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Tutto in una notte (1985): dopo le due di notte non succede mai niente di buono

Mai sofferto d’insonnia in vita mia. Sono una di quelle persone che non appena ha messo giù il libro o il fumetto che sta leggendo (spesso entrambi) e spegne la luce, tempo due secondi sono nel mondo dei sogni, se mi rigiro due volte sul cuscino per me quello equivale all’insonnia, sapete cosa faccio in quel caso? Mi affido al mio amico John Landis, metto su “Tutto in una notte”, di sicuro non mi addormento, ma almeno mi riguardo un bellissimo film, uno di quelli che meriterebbe ben più attenzione.

Il continente africano non permetterà mai ad Allan Quatermain di morire, così come il continente perduto, mai dimenticato e perennemente rimpianto degli anni ’80, non ha mai permesso a Landis di sbagliare un film. Il mio amico John più di tutti ha portato in alto la torcia con il fuoco del cinema americano degli anni ’80, non esiste un titolo anche solo scarso di quel decennio firmato da Landis, basta guardare l’altro film del 1985, Spie come noi, classico caso di Hitchcockiano “Run for cover”, un film sicuro con l’amico Dan Aykroyd per fare soldi ai botteghini dicembrini e provare a cancellare subito il sanguinoso e totalmente iniquo flop di “Into the night”.

«Hai cambiato la Blues-mobile con questa?»

Nessuno ha mai messo in discussione quella sacra trilogia di titoli, sfornati uno via l’altro, per altro in giovanissima età composta da “Animal House” (1978), The Blues Brothers e Un lupo mannaro americano a Londra, i tre titoli per cui il mio amico John verrà eternamente ricordato e stimato, salvo poi essere stato dimenticato, non più considerato fondamentale come invece è stato, per lui “Into the night” è stato il classico progetto da quasi totale carta bianca, che però ha potuto guadagnarsi solo dopo l’ennesimo trionfo al botteghino, quello ottenuto con Una poltrona per due, ben prima che il film venisse eletto il classico di Natale in uno strambo Paese a forma di scarpa, nel mezzo però, il fattaccio.

Ne abbiamo parlato diffusamente, forse il momento esatto in cui la ridanciana e giovanile anarchia di Landis si è scontrata con la realtà nel modo più duro possibile, l’incidente sul set di Ai confini della realtà e il successivo processo, sono stati la perdita della purezza per l’eterno ragazzone di Chicago, rappresentate dello spirito degli anni ’80.

Eppure a me questo sgherro iraniano ricorda un mio amico.

Come sono andate le cose lo sappiamo, Landis è sempre stato apertamente politico e anarchico, colui che riusciva a spillare soldi al botteghino agli odiati Repubblicani, prendendoli apertamente per il culo nei suoi film, uno spirito iconoclasta difficilmente coniugabile con Hollywood, finché il regista di Chicago ha goduto della fiducia dei grandi studi di produzione ha potuto essere davvero influente, ma la libertà creativa è da sempre la grande chimera inseguita da tutti gli autori.

Il pubblico non ha mai capito – una buona parte ancora oggi – il sottotesto ferocemente anti capitalista della commedia con Dan Aykroyd ed Eddie Murphy, ma si fatto trasportare da un ritmo farcito di trovate micidiali (e dalle poppe di Sua Maestà Jamie Lee…), questo convinse la Universal a dare carta bianca al progetto “Tutto in uno notte” ma allo stesso tempo, a venderlo come la nuova frizzante commedia di John Landis, cosa che è a tutti gli effetti, anche se il tedoforo della torcia degli anni ’80, a metà del decennio, era passato attraverso un processo, la responsabilità di un decesso e soprattutto, l’andazzo del suo Paese (e di un decennio) che non era più ignorabile, tutto questo si riflette nel tono quasi picaresco di un film bellissimo e ingiustamente dimenticato… Un Classido!

Si un Classido, perché l’espressione “Tutto in una notte”, specialmente in ambito sportivo (citofonare Flavio Tranquillo) è diventata un modo di dire e perché non esiste nulla di simile a “Into the night” o meglio sì, ma è arrivato dopo, come vedremo tra poco, per certi versi questo è stata l’ultima occasione per il mio amico John di fare per davvero il suo cinema, prima di ricadere in operazione di recupero (per quanto mitiche) oppure altro, apertamente su commissione.

