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U Turn – Inversione di marcia (1997): certe giornate nascono davvero storte

Vi avviso, siete all’ultimo bivio prima di immergervi nel post di oggi, ultima occasione per girare i tacchi e optare per un’altra pagina di cinema che oggi sul menù abbia da offrire qualcosa di più alla moda, qui siamo in missione per conto di Oliver Stone e oggi tocca al nuovo capitolo della rubrica… Like a Stone!

Quando pensi alla filmografia del nostro Olivero Pietra, direi proprio che “U Turn” non è nemmeno il terzultimo film che ti balza in mente, anzi, sono piuttosto convinto che in molti o non abbiano mai sentito parlare di questo titolo oppure, nemmeno sospettino che sia diretto dallo stesso regista di Platoon, anche perché dopo essere ritornato nella zona a lui familiare, o meglio, quella a lui più spesso attribuita, ovvero un film politico dedicato ad un presidente come Nixon, Stone con il suo solito piglio Cimmero non ci ha pensato due volte a inchiodare le gomme e spararsi l’inversione ad “U” un’altra volta, verso un territorio narrativo più simile al suo tanto chiacchierato (all’uscita, oggi un culto) Assassini nati.

Questa volta alla base troviamo il romanzo d’esordio di John Ridley, “Come cani randagi” pubblicato nel 1997 di cui lo scrittore cura anche la sceneggiatura, anche perché malgrado Stone ci abbia ovviamente rimesso le mani come da sua abitudine, il sessanta percento del testo è rimasto inalterato quindi secondo i parametri della gilda degli sceneggiatori, questo basta a mantenere la paternità a Ridley, anche perché Stone come da sua abitudine, era impegnato a battagliare su altri fronti, come ad esempio quello della selezione di attori e attrici.

Immagine vergognosamente acchiappona per far aumentare le visualizzazioni.

Tom Cruise di questo soggetto torbido, non ne ha nemmeno voluto sentir parlare (storia vera), sembrava ben più interessato Sean Penn ma per via di precedenti impegni, niente, altro giro, altra inversione ad “U” in direzione di un mito come Bill Paxton, che sembrava pronto a divere lo schermo con la bella di turno Sharon Stone, risultato? Zero su due, per conflitti con il calendario di lavorazione per il vecchio Bill e per un mancato accordo con la bella Sharon, il regista ha ripiegato su Penn tornato disponibile e su una Jennifer Lopez in rampa di lancio, visto che la sua parte in “Jack” (1996) di Coppola non se la ricorda nessuno, un po’ come tutto “Jack” di Coppola, peccato, lo abbiamo visto in nove. Tutti piuttosto si ricordano di “Jenny from the block” per i video musicali e per i film in cui avrebbe recitato di lì a poco, brava ecco, magari no, diciamo fa il suo, considerando che il suo per buona parte di “U Turn” consiste nel ricoprire il ruolo della versione “latina” della Laura Antonelli di “Malizia” (1973) o giù di lì.

«Pensi che Cassidy userà anche altre immagini per il post?»

“U Turn” è il classico titolo che sfoggiava già un cast notevole ai tempi ma rivisto oggi, ha un volto noto in tutti i ruoli, gli abitanti di Superior in Arizona sono uno più matto e famoso dell’altro, quando il “tranquillo” (virgolette obbligatorie) di turno è Bobby Cooper, giocatore d’azzardo con grosso debito sul groppone, Ford Mustang rossa e il fiato sul collo degli strozzini, per altro impersonato da uno che tranquillo in vita sua non ci è stato mai come Sean Penn, potete tranquillamente capire l’andazzo.

Va detto che il soggetto di “U Turn”, appesantito dal solito sottotitolo italiano che puntualizza l’ovvio, non è poi nulla di particolarmente innovativo, di base sembra Red Rock West ma diretto da uno che arrivava da “Assassini nati” ed era caldo come una stufa, la deviazione forzata nel paesello della provincia americana più profonda, causato da un manicotto della Mustang che salta e genera un debito di centocinquanta dollari con l’adorabile (si fa per dire) meccanico locale, fa precipitare Bobby nel solito gorgo di personaggi sopra le righe e situazioni torbide, qui ben riassunte dalla moglie Grace McKenna (JLo) che tutti seduce e dal suo marito geloso e dalle mani pesanti Jake McKenna (i denti di Nick Nolte) incastrati in un giochino psico-sessuale che passa per i soldi dell’assicurazione sulla vita del coniuge, che per Bobby sono un po’ come l’acqua per uno che sta morendo di sete nel deserto.

Sei senza soldi e l’unico che può aiutarti è Nick Nolte. Tante care cose!

