. Mi basta il mio, per fortuna, quasi ex vicino di casa per quello,
grazie.

Da zero a cento in meno tempo di una Ferrari.

Scott Turner (Tommaso Matassa) è un detective del comune di
una piccola cittadina sonnacchiosa sulla baia della California, un posto dove
non succede niente, tanto che Turner ha già chiesto il trasferimento a
Sacramento sperando di trovare l’azione che uno zelante come lui sa di poter
affrontare. Ecco, zelante è ampiamente riduttivo, perché Turner è un maniaco
del controllo, uno che utilizza una cosa tipo dieci metri di filo interdentale
per pulirsi i denti, che se trova una macchiolina del frigo lo svuota e lo
pulisce tutto anche se sono le due di notte, l’esatto opposto del suo collega e
futuro sostituto, il pacioso Det. David Sutton, fatto a forma di Reginald
VelJohnson, il mitico Al Powell di Trappola di cristallo! Scelta di casting che sottolinea quando di poliziesco c’è in
questa storia.

“Sento improvvisamente la mancanza di Hans Gruber, un po’ meno di Steve Urkel”.

Malgrado manchino solo tre giorni al suo trasferimento,
Turner non ha nessuna voglia di mollare il colpo e smetterla di indagare sull’unico
straccio di caso mai finito sulla sia scrivania, un abbozzo di indagine su alcuni
soldi ritrovati in spiaggia che improvvisamente si complica quando l’amico di
Turner, Amos, un vecchio che vive nel caos più totale di un robivecchi vicino
al porto viene ucciso in circostanze misteriose.

Ma guardiamo il lato positivo: l’omicidio ha un testimone
oculare. Problema: il testimone oculare è Hooch, il cane di Amos, un enorme Dogue
de Bordeaux del peso approssimativo di una delle lune di Giove, forte come la
forma di attrazione gravitazionale, ma con l’aggiunta di cascate del Niagara di
bava dal muso.
L’entrata in scena di Hooch a rallentatore, grondando bava e
sulle note del tema di “2001 odissea nello spazio” che poi sarebbe “Così
parlò Zarathustra” di Richard Strauss, ma tanto sarà per sempre identificato
con il film di Kubrick. Per cercare di accalappiare il colosso bavoso ci si
mettono in due, e quando Turner sente parlare di soppressione decide di portarsi
a casa il testimone, più per eccesso di zelo che per passione canina, anche perché
di cani Turner ci capisce come io di delle composizioni di Strauss.

Rimbalza al rallentatore, anche se non somiglia proprio ad una bagnina di Baywatch.

Da qui in poi “Turner e il casinaro” mette in scena tutte le
gag possibili e immaginabili che si possano generare mettendo insieme un
maniaco del controllo e della pulizia, con un cagnone cresciuto in una
discarica senza mai una regola in vita sua e bevendo birra direttamente dalla
lattina. Dettaglio che piacerebbe molto a uno dei miei due cani, ma vabbè
lasciamo perdere che questa è un’altra storia e pure un po’ lunga.

Speriamo solo che il mio cane non scopra che la birra esiste anche in lattina.

La prima notte a casa di Hooch è un monologo in mutande di Tom
Hanks che vorrebbe solo dormire e si ritrova pure chiuso fuori, ma il vero
spasso è il giro della casa cadenzato dai ripetuti «Questa non è camera tua»,
che sa tanto di buoni propositi, perché sacrosante siano le regole per tenere
al meglio un animale, ma chiunque abbia un cane sa bene che i nostri «Non
salirà mai sul divano!» non sono destinati a durare.

“Puoi prendere la mia cuccia sei vuoi, tanto non la uso più”.

Tom Hanks è acerbo quanto volete, ma tiene bene lo schermo,
in coppia con l’enorme Dogue de Bordeaux funziona alla grande, è uno spasso
vederlo cercare di primeggiare in intelligenza contro la “Bestia” (tipo
facendogli il bagno contro voglia con la pompa dell’acqua in giardino) e
sistematicamente andare sotto bevendo dall’idrante dalle contromosse del cane. Ad
esempio, mentre Turner al negozio per animali scopre che ogni dannata cosa che
sia “per cani” costa il triplo di quanto sarebbe lecito pensare, Hooch gli
devasta casa e macchina come un vero terremoto.

Riconosco che a livello personale “Turner e il casinaro” ha
un certo peso su di me, probabilmente è il principale responsabile della mia
passione per i cani con il muso schiacciato, che come mi ha fatto notare la mia
Wing-Woman fa sbavare le bestiole un casino, non come i Dalmata loro mica
sbavano… Infatti, ci siano ritrovati con l’unico dalmata al mondo che non sa
bere e regolarmente ci lava il pavimento della cucina con l’acqua della ciotola
(storia vera): dannati macchiazza la loro missione di vita è quella di rendere
a macchie il mondo!