Aggravato dall’essere stato girato quasi interamente di notte, con buona pace delle finanze della Universal, “Tutto in una notte” parte con il tono sommesso di chi non riesce a prendere sonno, poi si alimenta di inseguimenti, doppiogiochisti e personaggi bizzarri che sembrano vomitati fuori dalla notte, con cui il protagonista Ed Okin (uno straordinario Jeff Goldblum, perfetto nel gestire il suo quasi totale spaesamento) non sembra mai fare parte per davvero. Un film che è un’opera di un vero iconoclasta, bizzarro e ineffabile nell’adattamento, parte da uno spunto hitchcockiano, quello dell’uomo qualunque, il Jimmy Stewart della situazione, invischiato in un intrigo internazionale più grande di lui, la scelta di Landis è chiara, minare costantemente il percorso del suo insonne Ed, il cui mondo (e la percezione di esso) viene costantemente messa in discussione, con scelte anche stilistiche a volte volutamente indecifrabili, in equilibrio tra i generi, come Landis ha sempre dimostrato di sapersi muovere.

Jeffone in un altro ruolo mitico, quello dell’eroe del giorno (o della notte)

Il risultato è unico, a trent’anni dalla sua uscita ancora ammirabile, anche se spiazzò il pubblico che mise in modo un passaparola negativo, che presto si tradusse nel primo flop della carriera di Landis, ma se il pubblico non aveva capito la critica anti capitalista dell’esperimento scientifico dei fratelli Duke, come avrebbe potuto reagire diversamente di fronte ad un film che sembra una di quelle cupe e sardoniche riflessioni che si fanno, fissando il soffitto in cerca del sonno? Un nero ragionamento sul declino dell’impero del capitale.

Certo, ad una prima occhiata “Into the night” è una commedia con tocchi d’azione, divertente perché Landis a non essere ironico non ci riuscirà mai – e lo si ama anche per questo, o forse soprattutto per questo – ma al netto di quelle irruzioni di splapstick sparse qui e là e di tutti i personaggi assurdi che popolano la notte del film, “Tutto in una notte” parla della crisi del maschio, borghese, che appena mette l’alluce fuori dalla sua routine fatta di colazioni con la moglie (proprio una frase diversa dal solito della donna, genera la prima grossa crepa nel muro di cinta di Ed), viaggi in auto che sembrano processioni con il collega Herb (Dan Aykroyd, ultima faccia nota rassicurante prima del vagare nelle terre salvagge della notte) e riunioni senza senso in ufficio, gestite non a caso dal datore di lavoro del protagonista, che non a caso ha le sembianze di David Cronenberg.

Perché io non ho David Cronenberg come capoufficio, io sento di meritarmelo!

La rottura definitiva arriva con l’incontro con una bellissima straniera, Diana, impersonata dalla bellissima Michelle Pfeiffer, una tentazione bipede per qualunque maschietto, da seguire giù nella tana del bianconiglio di una società che in realtà è violenta, dietro alla facciata bonaria dell’”American way of life”, ben rappresentata dai quattro sgherri Iraniani, non a caso uno dei quali impersonato proprio da John Landis, che ha sempre avuto la barba giusta per la parte e che simbolicamente, si sporca lui stesso le mani per far arrivare il messaggio, anche violento del suo film.

Il film si riassume tutto con il classico, un ragazzo incontra una ragazza, solo che la ragazza è lei.

I quattro sicari iraniani che inseguono per tutto il tempo Michelle Pfeiffer, sono in parti uguali buffi e feroci, sono goffi perché seguendo i precetti del cinema splapstick sbattono uno con l’altro, non parlano però sparano ma sono anche al centro di tutte le trovate più efferate: la morte dell’amica della protagonista, il drammatico affogamento in spiaggia, la sparatoria finale in aeroporto (una fagiolata dove i personaggi muoiono come mosche) per non parlare di scene che ledono anche alle regole del cinema stesso, questi “Quattro marmittoni”, quando entrano in casa del produttore impersonato da Paul Mazursky, ammazzano i tre pappagalli che non a caso si chiamano proprio “The Three Stooges”, ma si macchiano le mani anche della morte più assurda, quella che mi fa ridere e fare «GULP!» tutte le volte, perché ogni padrone di cane sulla Terra è pronto a dirti che il suo è bravissimo, anche quando ringhia con la bava alla bocca come fa quello in ascensore tenuto al guinzaglio dal regista Jack Arnold (e qui le risate) ma poi gli iraniani non si fanno nessun problema nemmeno davanti al cane (e qui la saliva deglutita male).

Un classico della commedia, solo che qui dopo, sparano anche alla porta senza pietà.