In effetti il deserto è proprio quello che abbraccia Superior, un posto dove gli avvoltoi banchettano con le carogne nella prima scena che come ben sapete, è quella che determina tutto l’andamento del film. Di carogne e avvoltoi Superior è piena, a partire dal più memorabile personaggio di questa sorta di versione firmata da Stone di “Alice nel Paese delle meraviglie”, mi riferisco al lercissimo meccanico Darrell, interpretato da un irriconoscibile Billy Bob Thornton con panza e denti neri che pare quello che si è divertito più di tutti a calarsi nei panni di una merda d’uomo che mette in chiaro che a Superior, il più pulito c’ha la rogna. La frase «Ci sono quarantamila morti l’anno, spero di vederti in lista» è quella che lo riassume meglio, il mastro di chiavi (della Mustang) a guardia dell’unica via di uscita di Bobby dall’incubo in cui è precipitato.

Ecco, se pensate di aver avuto una brutta giornata, ricordatevi di Sean Penn in questo film, ferito ad una mano, senza soldi e perseguitato, non solo dalla sfiga ma da chiunque, letteralmente, anche da Toby N. Tucker, detto TNT, impersonato da Joaquin Phoenix che pensate un po’? Già faceva il ruolo del pazzo, anche se qui entra sistematicamente in scena come un bullo sulle note di “Ring of fire” di Johnny Cash (prima di finire ad interpretarlo per davvero al cinema) e che si gioca le sue scenate di gelosia per la fidanzatina Jenny (Claire Danes), ovvero la seconda coppia impegnata a far diventare matto Bobby, perché tanto la prima sono sicuramente i McKenna.

Gioacchino Fenice che fa il pazzo. Stone più avanti di tutti!

Nel mezzo non vogliamo metterci un vagabondo non vedente, Cassandra di turno, a sua detta nativo Americano, ma a guardarlo mica tanto, impersonato da uno che nella testa di Oliver Stone, avrebbe dovuto essere Marlon Brando (sai poi come sarebbe stato tranquillo un già movimentato set?), sostituito all’ultimo da Jon Voight che contribuisce ad aumentare il livello di follia generale della trama.

Va detto che no, “U Turn” pur provandole tutte per esagerare, non allaccia nemmeno le scarpe ad Assassini Nati, fa un certo effetto vedere uno come Sean Penn, solitamente quello minaccioso o lui stesso portatore del caos con i suoi personaggi, in seria difficoltà a gestire le grottesche uscite degli abitanti di Superior, ma in generale la base da Noir (o neo-Noir) della storia si sviluppa come da programma, essendo uscito nei tardi anni ’90 a suo modo cavalca (aggettivo forse scelto per lapsus Freudiano) la moda dei film con gli attori famosi impegnati a fare le cosacce sullo schermo, anche se va detto, è tutto canone del genere, ai tempi forse si parlò più delle scene “bollenti” di JLo che d’altro, anche perché a distanza di anni non possiamo dire che il film sia proprio tra i più ricordati nelle produzione di nessuno dei coinvolti.

Il nativo che non ti aspetti: Jon Voight.

Ad esempio è normale che se affidi il ruolo dello sceriffo ad uno come Powers Boothe (al secondo film in fila diretto da Stone dopo Nixon) non è imprevedibile che non potrà essere solo un normale tutore della legge, anche se va detto che “U Turn” sembra un film pensato per far compilare la sezione “curiosità” sulla sua pagina di iMDB da qualcuno in fissa con il giochino dei sei gradi di separazione tra i membri del cast. Perché si, viviamo in un mondo dove ci sono persone che hanno così tanto tempo libero da far notare sulla celebre pagina roba tipo Billy Bob Thornton ha spostato Angelina Jolie che è la figlia di Jon Voight! Incredibile! Notizie fondamentali per fruire di un film come questo.

Billy Bob Thornton irriconoscibile, ma anche il migliore del film.

Ma più che il giochino dei sei gradi di separazione, “U Turn” è Stone che firma un titolo figlio di due anime, da una parte abbiamo l’elemento più grottesco ed esagerato, spudorato quasi, quello che fa associare il film idealmente ad Assassini nati ma con passaggi dove finché il ritmo resta alto e le soluzioni (anche visive) si alternano, risulta quasi divertente vedere Bobby affogare in un mare di sfighe sempre più assurde. Poi c’è l’altra anima di “U Turn”, quella che più che da Tarantino sembra pescare dalle atmosfere luride e ciniche di certi titoli di Sam Peckinpah, superata la parte di drammone torbidone che azzoppa un po’ il ritmo del secondo atto, anche “U Turn”, che sembra il titolo più smaccatamente Noir o Pulp della filmografia di Stone, se vi piacciono le etichette a quattro lettere, alla fine ha una sua vena, non voglio dire politica, ma sicuramente caustica, in linea con il carattere fumantino del suo regista.