Non guardavo il film da circa una vita, ma nel rivederlo oggi
che due membri della mia famiglia hanno la coda, mi ci sono riconosciuto ancora
di più in Turner, non tanto per la miopia e il fatto che sa cucinare solo
frittate, quanto più che altro nel modo di imparare che l’universo tende verso
l’entropia e i cani sono dei gioiosi agenti del caos che sì, ti lasceranno i
pantaloni pieni di pelo e probabilmente a casa avranno più posti dove
appoggiare le loro regali chiappe di quanti ne hai tu, ma in cambio possono
darti moltissimo, quindi il gioco vale la pena di mettere in crisi l’ossessivo
compulsivo in me.

Puoi dire delle grandi verità Tom, ma in mutande sei poco credibile.

Ossessivo proprio come Turner, uno che non mette in moto l’auto
se tutti a bordo non si sono allacciati le cinture di sicurezza, un dettaglio
che all’inizio del film sembra solo un’altra fisima del personaggio e nel
finale ci regala una delle scene più riuscite del film, una che potrebbe non
sfigurare in un film d’azione nel senso classico del termine, evidentemente
quelli che guidano senza cinture non hanno visto abbastanza volte come me questo
film!

Con il passare dei minuti “Turner e il casinaro” ricalca le
dinamiche del buddy movie poliziesco con la strana coppia male assortita molto
bene, e con il passare dei minuti, più Turner si toglie la scopa dal culo
scioglie, più diventa un poliziotto migliore, notevole vedere Tom Hanks con
pastrano e fucile a pompa, sparare ai blocchi di ghiaccio mentre spiega a Craig T. Nelson, come ha capito il
trucco dietro al traffico di denaro sporco.

La marcia in più di “Turner & Hooch” è il suo non
umanizzare il cane, cosa che, ad esempio, succede sistematicamente in un film
analogo (e per altro uscito lo stesso anno, qualche mese prima di questo) come “Poliziotto
a 4 zampe” (1989) con James Belushi e il pastore tedesco Jerry Lee. A ben
guardarli, i due film sono molto simili, si giocano anche scene quasi identiche
(come il lavaggio controvoglia del cane), ma con la differenza che Jerry Lee fa
tutte quelle cose che i cani fanno solo nei film e nella vita vera
producono solo canili pieni di animali riportati al mittente perché non
somigliano a Rex, serie che ho sempre pensato sia nata sulla scia del successo
del film con Belushi. Ah! Se volete un commento pure su “Poliziotto a 4 zampe”
alzate la zampa, tanto mi sono ripassato pure quello!

Succede anche a casa mia, basta urlare forte: BISCOTTO!

Hooch in questo film non fa mai cose da strano umano con la
coda, si comporta sempre come un cane il che, dal mio punto di vista, lo rende un
film più “responsabile” e come storia poliziesca funziona perché Turner e
Hooch diventano nel corso del film una vera coppia di sbirri che si coprono le
spalle uno con l’altro, tanto che nella scena finale del magazzino, una
sparatoria che Roger Spottiswoode dirige con tutti i crismi e più che decente
gestione della suspense, Hooch finisce per rifare un classico dei film di
poliziotti, ovvero beccarsi un proiettile per salvare il suo compare.

A quel punto della storia, sei talmente coinvolto dalle
vicende di Turner e Hooch che l’arresto dei cattivi avviene sullo sfondo, il
fuoco è completamente sul cagnone ferito, anni dopo intervistato Tom Hanks ha
dichiarato che l’assenza di un finale positivo è quello che ha impedito a
questo film di incassare più di quanto comunque non abbia fatto, invece secondo
me è la vera forza del film. Perché i poliziotti vengono feriti in servizio e
non trovo giusto edulcorare il dettaglio che per quanto tu voglia bene al tuo
amico a quattro zampe, quello un giorno potrebbe lasciarti lo stesso, anche
questo per me rientra nell’approccio “responsabile” di questo film.

On the streets of Philadelphia Turner & Hooch.

Infatti, il finale è chiaro in tal senso, un cane ti cambia
la vita in meglio, persino Turner, uno che nel maniero ultra lucido della sua
casa da single, leggeva a letto trionfale “Cent’anni di solitudine” di Gabriel
García Márquez (scelta letteraria non casuale), ma che alla fine non riesce a
rinunciare al gioioso caos che quattro zampe e una coda possono regalarti.

Basta! Non prenderò mai più un [Inserire qui la razza di cane che continuerete a portarvi a casa].

Inoltre, “Turner e il casinaro” ha un’altra grande freccia
al suo arco, non sono riuscito a trovare collegamenti dichiarati, ma sono
piuttosto certo che senza questo film non avremmo mai avuto il telefilm “Tequila
e Bonetti” (1992) che, non so voi, ma ricordo come una serie infinitamente
lunga che ha coperto svariati anni di programmazione televisiva ed io puntualmente
non mi perdevo una puntata, complice la trovata spassosa di far doppiare i
pensieri del cane Tequila a Ferruccio Amendola che allora era davvero ovunque. Cercando
possibili connessioni tra film e telefilm, ho scoperto che “Tequila e Bonetti”
è durato una singola stagione da 12 episodi, ma quante volte lo hanno
replicato in tv?! Invece, sulla versione italiana di “Tequila e Bonetti”
preferisco non dire nulla, non voglio chiudere questo post scrivendo delle
parolacce e poi dite che non sono un bravo ragazzo!

Mi chiamo Tequila mettetevi in fila (Cit.)
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