Questo viaggio allucinante nel cuore di tenebra del capitalismo americano degli anni ’80 il pubblico non lo aveva mai visto prima, di sicuro non le grandi platee alla quale la Universal puntava, il flop di “Tutto in una notte” è stato il sacrificio che Landis si è caricato sulle spalle, per spianare la strada a film invece accolti benissimo, come ad esempio il quasi identico “Fuori orario” di Martin Scorsese, uscito in sala a settembre 1985, quando il flop di febbraio dello stesso anno di “Into the night” era già stato assimilato e non me ne voglia zio Martino, ma tra i due viaggi nella notte americana di metà anni ’80, io non ho dubbi, l’anarchico Landis batte il professore Scorsese ogni giorni della settimana, è fa scuola.

Già perché l’anno successivo sarebbe uscito un altro titolo coevo, Mi riferisco a “Qualcosa di travolgente” (1986) diretto da chi? Lo stesso Jonathan Demme che guarda caso, compare nei panni di un agente della polizia, nella sequenza finale di “Into the night” che è l’equivalente locale delle grandi scene conclusive di devastazione del cinema di Landis, solo molto più cupa, perché qui il sangue si vede e anche bene, lo stesso Landis simbolicamente si immola per quel finale.

Jonathan Demme nella posa degli eroi della Bara, quando mi ricapita?

“Tutto in una notte” è un gioco di specchi, sghembo come viene percepita la realtà da qualcuno che non ha chiuso occhio tutta la notte, una costante finta di corpo fin dal titolo italiano che con buona pace di Flavio Tranquillo, sarà anche diventato un adattamento iconico, ma non è corretto, perché tecnicamente ad un certo punto Diana si addormenta (Ed ovviamente no, resta sveglio a vegliare su di lei) quindi il film non è ambientato in una solo notte, ma tecnicamente sarebbe un “Tutto in due notti”, che volano morbide sul velluto di una colonna sonora da urlo, che con una ragazzo di Chicago di mezzo come Landis, non poteva che essere tutta blues.

«Per le borse sotto gli occhi dovrete pagare un supplemento»

Se fosse un album, staremmo qui a parlare di “Title track”, la traccia che da il titolo all’opera, io sfido qualunque bipede sulla faccia di questo gnocco minerale che ruota attorno al sole, ad ascoltare le note suonare da B.B. King con la sua chitarra Lucille e a non voler seguire Ed (e Landis) giù nella tana del Bianconiglio di questo film, no sul serio, vi sfido.

In questa sardonica a picaresca critica alla società americana basata sui soldi, ci sono tutti i tratti distintivi del cinema nel mio amico Landis, ecco, forse manca giusto una scimmia, ma di sicuro abbiamo il Blues, le poppe (dell’amante del palestrato Larry) e anche il vedo non vedo sulla vestizione di Michelle Pfeiffer, che ogni volta ti fa sperare finisca come per la Ophelia di Sua Maestà Jamie Lee, a proposito di giocare con le aspettative.

«Per quelle dovrete attendere il 24 dicembre… Degenerati»

Ovviamente non manca il citazionismo e il manifesto e colto amore per il cinema di un regista che ama la settima arte quasi quanto ama scimmie, poppe, scherzi e blues, non è un caso se “Into the night” sia forse il film della sua carriera con maggior numero di camei e facce note, dallo spacciatore Rick Baker che compare con la prostituta Dedee Pfeiffer (sorella di), fino all’uomo impegnato in una bizzarra telefonata, ovvero Jim Henson, fino al detective Lawrence Kasdan, al benzinaio B.B. King, al senza tetto Waldo Salt, fino all’uomo che esce dal bagno del locale con una bionda, ovvero Don Siegel.

«Non trovi che somigli a Paul Bartel?», «Forse fa un secondo lavoro notturno»

John Landis ci fa perdere tutti nella sua notte di metà anni ’80 dove ci sono tutti, anche quelli che forse non conoscete, come il sarto in ansia per la porta a vetri Jonathan Lynn, Lou Costello giù fino al ruolo chiave di Roger Vadim, che impersona uno con un cognome che è a sua volta una citazione, Melville.

Indimenticabile una delle tante sortite del Duca Bianco, che ha scelto proprio il più artistico e bizzarro film di Landis, il baffuto sicario da pistola in bocca di David Bowie è l’ennesimo personaggio, soffice fuori perché impersonato da un mito, ma ferocissimo per modi, che rende mitico questo film totalmente meritevole non solo di riscoperta, ma di rivalutazione.

«Bene, ora cantami Starman»

Avevo un solo compleanno Landissiamo quest’anno da festeggiare, ma ogni minuto che dedico per portare il mio amico John su questa Bara è tempo molto ben speso, di sicuro più di quello che si passa la notte svegli, insonni, perché ce lo ha insegnato Ted Mosby, anzi, tecnicamente sua nonna: dopo le due di notte non succede mai niente di buono. Vero, tranne questo film…. Auguri “Into the night”.

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