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Un dollaro d’onore (1959): Un classido talmente grosso da fare il giro su se stesso

Howard Hawks. John “Il Duca” Wayne. Dean Martin. Un. Dollaro. D’onore. Devo aggiungere
altro?
Sì, forse solo
il logo dei Classidy.



Diventa anche
complicato parlare di personaggi leggendari come Hawks o il Duca, presi
singolarmente sono due nomi su cui si potrebbe parlare per ore (giorni!),
insieme hanno sfornato cinque film, ma questo è speciale, tutta una questione
di tempismo, trama in arrivo, per quei due che non la conoscono.

In una
cittadina lungo le rive del Rio Bravo (titolo originale del film), lo sceriffo John
T. Chance (il Duca) è alle prese con le ripetute violenze e i crimini di un
gruppo di banditi capeggiati dal ricco latifondista locale Nathan Burdette. Il
già precario equilibrio della cittadina va a donnine di facilissimi costumi
quando Chance, arresta per omicidio Joe Burdette (Claude Akins), fratello del
riccastro, che come potete immaginare non la prende proprio benissimo.



Il Monte Rushmore composto da un uomo solo.
Lo sceriffo è
la diga che impedisce che la cittadina venga sommersa dal caos e dalla
violenza, ma può contare solo sull’aiuto del suo vice sceriffo
alcolizzato Dude (Dean Martin che recita per la storia), un aiutante vecchio
zoppo e scorbutico di nome Stumpy (il leggendario Walter Brennan), un giovane
pistolero con ciuffo a banana Colorado ”Kid” Ryan (quel rockabilly di Ricky
Nelson), tutto questo mentre è tentato dalla grazie di Feathers  (Angie “gambe più belle d’America” Dickinson)
una guardabile giocatrice d’azzardo.
               
Minaccia,
senso del dovere, giustizia, riscatto umano e sociale, la seconda possibilità,
tutta roba molto americana con cui Hawks e Wayne vanno a nozze, pare che il
film fu voluto dai due in risposta al finale di “Mezzogiorno di fuoco” ritenuto
irrispettoso per i valori della nazione a stelle e strisce. Tra lo sceriffo
monolitico e i cattivi cattivissimi, questo film ha tutto quello che avete
visto in mille mila film Western, ma vi parlavo di tempismo, spiego…
“Un dollaro
d’onore” è un film che fa parte di quella che mio padre definisce la fase Hippy
del Duca, oh badate bene stiamo sempre parlando di quello che ha fatto un film per
metterci al corrente dei pericoli di quella sigarettine piene di droga che
spacciano in giro i comunisti (nel film “Marijuana” del 1952), quindi non me lo
vedo proprio a rotolarsi nel fango di Woodstock. Il John Wayne di questo
periodo è quello che è venuto a patti con il fatto che il suo girovita non sia
più quello di una volta, quindi è pronto ad accettare ruoli che lo facciano
apparire anche un po’ più umano rispetto al solito blocco di granito che ha
incarnato per anni al cinema, questo non vuol dire che abbia mai sbragato
(niente commediacce becere in stile l’attuale Robert De Niro per capirci), ma
ruoli un po’ differenti. Senza questa scelta non lo avremmo mai visto dietro la
benda di Rooster “El Grinta” Cogburn, per esempio.



Il lancio del fucile tra Ricky Nelson e John Wayne… Ogni volta mi esalto!
In questo film è circondato dal cantante Rock Ricky Nelson e da Dean Martin, che non necessita di presentazioni. Tutti sapete che Martin due cose sapeva fare nella vita: cantare canzoni e ingollare Martini, ma in questo film dimostra di saper fare anche un’altra cosa… Recitare.

Howard Hawks è un califfo assoluto, ha già visto tutte le situazioni, perché in carriera ha un numero impressionante di classici del Cinema, è talmente dritto e deciso che non ci pensa due volte a licenziare in tronco Harry Carey Jr. che risulta presente nei credits del film, ma che di fatto non si vede mai, la colpa dell’attore? Aver fatto l’errore di rivolgersi al regista chiamandolo “Howard” e non “Mr. Hawks”, giusto per darvi un’idea di che comandate poteva essere.



