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Un giorno di ordinaria follia (1993): maschio bianco, incazzato nero

Allacciatevi ben stretto il giubbetto antiproiettile e attenti ai proiettili vaganti, il vostro Quinto Moro dal grilletto facile vi porta a fare una passeggiata tra i sobborghi di Los Angeles del 1992. O è il 2022? Perché il tempo passa ma certe cose non cambiano mai.

Alle superiori tenevo in tasca una lista di film, e se sentivo parlare di un titolo con sufficiente entusiasmo finiva sulla lista. In una tediosa giornata come tante una prof. mi fece drizzare le orecchie dicendo: “come in Un giorno di ordinaria follia, con Michael Douglas che un giorno perde la pazienza e va in giro a far esplodere le cose con un bazooka”. Non ho la minima idea di cosa avesse blaterato prima o dopo la parola “bazooka” ma tanto bastava, ho gusti semplici io.
Basta parlare del passato. Sguardo al futuro! Ma è la mia scuola quella?
Al titolo originale “Falling down” ho sempre preferito l’italico “Un giorno di ordinaria follia”, ma si perde l’inside-joke sulla canzoncina “London Bridge is falling down” che unisce le storie dei due protagonisti: ricordo felice di un giorno alle giostre per uno, il sogno di vecchiaia pacifica in Arizona per l’altro, così come il falling down del protagonista. Il film però non racconta “la caduta”, piuttosto un tentativo di risalita dopo il duro risveglio sul fondo del sogno americano. Ed è nell’incipit rubato a 8½, in mezzo al traffico, assordato dai clacson e i martelli pneumatici, stressato dalla calura e dalle mosche, che Bill Foster – aka D-Fens la D è muta – si scuote dal torpore. Abbandona l’auto per tornare a casa dalla sua famiglia e fa quasi tenerezza. Sembra un impiegato, con occhiali, camicia bianca e cravatta. Un tipo qualunque. Ma avete presente le interviste ai vicini di casa nella cronaca nera?
«Un tipo tranquillo, salutava sempre…»
Bill ha il volto di un Michael Douglas all’apice della carriera, reduce dai successi che l’avevano portato nell’Olimpo di Hollywood e scrollarsi la pesante eredità paterna: dalle relazioni pericolose con Glenn Close e Kathleen Turner, passando per le strade di Wall Street e il letto di Sharon Stone. Douglas junior è sempre stato meno guascone di papà Kirk, eppure su quel mascellone e lo sguardo infido ha costruito i suoi personaggi migliori, spesso torbidi, fallibili e sull’orlo del precipizio. Questo ruolo sembrava scritto per lui, e Douglas ci teneva tanto da ridursi il cachet pur di agevolare la produzione, che non era proprio convintissima. Si perché il momento non era propizio per un film su un maschio bianco – e armato – in giro per Los Angeles a sfogare la sua rabbia. Ve lo immaginate questo film uscire dopo l’uccisione di George Floyd o l’attacco al Campidoglio? Nel 1992 stessa cosa, con le rivolte di Los Angeles scoppiate per via di quattro sbirri che erano stati ripresi a bastonare (letteralmente) l’afroamericano Rodney King: assolti. L.A. fu gettata nel caos per settimane, con decine di morti ammazzati. “Un giorno di ordinaria follia” si stava girando in quell’atmosfera, negli stessi quartieri delle rivolte, con l’interruzione delle riprese in esterni e ritardi di produzione. Quando il film uscì incassò accuse di razzismo e un vaffa dai coreani offesi che lo bandirono, sentendosi mal rappresentati dal negoziante troppo caro (avete presente gli indiani offesi per Apu nei Simpson? Stessa cosa. 1992 – 2022. Differenze? Ah sì, abbiamo gli iPhone. Molto utili per riprendere certe gesta di chi veste di nero o di blu, non solo come alternativa alle cabine telefoniche.
Metti “Like” se desideravi farlo negli anni ’90
Cabine telefoniche a parte, il film è invecchiato tristemente bene. Se trent’anni fa potevamo raccontarci che “quelle cose lì succedono solo in America”, questo film ci mostra un mondo più vicino, una cartina tornasole delle solite tensioni sociali irrisolte, individuali e collettive. Michael Douglas qui è una specie di prototipo del maschio divorato e tradito dal mondo che sperava di dominare, o almeno di servire. Tutto ciò che gli resta è la rabbia, urlata una frase iconica dopo l’altra dal “te la do la valigetta, nei denti!” alla più maschia “impara a sparare stronzo!” Potrei recitarvele tutte, ma il meglio sta nelle sfumature che l’attore riesce ad esprimere, rivelando a sorpresa le fragilità del personaggio (la scena della bambina mi colpisce ogni volta). Infatti Bill non è il prototipo dell’americano razzista e retrogrado, è un uomo comune deragliato, patetico, sfinito: non è un fanatico delle armi – spesso incapace di usarle – né un razzista convinto. Sembra incarnare la rabbia fascista dell’uomo bianco, ma la rifiuta con tutto se stesso.
Legge delle 3P: Non con la Prosa né con la Poesia. A certa gente la democrazia va spiegata col Piombo.

