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Una famiglia al tappeto (2019): il wrestling è un affare di famiglia

Iniziamo dai fondamentali: il titolo italiano di questo film
fa schifo e la locandina è una mezza truffa. Ma malgrado tutto questo è meglio di quello che mi sarei aspettato, al netto di almeno un paio di difetti (uno
piuttosto grosso), risulta essere la biopic che non ti aspetti.

“Una famiglia al tappeto” vorrebbe essere l’adattamento
italico del gioco di parole originale “Fighting with my family” che riesce allo
stesso tempo ad essere anche simpaticone e accattivante per il pubblico,
peccato che modifichi completamente il senso del titolo originale. Inoltre
sulla locandina (anche quella originale) compare in bella vista The Rock come
se fosse un componente della famiglia di protagonisti, oppure un personaggio
con un ruolo chiave nella vicenda, anch se non è affatto così, ma ormai abbiamo capito
che The Rock se la gioca con Will Smith per il titolo di attore americano più
in fissa con la famiglia nei suoi film.

I Bevis: Come la famiglia Addams ma con più mani (in faccia).

Liberamente ispirato al documentario “The Wrestlers:
Fighting with My Family” (2012) di cui si possono vedere alcune immagini sui
titoli di coda e che dopo questo film vorrei quasi recuperare, “Fighting with
my family” è scritto e diretto da Stephen Merchant, uno con un lungo curriculum
che prevede parecchia tv (“The Office” e “The Ricky Gervais Show”) ed è il
classico attore che avete visto in TUTTI i film, molti dei quali anche recenti, e che ti fa esclamare: «Ah,
non lo sapevo facesse anche il regista».

La storia è quella della ragazza nata con il nome di Saraya
Bevis, ma più celebre con quello di battaglia di Paige (Si, come il personaggio
di Rose McGowan nel telefilm “Streghe”), campionessa di Wrestling partita dalla
provincia inglese per conquistare la WWE. Il Wrestling per i Bevis è una cosa
che hanno nel sangue («Come l’epatite A e B»), il vero nome della ragazza
deriva da quello di battaglia di sua madre Julia “Saraya Knight”
Hamer (interpretata da Lena Headey con una stramba parrucca in testa), ma per
tutti i componenti della sua famiglia combattere è la normalità.

Il premio genitori dell’anno va a…

Papà Patrick organizza combattimenti e qui ha il faccione (e
la cresta) di un azzeccato Nick Frost, mentre il fratello maggiore, il vero
talento della famiglia, Zak “Zodiac” Bevis (Jack Lowden, era uno dei
mille milioni di attori di Dunkirk) è
quello destinato alla grandezza e al professionismo nella WWE, almeno a detta
di tutti i componenti della sua famiglia.

Prendersi cura degli affari (di famiglia).

Con un ellisse narrativo decente, Stephen Merchant ci
racconta come Paige sia passata dalla passione per “Streghe” a quella per il
wrestling, portandoci nel mondo in questa stramba famiglia che vive per la
lotta, e che va ogni mattina ad allenarsi, raccogliendo i ragazzi del quartiere
sul loro scassato furgone, per andare tutti insieme sul ring ascoltando “Bring
your daughter to the slaughter” degli Iron Maiden e “Born to Raise Hell” dei Motörhead.
Insomma le basi per qualunque vostra normale famiglia Inglese che si rispetti.

La svolta arriva quando la WWE tiene una selezione per nuovi
talenti proprio a Londra, il perfetto trampolino di lancio per Zak
“Zodiac”, che si corona con un incontro con il loro mito d’infanzia, Dwayne
Johnson nei panni del ruolo che ricopre ogni giorno da quando è nato, ovvero
quello di The Rock.
Qui il film si prende una libertà perché The Rock e i Bevis
si sono incontrati in un altro momento delle rispettive vite, ma non è quello
che ci interessa, per l’aderenza alla realtà esiste già il documentario, questo
è un film che purtroppo deve fare nuovamente i conti con la campagna elettorale
di The Rock per diventare presidente, beh del mondo credo. Ormai è la sua attività a tempo pieno.

“Non chiederti cosa il presidente Rock può fare per te, chiediti cosa il presidente Rock può fare per quegli addominali flaccidi… Corri in palestra dannato ciccione!”

The Rock che comparirà qui, e per altri due minuti a fine
film – ma anche nella frase a fine film, quella riassuntiva che spiega che fine
hanno fatto tutti i personaggi, davvero utilissima per uno con la sua popolarità –
di fatto interpreta il “motivatore” autore di un paio di frasi fatte, ma la
sensazione è che sia saltato a bordo giusto per portare avanti il suo ruolo di
essere umano modello, in un film prodotto dai suoi amici della WWE.