Troppo mito in una foto sola…
“Rio bravo” è molto incentrato sui personaggi, infatti l’azione vera e propria è
quasi tutta riservata per il finale, ma pur contenendo al suo interno
tante situazioni (e personaggi) tipiche del Western, Hawks pare
dimostrare la volontà di contaminare il genere con elementi comici o
sentimentali e John Wayne, forte del suo nuovo giropanza e di un punto di
vista differente, si presta molto bene.
Quasi tutte le
parti comiche vedono protagonista quel brontolone di Stumpy, Walter Brennan
aveva già vinto tre Oscar come miglior attore non protagonista, quando penso ad
un caratterista, come quelli che non si vedono più al cinema, io penso a Walter
Brennan. Avete presente il vecchietto del West… Anche chi non ha mai visto un
film con Cowboy e Indiani potrebbe descrivervi un ometto scorbutico, con la
doppietta in mano, che parla con voce stridula sbisacciando… Walter Brennan,
lui, ha fatto questo ruolo (e molti altri molto riusciti) in TUTTI i film,
definirlo leggendario sarebbe riduttivo.



Walter “leggenda” Brennan… Se avete un cappello in testa, questo è il momento per toglierlo.
Lo sceriffo Chance
è a dir poco granitico e davanti alle avance di Angie Dickinson, riesce a
risultare impacciato e quasi tenero, non è un caso se Hawks apre e chiude il
cerchio attorno ai due personaggi utilizzando… Della biancheria intima!
Sono i mutandoni
rossi e vistosi, acquistati dal barista messicano per la sua signora, proprio
in quel momento Feathers entra in scena e lo sceriffo si trova a dover gestire
l’imbarazzante situazione, Wayne è bravissimo, gli basta socchiudere gli occhi e
scuotere la testa, per recitare la rassegnazione di un duro che si trova in una
situazione che non gli è familiare, meglio farsi sparare addosso che essere
incastrato in queste situazioni amorose.

L’arco
narrativo dei due personaggi si risolve sempre con della biancheria intima
(quella di Feathers slanciata fuori dalla finestra) in quella che ad Ovest del
“I Love you” / “I know” di Leila e Han Solo, è la più bella dichiarazione
d’amore di un duro al cinema, lui gli dice che l’avrebbe arrestata per non
farla partire, lei capisce che quello è il modo dello sceriffo per esprimere il
suo amore (“Ti ho detto che ti avrei arrestato…”,“Significa la stessa cosa,
lo sai.”).



Il romanticismo al tempo del Duca.
Ovviamente,
quando c’è da fare lo sceriffo, John Wayne è un topo nel formaggio, John T.
Chance è un armadio, ha sempre la parola giusta e se qualcuno si autocommisera lui è sempre pronto a ridimensionare i suoi guai, riesce ad essere
allo stesso tempo un bravo capo, un buon amico, paterno con tutti i componenti
della sua disastrata squadra, sempre pronto a dargli fiducia anche nei momenti
peggiori, un personaggio talmente dritto che per descriverlo basta una scena,
apparentemente da poco, ma eloquente. Quando Dude viene steso e gettato
nell’abbeveratoi per i cavalli, prima fa fuori tutti i criminali, poi spara una
fucilata da 60 metri all’ultimo degli aggressori che cerca di fuggire a
cavallo e mentre sono tutti strabiliati per il suo precisissimo colpo, ti
aspetteresti di sentirgli snocciolare una punch-line da duro del Cinema, invece lui se ne esce con: “Qualcuno prenda quel cavallo”, perché lo sceriffo Chance è
talmente abituato a prendersi cura di tutto, che la cosa più grave per lui è
che il povero animale fugga terrorizzato dal rumore degli spari. Non hai
bisogno di una frase da duro quando sei un duro.
Howard Hawks dirige
tutto con mano fermissima, la scena di apertura resta micidiale e modernissima,
quattro minuti muti, senza un singolo dialogo: Dude e lo Sceriffo entrano nel
Saloon, tutto è basato sul contrasto dal punto di vista della macchina da presa
che ci mostra determinati dettagli e il punto di vista dei personaggi. In un
attimo hai già capito chi sono i buoni, chi sono i cattivi, sai che Chance è
una sequoia pronto ad aiutare i deboli e a maltrattare i prepotenti, in un
attimo siamo già al corrente del dramma di Dude e della sua dipendenza
dall’alcool. Quattro minuti. Senza dialoghi. Cinema allo stato puro.



Non credo si possa riassumere Dean Martin meglio di così.
La
lungimiranza di Hawks sta nel conoscere bene il genere Western anticipandone la
futura crisi, quindi invece del solito binomio buoni contro cattivi, ci mostra
la storia dal punto di vista dei perdenti, tutti alla ricerca di una seconda
possibilità e trova nel personaggio di Dude una prova magnifica di Dean Martin.

