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Un fantasma in casa (2023): …e quel fantasma si chiama Netflix

Christopher B.
Landon stava mettendo a segno un’infilata di titoli di tutto rispetto, in
equilibrio tra horror e commedia, lui che aveva iniziato con il “Paranormal
Activity” che da noi è uscito con il titolo “Il segnato” (2014), per poi
passare a quella simpatica bojata di “Manuale scout per l’apocalisse zombie”
(2015).
Anche se il meglio
Landon, figlio dell’attore Michael (si, quello di “Bonanza” e “La casa nella
prateria”) lo ha dato con la doppietta Auguri per la tua morte e Ancora auguri per la tua morte, una trilogia mancata che però si è fatta molto ben
perdonare, sopperendo al terzo non-film grazie allo spassoso e riuscitissimo Freaky, se
non lo avete visto cercatelo è un gioiellino. Insomma striscia positiva aperta
ottenuta sotto l’ala protettiva di Jason Blum, ma prima o poi tutti i registi
americani contemporanei devono affrontare una sfida più grande, un mostro
chiamato… Netflix. Paura eh?

Forse l’obbiettivo
di Christopher B. Landon era quello di misurarsi con qualcosa di simile, ma un
pochettino diverso ai titoli che lo hanno messo sulla mappa geografica, un film
che la nota piattaforma della “N” rossa ha spacciato per divertente commedia
horror, spingendo sull’unica scena con una faccia che si scioglie, anche perché
ve lo dico subito, non si ride da cadere dal divano e non ci si spaventa, anche
perché “Un fantasma in casa” sembra uno di quei film d’avventura, con elemento
sovrannaturale che se avessi visto da bambino sulla tv di casa, probabilmente
sarei finito a rivedere sette otto volte, purtroppo nel 2023, quando ormai
bambino non lo sono più da un pezzo, qualche intoppo risulta ben più vistoso.

La buffissima commedia Netflix (che non fa ridere)
“We have a ghost” è
tratto da un racconto breve, quindi bisognerebbe capire come mai Netflix abbia
deciso di farne un film della durata di due ore e sette minuti, se non per la
solita ossessione da parte della piattaforma, di tenere inchiodati gli
spettatori più tempo possibile. Normalmente per una storia i minuti extra sono
qualcosa di positivo, peccato che qui vengano tutti utilizzati alla moda di
Netflix, ma invoco Anders Celsius, andiamo per gradi.

Come la maggior
parte degli horror, inizia con un trasloco. Vatti a fidare dell’agente
immobiliare eh? Quello ti vende la casa infestata da Ernest interpretato da David
Harbour, uno artisticamente nato su Netflix e sempre più a suo agio con
i ruoli strambi, qui in prova da divo nel muto, migliore in campo
malgrado il brutto finto riporto in testa. L’unico che riesce inizialmente a
vederlo è Kevin Presley (Jahi Di’Allo Winston) adolescente depresso, anche dai
continui traslochi imposti da papà Frank (Anthony Mackie).

Vorrei leggere il
racconto originale per togliermi il dubbio, perché i Presley mi sembrano la
classica famiglia bianca, anche solo per via dei gusti musicali di Kevin.
Inizialmente pensavo che un ragazzo di colore che ascolta in cuffia Alice
Cooper fosse una delle trovate divertenti, ma siccome questo film non fa
ridere, al massimo sorridere, mi sono dovuto ricredere quando Kevin ha confermato
il suo buon gusto musicale ascoltando Creedence e Doors, quindi sospetto che
Netflix ci abbia messo lo zampino ma poco importa, il filmato di Ernest diventa virale e papà
Frank trova il modo per fare i soldi.

«Non viene bene in foto è meglio dal viv… no niente, lascia stare»
Uno dei momenti
“simpatichini” del film è la critica ai Social-Così con Ernest al centro di un
serie di colpi di testa virali, Challenge (come quella di attraversare il muro
di corsa) e tick nervosi da Tik Tok vari, il tutto mentre Kevin fa la
conoscenza della vicina di casa: adolescente orientale che parla solo di
inclusività e genere, che ovviamente sa fare tutto BENISSIMO e che stranamente
non si chiama né Mercoledì né Mary Sue, anche se ne ha tutte le
caratteristiche. Qui decisamente ci vedo lo zampino di Netflix.

Siccome è un film
popolato di facce da piccolo schermo, la prima ciarlatana televisiva a cui Ernest
fa collezionare una figura da cioccolataia è la presunta medium Judy Romano
interpretata dalla prezzemolina Jennifer Coolidge, ma la migliore per me
resta la comica che non fa ridere nemmeno utilizzando la legge dei grandi
numeri Tig Notaro, altra con esperienza di Netflix alle spalle.