«Non la reggo più questa, quando canta è peggio!»

Superior diventa un non luogo dove se non hai soldi, puoi trasformarti presto in una non persona, la scena in cui Bobby cerca di convincere la bigliettaia Laurie Metcalf a farsi dare un biglietto solo andata per il Messico anche se non ha abbastanza spiccioli per pagarlo per intero, oltre al momento “Bravò” di Sean Penn coincide con il messaggio di Stone: Superior, provincia degli U.S.A. altro non è che il sottoprodotto del capitale, se hai soldi sei qualcuno, se non li hai, sei disposto a tutto pur di trovarli perché senza quei fogli verdi con sopra facce di alcuni ex presidenti defunti, sei l’animale ferito del branco, l’ultimo anello della catena alimentare. Guardate il linguaggio del corpo di Penn spiantato (sPennato) e di Penn con il grano, anche nel titolo più bizzarro della sua filmografia, Stone non le manda a dire. Come mai alle spalle di Penn durante il suo momento drammatico alla biglietteria ci sia in coda Liv Tyler io proprio non lo so, ma è Liv Tyler quindi apprezzo sempre.

A sorpresa, Liv Tyler, ciao Liv!

Prossima settimana, il prossimo capitolo della rubrica invece ci porterà dal titolo meno ricordato di Stone ad uno dei suoi più amati, che ci volete fare il nostro Oliver è così, vive di estremi e ci piace per questo e anche se non sarà domenica, ci vediamo venerdì prossimo per dettagli, schemi di gioco e monologhi.

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  1. Ecco. Ci siamo arrivati.
    Come ho rimarcato piu’ volte ho una mia teoria, a riguardo.
    E cioe’ che per tutti arriva il famigerato momento “Domino”, prima o poi.
    Non effetto. Momento.
    Mi riferisco a quello che considero il film non riuscito del TONY.
    Arriva sempre in genere dopo quello che probabilmente e’ il tuo miglior lavoro.
    Sei in una situazione pericolosissima. Gia’ ripetersi e’ difficilissimo, e se non stai attento a inciampare ci metti davvero un niente.
    Con Stone devo barare un poco, perche’ con “Nixon” gli era andata tutto sommato grassa.
    Era il suo campo da gioco.
    Vuole provare a rifare un altro “Assassini Nati”, provando a scavare molto piu’ nel TOOORBIDO, come andava di moda a quei tempi (tipo “Jade”, per intenderci. Anche se li’ l’ambientazione era diversa), ma purtroppo certe cose riescono una volta sola.
    Personalmente ci avrei sperato tantissimo, e infatti ero partito carico a molla e con le migliori intenzioni.
    Purtroppo non mi ha lasciato nulla. Sul serio.
    Non dico una delusione, questo no.
    Ma e’ uscito fuori un film che scava nel TOOORBIDO esattamente identico a molti altri film che scavano nel TOOORBIDO (daje).
    Con l’unica differenza che rispetto agli altri non e’ superiore in nulla, anzi forse c’e’ persino roba decisamente migliore.
    E non dico che da Stone sia inaccettabile, questo mai.
    Ma che sia lecito aspettarsi di piu’, questo si’.
    Decisamente.
    Peccato, perche’ a parte qualche incertezza il cast e’ di prim’ordine.
    Il primo scivolone nella carriera di Stone, purtroppo. E conseguente invito a nozze per Chiunque lo denigrava, che ha visto in questa pelle cola l’occasione di dargli gratuitamente addosso.
    Coraggio, Oliver. Il momento “Domino” capita ed e’ concesso a tutti.
    Succede anche ai grandi, di sbagliare. L’importante e’ metterci il cuore anche quando si canna da cima a fondo.
    Continuo a pensare a “Domino” perche’ anche qui ho avuto la stessa, fastidiosa sensazione.
    Di non capire cosa volesse fare.

    • Va detto che personalmente “Domino” con i sue difetti (essenzialmente due) resta un film che mi prende tantissimo. “U Turn” a parte un vistoso calo di ritmo nel secondo atto non ha tutti questi problemi, se non di aspettative, paragoni e classifiche. Cheers

  2. Per me anche questo è un classico, cinico con metaforone ma soprattutto Attori con la A maiuscola tutti a loro agio nella trama. Quando lo andai a vedere pensai anche io ad un Assassini Nati atto 2, invece uscii dalla sala ancora più soddisfatto, sarebbe stato un more the same che non si addiceva ad Oliviero. Sean Penn qui è maiuscolo nel suo essere sfigato.

    • Penn che di solito è l’agente del caos qui ne patisce gli effetti, con tutto che patisco la Lopez, bel film sporco e cattivo. Cheers!

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