[SPOILER: da notare che il fascistoide è l’unico che Bill uccide direttamente, mentre il resto delle sue vittime più che altro passa un brutto quarto d’ora FINE SPOILER]
Bill non è incazzato col coreano immigrato perché è un coreano immigrato, né con la gang dei latinos perché sono latinos. Bill è incazzato col mondo. In ogni atto di violenza cerca di autoassolversi, rivendicando il diritto alla rabbia e quel posto nel mondo che sa di aver perso. Disprezza tanto i poveri che gli chiedono l’elemosina quanto i ricchi che giocano a golf. Tanto gli immigrati stranieri quanto i fascisti americani. Alla fine, l’unico uomo per cui sembra provare empatia è un afroamericano, camicia bianca e cravatta che come lui ha perso la testa e sbraita davanti a una banca perché non è “economicamente affidabile”.

«Ora devi fare a te stesso una domanda: mi sento economicamente affidabile?» (quasi-cit.)

Il film si limita a suggerire i retroscena del crollo di Bill, svelati solo nel finale, e l’eroe per forza che si ritrova a contrastarlo è lo sbirro buono col faccione di Robert Duvall. Quest’uomo tranquillone pronto alla pensione è la risposta più improbabile all’escalation di violenza. In fondo l’eroe e il cattivo sono pecore in un bizzarro giorno da leoni, e come in The Killing Joke (sì, il fumetto) abbiamo due personaggi che rispondono al trauma in maniera opposta e contraria: hanno avuto entrambi fallimenti e ferite ma Bill come Joker abbraccia la follia, Prendergast come Gordon mantiene la sua integrità.

«Sono il Sergente Prendrerg…Pendreragrst…Pender… insomma, mi chiamo Wolfe, risolvo problemi»
Discorsi sociopsicopoliticantropologici a parte, questo poliziesco atipico è diretto da quel signor regista di Joel Schumacher, che non dovremmo ricordare solo per i tristi giorni tra le tutine capezzolute di Batman & Robin. Schumy sa come costruire la tensione o rovesciare tutto, alleggerendo l’atmosfera e depotenziando l’ira del protagonista con situazioni farsesche – la scena del fast food, la con la mitica valigetta. Se il film funziona così bene, oltre al mestiere del regista, è per la sceneggiatura di Ebbe Roe Smith che di mestiere faceva l’attore ma qui centra il bersaglio pieno. Le maestranze di serie A nella crew hanno fatto il resto: Andrzej Bartkowiak alla fotografia (una carriera con Sidney Lumet) rende tutto bello da vedere, dal solleone mattutino alle soffuse scene in interni, e se Bill spicca praticamente in ogni scena per i contrasti di colori, Prendergast si confonde continuamente con lo sfondo, quasi una carta da parati umana. Paul Hirsch al montaggio (fido compare di un altro grande: Brian De Palma) si fa notare in tutte le scene più importanti, dove il ritmo e la tensione sono misurati proprio dagli stacchi.
“London Bridge is falling down” musicata da Morricone sarebbe stata la ciliegina sulla torta.

Il finale è il colpo di coda che fa sbocciare quanto seminato per tutto i film. I tormenti dell’iroso Bill e del buon Prendergast si legano in un unico, grande disegno. La resa dei conti è un momento meta-cinematografico che punta all’umanità piuttosto che all’epica. Come nei grandi polizieschi e nei grandi western, il cattivo nemmeno sapeva d’essere braccato, il buono invece si è dannato l’anima pur di fermarlo. Solo che ci ritroviamo con un cattivo che non voleva esserlo, e un buono che non vuol fare l’eroe ma solo la cosa giusta.

Chiudo con una nota dolorosa e nostalgica per la mia vhs del film, caduta nell’esercizio del dovere per la stesura di questo commento: non ha retto a stop e riavvolgimenti. Un minuto di silenzio per il nastro martoriato dal vecchio videoregistratore. Ma se vi ho convinto a scoprire o rivedere questo film con lo sguardo di oggi, ne sarà valsa la pena.
P.S. Mille grazie a Quinto Moro per aver recensito il film! Vi invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.
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