
La nostra reporter d’assalto preferita, Rebel Rebel, torna per rendere omaggio ad un film che spegne le sue prime cinquanta candeline, un titolo bellissimo che ci ricorda che non solo il cinema ha avuto qualche calo qualitativo nelle ultime cinque decadi, ma anche e soprattutto il giornalismo.

Il 9 agosto del 1974, con un discorso di 15 minuti alla Nazione, il 37° presidente repubblicano, Richard Nixon, rassegnava le sue dimissioni, primo e unico a lasciare prematuramente il suo incarico nella storia degli Stati Uniti. Il Watergate, dal nome dell’edificio di Washington sede del comitato elettorale dei democratici in cui nel giugno del 1972 la polizia arrestò 5 uomini scambiati in un primo momento per semplici ladri, è stato lo scandalo politico più dirompente che gli USA abbiano mai conosciuto. Ed è stato anche e soprattutto lo scoop del secolo perché fu esattamente la stampa a ricoprire il ruolo di motore scatenante nel portare alla luce la montagna di pattumiera che arrivava fino a varcare l’uscio della Casa Bianca. Due giovani cronisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, condussero un’inchiesta molto più che difficile, diciamo pure al limite del rischioso in senso definitivo, ovvero mettendo a repentaglio le loro stesse vite. Seguendo i soldi –follow the money è il celebre consiglio di Gola Profonda, la fonte anonima dell’epoca, divenuto uno slogan buono a tutte le latitudini – i due giornalisti sarebbero giunti a scoperchiare uno spesso strato di marciume che si nascondeva nelle manovre sotterranee per inquinare ed orientare la rielezione del presidente degli Stati Uniti, quella del 1972 in cui avrebbe trionfato per la seconda volta Nixon.

Robert Redford, la più bella faccia d’America, sia dal punto di vista estetico che etico (che magnifica assonanza di termini) è il “primo motore immobile” dell’intera operazione. Reduce dal successo de I tre giorni del Condor, nel 1974 acquistava i diritti cinematografici del libro che lui stesso aveva consigliato di scrivere ai due reporter. Non si poteva inventarsi una trama migliore per un film su temi tanto cari all’immenso Robert, ed era tutto stupendamente accaduto sul serio. Il suo sogno perciò divenne mettere nero su bianco, ovvero testimoniare in forma di cinema, la più bella storia americana di giornalismo con la G maiuscola, quello al servizio della verità e quindi dell’interesse pubblico, una vittoria vera dei contrappesi della democrazia. Già scrivere questa frase mi getta in uno sconforto nero alla luce dell’oblio che sembra essere calato come l’inverno più gelido sui poteri di controllo in giro per tutto l’universo mondo! Ma allora esisteva ancora l’illusione della conquista di giustizia e Robert ci ha sempre creduto ed ha sempre tifato. Gloria a te nell’alto dei cieli.
Il libro Tutti gli uomini del presidente, All The President’s Men, titolo che richiamava alla memoria All King’s Men di Robert Rossen (1949), commissionato sulla spinta del fiuto e della passione di Redford per una storia talmente edificante da apparire inventata, rappresentò l’accensione della miccia ed il nostro angelo biondo decise di proporre ad Alan Pakula la regia dopo aver apprezzato il suo Perchè un assassino (The Parallax View del 1974) e con cui, sopra ogni altra cosa, condivideva il forte impegno civile. Pakula, detto l’irriverente, rappresentava, in armonico binomio con Redford, il punto di caduta naturale alla direzione del progetto. La Warner Bros. dal canto suo, sarebbe stata ben disposta a produrre un’opera con colui che al momento era l’indiscusso re del botteghino; rischio investimento vicino allo zero. Il film che vedrà la luce nel 1976 – Orso d’Oro al Festival di Berlino più 8 candidature e 4 Oscar nel 1977 (Miglior attore non protagonista, Miglior Sceneggiatura non originale, Migliore Scenografia e Miglior Suono) – ricostruisce l’indagine giornalistica dei due reporter vincendo la scommessa di appassionare il pubblico ad una vicenda già ampiamente conosciuta per l’enorme eco che aveva suscitato.