2023 anno del coniglio secondo il calendario cinese, di Jennifer Coolidge secondo quello americano.
Il suo personaggio è
un pastrocchio più unico che raro: scrittrice fallita di libri sul paranormale,
sostiene – grazie ad un comodo spiegone – che lei era a capo di un gruppo
segreto di acchiappa fantasmi ovviamente con fanta-fucile, ma siccome non è mai stato
trovato nessun vero fantasma quindi è stata cacciata dalla CIA e usata come capro
espiatorio. Salvo un minuto dopo l’apparizione in rete di Ernest la ritroviamo
prima a comandare battaglioni, truppe, schieramenti di soldati della CIA armati
fino ai denti, fino al momento in cui si fa intenerire dal riportone del
nostro Ernesto, per poi uscire dalla trama senza conseguenza alcuna per i suoi
gesti. Insomma uno sviluppo narrativo bipede e nemmeno uno di quelli utilizzati al meglio, giuro che Tig Notaro non mi ha fatto nulla (sicuramente non
ridere), però ultimamente sta diventando un cartello d’avviso vivente sulla
qualità ballerina dell’opera in cui recita.
Quando ho visto la rastrelliera con i fucili ho sperato in un guizzo per Tig Notaro, ma niente.
Potrei andare avanti
per ore, ad esempio ci sarebbe da sottolineare il monologo di papà Anthony
Mackie che confessa tutti i suoi errori paterni al figlio, talmente assurdo e
fuori dal mondo che basta ascoltarlo, per capire che “Un fantasma in casa” più
che una commedia/horror (poco commedia e poco horror) è un film di fantascienza
e il fantasma di David Harbour, diventa di colpo l’elemento più credibile della
trama.

Passiamo ai lati
positivi, quando i personaggi appiccicati alla trama per stiracchiarla fino a
due ore e le trovate alla Netflix lasciano spazio ai personaggi, “Un fantasma
in casa” diventa un’avventura con elemento sovrannaturale tutto sommato
abbastanza riuscita, ci sono inseguimenti in auto che funzionano bene e
sfruttano a dovere il fatto che uno dei personaggi coinvolti, possa zompare da
un’auto all’altra, attraversando la lamiera senza troppe difficoltà.

«Attento che ti spettini i cape… no niente, lascia stare»
Allo stesso modo il
mistero sull’identità di Ernest tiene banco piuttosto bene, ci sono un paio di
cambi di fronte che ci costringono a pensare al povero fantasma intrappolato in casa sotto un’altra prospettiva, purtroppo anche qui, nel finale subentra la dannata
esigenza di inserire personaggi spiegoni che ti minacciano con il coltello si,
ma intanto ti raccontano la storia della loro vita e i passaggi chiave del
film, roba che ti fa venire voglia di urlare: tagliami la gola e basta!

La parte migliore di
“We have a ghost” è la prova muta di David Harbour, ultimamente in striscia
positiva di scelte giuste e di prove convincenti, così come il rapporto che si crea
tra il fantasma e il ragazzo, a cui evidentemente manca una figura paterna o
anche solo qualcuno in grado di ascoltarlo, quindi chi meglio di un fantasma che non
parla e che ha l’eternità da riempire?

Quando scelgono un altro attore per il ruolo di Hellboy e tu resti nel limbo.
Insomma, Christopher
B. Landon voleva cimentarsi con qualcosa di simile ai suoi film precedenti
(commedia con elemento Horror) diciamo che la continuità con la sua filmografia
si nota, se ha voluto mettersi alla prova con un’avventura per ragazzi anche
qui, promosso. Dove invece il suo tocco che è andato migliorando di film in
film si è schiantato di faccia contro il monolite Netflix (il Nonolite!) è
stato nell’uso dei cliché. Fino a questo momento Landon era stato bravissimo a
sfruttarli a suo vantaggio, fino all’apice raggiunto dal bellissimo Freaky,
qui invece è evidente che contro il reparto vendite della celebre piattaforma
di streaming quasi nessuno può e di sicuro non il nostro Landon, che mi auguro
torni ad abbracciare l’horror oppure semplicemente, si tenga a distanza di
sicurezza da Netflix.

Da parte mia, ero
interessato al suo nuovo lavoro e non potevo non portare su questa pagine un
film che ha il saluto ufficiale della Bara in locandina, il Bro-fist. Ma a
parte questo sono ben felice di aver disdetto l’abbonamento alla piattaforma, o
mi mettono qualcosa di valido, altrimenti fino alla serie con Arnold
Schwarzenegger protagonista, non mi rivedono più, scompaio come Ernest.

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