Il suo personaggio
del film quando va bene viene chiamato da tutti Dude (l’equivalente di “Tizio”),
quando va male invece tutti lo chiamano con il soprannome che gli hanno
appioppato i Messicani, ovvero Borracho, non credo necessiti di traduzione
(anche se nel film la scena della traduzione è presente).
Dude è alle
prese con le crisi di astinenza di chi sta cercando di smettere di bere, in un
dialogo particolarmente riuscito si lamenta delle sue crisi, lo Sceriffo
gli dice: “Non credere di essere un individuo tutto speciale. Non le hai
inventati tu le crisi d’astinenza” e Dude risponde: “Quella che ho potrei
brevettarla”.



Attenti a questi due…
Il vice di
Chance è lo zimbello di tutti, il gioco più divertente in città è lanciare un
dollaro nella sputacchiera, per vedere se Dude lo raccoglie e lo usa per
comprarsi da bere (spiegato il titolo Italiano), ogni volta che accade Dude è
incastrato tra i morsi del suo corpo e lo sguardo dello sceriffo. Dean Martin che
con la bottiglia aveva familiarità, recita come si recita in paradiso, la sua
prova non si dimentica ed è protagonista di una delle migliori scene mai viste
in un Western (e non solo).
Dopo aver
cercato di ripulirsi e aver preso una batosta dagli uomini di Burdette, Dude
molla, molla tutto, basta fare il vice sceriffo, basta provare a restare
sobrio, le sue mani tremano troppo per fare qualunque cosa, Colorado viene
nominato a sua volta vice sceriffo e per fermare i tremori viene legittimato
sia da Stumpy, ma soprattutto da Chance e farsi un goccetto nel tentativo di
mettere a freno ai tremori. E’ il punto più basso del personaggio, ormai
nessuno crede più in lui (nemmeno Chance, che lo guarda come il padre guarda il
figlio degenere), lui si porta il bicchiere alla bocca, poi si ferma e lo versa
di nuovo dentro la bottiglia: “Non ne ho versata una goccia”, afferma. Come Dean
Martin entrò a far parte della storia del Cinema.


Il momento esatto in cui Dean Martin entra di peso nella storia del cinema.
Anche le
musiche hanno la loro importanza: per tutto il tempo in sottofondo si
sente il “Deguello” (sì, lo stesso della Battaglia di Alamo) ed avendo due
musicisti nel cast non manca il momento canterino, la celebre “My Rifle, My
Pony and Me” avrebbe dovuto far parte di un altro film di Hawks (Fiume rosso),
ma qui cantata da Dean Martin, con Ricky Nelson voce e chitarra ci sta come il
cacio sui maccheroni, ve la canticchierete anche dopo i titoli di coda…



“Com’è che faceva quel pezzo orecchiabile che canticchiavi prima?”.
Il film ha un
unico difetto secondo me: tende a spiegare troppo. Ad esempio, dopo questa scena
Dude dice che la musica che si sente gli ha ricordato delle cose e per quello
la sua mano non ha tremato. A mio avviso una spiegazione superflua, bastava la
scena del bicchiere (anche quella muta) per dire tutto quello che c’era da dire
del personaggio. Così come la spiegazione su cosa vuol dire “Borracho”, ma sono
comunque difetti da poco, si tratta di un film del 1959, non pensiate che quelli che escono oggi siano meno espositivi di questo, al massimo sono meno
innovativi.
Il finale è il
ribaltamento dell’assedio: per tutta la pellicola è la cittadina ad essere
assediata dai criminali,qui Chance e i suoi, stanano i criminali
barricati dentro una casa, guadagnandosi la vittoria (e il riscatto) a colpi di
pugni, pallottole e dinamite, finale esplosivo, in tutti i sensi. Per altro, il
film è talmente un classico del Cinema, da aver influenzato e fatto da esempio
per miriadi di altre pellicole. C’è almeno un regista, però, che ha apprezzato
questo film più degli altri, di fatto ci ha basato su un’intera filmografia
modellando la sua regia (ma anche il piglio deciso) da Howard Hawks, inizia per
C, finisce per Arpenter, potreste averne sentito parlare, se per caso così non
fosse (anche se mi pare improbabile) ci rileggiamo da questa parti… Restate
tonnati!
“Non ha nulla
nello stomaco. Soltanto coraggio”. (Stumpy)
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