Il film apre con una dichiarazione d’intenti che più furiosa di così non potremmo concepire. I tasti della macchina da scrivere suonano letali come spari. I sound maker realizzano l’audio sovrapponendo il suono di colpi di pistola a quello di frustate. E mica per nulla arriva un Oscar al Suono. Pakula ebbe a dire che sullo schermo la verità è più difficile da rendere credibile della finzione e che la sua intenzione era trattare del potere della parola (“è il film più parlato che ho mai fatto”), del potere della penna che sovrasta quello della spada, la macchina da scrivere come arma. Il grande talento del regista newyorkese di origini ebreo/polacche, la fotografia di Gordon Willis, crepuscolare nei palazzi del potere e nel garage degli incontri con Gola Profonda, in contrasto con la luce chiara, metafora di onestà e trasparenza, della redazione del giornale, si sommano alle interpretazioni superlative dei due protagonisti. Rimanendo in tema di contrappesi, serviva una stella altrettanto luminosa, se non altro abbastanza, per non sbilanciare troppo il film sul personaggio di Woodward impersonato da Redford. Fu egli stesso a pensare a Dustin Hoffman nel ruolo di Bernstein, una scelta che ha contribuito non poco a moltiplicare la resa del film. Mirabile il contrasto creato dai due monumenti di quella Hollywood a cui rendiamo sempre grazie, nella caratterizzazione dei due agguerriti cronisti. L’uno – Hoffman – nevrotico, istintivo, che fuma senza vergogna in ogni luogo e situazione, fisico irrequieto e aspetto disordinato; l’altro più composto, razionale e logico alla testarda ricerca di una verità rigorosa, dimostrabile oltre ogni dubbio. Redford e Hoffman passarono diverse settimane nella redazione del WP partecipando anche ai brain storming tipici delle news room delle testate, e tanto per non lasciare nulla al caso (quando dici un attore, sì ma di quelli che lasciano l’impronta dei piedi e delle mani con i fotografi al seguito) impararono a memoria le battute l’uno dell’altro, di modo da riuscire ad interrompersi a vicenda durante i dialoghi rendendo al massimo la sensazione di autenticità.

E l’autenticità è uno dei tratti distintivi del film. Una ricerca ossessiva: Per esempio, nel dialogo telefonico tra il personaggio di Woodward e quello di Kenneth H. Dahlberg (un affarista coinvolto nel giro di assegni emessi per pagare l’effrazione al Watergate) quest’ultimo ad un certo punto dichiara di essere sconvolto per il rapimento avvenuto in quei giorni a danno della moglie del suo vicino di casa. L’aneddoto, pur non essendo affatto necessario alla narrazione della storia nel film, rispetta la realtà storica dei fatti accaduti nel luglio del ‘72 quando Virginia Piper fu sequestrata dalla sua casa nel Minnesota a scopo di riscatto. Oppure ancora, la ragione della scelta di Hall Holbrook per il ruolo di “Gola Profonda” fu decisa da Pakula in seguito alle insistenze di Woodward il quale ravvedeva una grande somiglianza fisica tra l’attore e il personaggio reale ovvero l’ex vice-direttore del FBI, Mark Felt (che ammetterà solo nel 2005 la veridicità del suo coinvolgimento nell’inchiesta del giornale). Hollbrook in un primo tempo avrebbe rifiutato il ruolo giudicandolo di bassissimo rilievo e fu ancora Redford a convincerlo ad accettare dicendogli che il pubblico lo avrebbe ricordato per sempre.
La bravura del resto del cast si aggiunge a tutto questo po’ po’ di roba, basti pensare anche solo a Jason Robards (l’altro premio Oscar per l’interpretazione di Ben Bradlee, il caporedattore del Washington Post al momento dei fatti). Leggenda vuole che l’attore abbia passato solo un giorno in redazione ad osservare movenze e comportamento del suo personaggio nella realtà e a quanto pare gli bastò per possederne l’essenza umana e professionale.