Eh sì perché a finanziare tutta l’operazione troviamo
proprio i WWE Studios, specializzati in film con una caratteristica
fondamentale, la potete notare imbattendovi nella produzioni di questa casa di
produzione (oppure leggendo Il Zinefilo),
quella di prendere i loro lottatori e usarli nei film per fare tutto, tranne
che lottare. Si ritrovano a fare i Marines,
i serial killer assassini come nel caso di Kane in “Il collezionista di occhi”
(2006), davvero qualunque ruolo, tranne quello che fanno da professionisti,
picchiarsi e recitare un ruolo da “Hell” oppure da “Face”, da cattivo o da
buono in base al gradimento del pubblico.

Paige, nella versione cinematografica di Florence Pugh…

Ecco, possiamo dire che “Fighting with my family” soffre
dello stesso identico problema, ma opposto, qui ad interpretare dei Wrestler,
sono stati chiamati dei veri attori professionisti, il che va benissimo quando
Paige si trova davanti a delle belle figliole, scelte per le loro avvenenza, ed
etichettate con un minimo di arroganza dalla ragazza come un mucchio di cheerleaders.
Va un po’ meno bene quando la tua protagonista e suo fratello, cresciuti a pane
e Wrestling sono Florence Pugh e Jack Lowden, il secondo ha un fisico da
ballerino, e già sono stato magnanimo.

…La vera Paige, che non è proprio come Florence Pugh (però ho capito perché il wrestling femminile è così popolare)

Per il ruolo di Paige ci sarebbe stato bisogna di una un po’
più “maschiaccio”, a tratti fa quasi tenerezza vedere il metro e sessanta di Florence
Pugh trotterellare per il ring. Certo quando la ragazza si abbatte, e dubita di
se stessa (e della sua avvenenza) funziona avere una “diversamente alta”, ma
vicino al reclutatore della WWE, interpretato piuttosto bene da Vince Vaughn,
sembra la sua borsa da palestra.

“Quel caschetto di capelli biondi… Owen sei tu?”

Detto questo, se riuscite a chiudere un occhio sulle manie
di grandezza di The Rock, e sul fisichino di Florence Pugh, bisogna dire che la
ragazza è davvero mostruosa, si carica letteralmente il film sulle spalle,
calandosi nel ruolo più di quanto il fisico palesemente non da lottatrice le
permetta di fare. Se “Fighting with my family” funziona e appassiona, per buona
parte lo dobbiamo solo alla sua prova.

Devo ancora inquadrarla bene questa ragazza, so che è brava,
lo abbiamo visto in Midsommar, ma per
riconoscerla ci ho messo un po’, ho dovuto verificare i titoli di coda del film
per accertarmi che fosse la stessa, che aveva già sfoggiato talento in Outlaw King. Faccio fatica a
riconoscerla di film in film, ma resta il fatto che ultimamente dove compare fa
fuoco e fiamme, tanto di cappello.

Qui ad esempio di regala un’ottima imitazione di Silent Bob.

“Fighting with my family” diventa una storia sull’accettare
se stessi, la propria stranezza – quella che ci rende unici – ma anche quello
che uno ha, in questo senso Stephen Merchant è bravo a portare avanti in
parallelo le storie di entrambi i fratelli, da una parte all’altra dell’oceano
Atlantico. Zak non si rende conto di quello che ha, troppo accecato dal sogno
che sta inseguendo da tutta la vita, Paige invece rischia di perdere quello che
la rende speciale, perché omologarsi alla massa è più facile.

Quando in famiglia arrivano gli scontri maggiori? A Natale
ovviamente! Infatti il ritorno a casa di Paige per le feste, diventa il momento
di scontro con la sua famiglia (capito cari autori del titolo italiano?),
quello che servirà a farla ripartire di slancio con un “Training montage” in
puro stile Rocky, che però sulle note
di un classico come “Taking care of business”.

“Volevo cantarvi un pezzo famoso dei Bachman Turner Overdrive”

Sempre dimostrando di aver capito la lezione di zio Sly, Stephen
Merchant intelligentemente azzera la distanza tra finzione e realtà e riprende il
match finale (che poi è il primo da professionista di Paige) come se fosse un
incontro televisivo di Wrestling, proprio come accadeva in Rocky Balboa.

Insomma al netto di uno strano casting e delle sortite di
The Rock, “Fighting with my family” porta a casa il risultato, anche se mi ha
lasciato con la voglia di recuperare il documentario originale, sperando che nel
confronto diretto non risulti superiore a questo film.
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