La scena iniziale del film è un filmato storico del 1972 con Nixon che giunge al Congresso dopo una missione all’estero. Le immagini constano di un sorvolo su di una platea composta esclusivamente da teste di maschi (ho detto “di maschi”! Non mi mettete in bocca parole che non ho scritto) in ossequio al titolo del film. E vi starete per certo chiedendo: e la quota sorellanza come c’entra con tutto questo? Ebbene anche riguardo alla questione Tutti gli uomini del presidente stupisce per intelligenza ed assonanze storiche. I due giornalisti carpiscono dalle ex-fidanzate, ex-amanti, ex-collaboratrici, molte importanti informazioni e le donne nel complesso appaiono quelle meno disposte a tenersi i segreti in pancia… Come non ricordare come iniziò “Mani Pulite”, la Watergate di casa nostra, innescata da una ex-moglie parecchio alterata.
Non è la sola somiglianza che attraversa i tempi. Vediamo palesarsi un altro classico meccanismo di autodifesa del potere, quello che si è accomodato con le zavorre sul suo trono di privilegio, ed è il discredito che per reazione riversa su chi o che cosa lo stia minacciando. Nel film vediamo infatti l’entourage dei repubblicani e della Casa Bianca accusare il giornale ed il suo caporedattore di avere simpatie democratiche e di tentare di sabotare a colpi di menzogne l’avversario politico. Conosciamo bene la tiritera e l’abbiamo vista fino alla noia.

Ciò che invece appare tristemente datato, e quanto vorrei non averlo pensato, è l’effettivo peso di uno scandalo o di un’inchiesta giornalistica sulle istituzioni e sulle opinioni pubbliche di un paese considerato una democrazia. Fa tenerezza, rivedendo oggi questo film di cinquant’anni fa, constatare quanto i personaggi via via indagati dai protagonisti si sentissero in dovere di rispondere alle domande molto scomode che venivano loro poste cercando con più o meno successo di risultare credibili. Anche gli altolocati si sentivano in dovere di fornire una risposta plausibile alla stampa e al pubblico perché viceversa ciò li avrebbe messi in seria difficoltà. C’era un grande timore e di conseguenza rispetto per il lavoro della stampa ed essa a sua volta, almeno nelle grandi testate, agiva pesando e tarando con scrupolo ciò che avrebbe pubblicato. Per tutta la durata dell’inchiesta si fa cenno più volte alla spietata concorrenza con il New York Times per chi sarebbe arrivato prima a scrivere e provare il fattaccio.
L’altro anacronismo è perfino preliminare a questa considerazione. Allora uno scandalo aveva delle conseguenze. Il Watergate aveva dimostrato che se un abuso di tale portata veniva reso di dominio pubblico ciò avrebbe fatto cadere delle teste in questo caso quella più in alto di tutte. Una vittoria delle regole, una vittoria della legge, gli ingranaggi della democrazia che girano, s’incastrano e tutelano il vivere comune dal basso a salire. Qualcuno nel tempo ha inserito tanti legnetti in questi ingranaggi ed oggi non girano più, ma come il nostro Robert ci ha insegnato, ci conviene continuare a crederci e continuare a tifare, fosse anche solo in sua memoria.
Ed ora, il parare non richiesto di Cassidy
Il cinema americano degli anni ’70. Dico sempre che per me queste cinque parole e un numero sono, messe in fila, un complimento, anzi, uno dei complimenti migliori possibili per un film. Per quanto mi riguarda “Tutti gli uomini del presidente”, oltre ad essere diventato un modo di dire – per farvi capire di quanto il film sia entrato nell’immaginario collettivo – è una delle ragioni per cui amo quel decennio, grande cinema, con due dei migliori attori mai visti sul grande schermo in grande spolvero, che rende omaggio al grande giornalismo, quello che era a guardia della libertà e dei diritti di tutti, quello che faceva tremare il culo dei potenti sulle loro poltrone, non quello che glielo leccava. Dubbi non ne ho, questo post e la mia sul film, posso concluderla in un solo modo: il logo rosso dei Classidy!



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