
Lo sapete benissimo, oppure ormai vi dovrebbe essere chiaro, questa Bara viene spesso associata agli anni ’80, quelli veri, quindi trova in John Hughes uno dei suoi massimi cantori, la scorsa settimana abbiamo affrontato il compleanno di Bella in rosa, sceneggiato dal genietto di Chicago, oggi parliamo dell’altro film che spegne le sue prima quaranta candeline quest’anno, questa volta anche diretto da Hughes.
La capacità di quelli davvero bravi è di far sembrare semplice qualcosa che non lo è, la dimensione del talento di John Hughes è data proprio da quello, i suoi film sono freschi come una birra tirata fuori dal frigo, anche a distanza di quarant’anni dalla loro uscita, tanto da dare l’impressione di essere stati facili da realizzare, ma se Hughes ha scritto il copione di “Ferris Bueller’s Day Off” in una settimana è solo perché era molto ma molto bravo, perché una commedia così è tutto tranne che semplice da scrivere.

Forse il vero lascito di Hughes è proprio questo, aver saputo parlare ai giovani e di giovani, dando spessore a tutto un filone, quello del cinema per ragazzi, se non proprio per adolescenti, che fino a quel momento era saldamente in pugno alle commedie scoreggione e poco altro. Tra tutti i titoli della sua produzione che sono diventati fondamentali, superando anche la barriera temporale del culto generazione, ne abbiamo parecchi, “Ferris Bueller’s Day Off” è decisamente uno di quelli, se ogni tanto qualcuno minaccia uno spin-off sui due parcheggiatori in fuga sulla Ferrari (uno dei quali impersonato da Richard Edson) è solo perché questo film è talmente celebre da essere beh, un Classido!

“Una pazza giornata di vacanza”, uscito nel 1986 e arrivato da noi con un titolo che promette caos più che filosofia, è uno di quei film che sembrano nati per essere guardati la mattina su Italia 1, magari saltando la scuola o il lavoro, e che invece finiscono per insegnarti qualcosa sul tempo, sulla giovinezza e sul valore dell’istante. John Hughes, nello stesso anno di Bella in rosa e pochi mesi dopo Breakfast Club e La donna esplosiva, mette a segno quello che a posteriori appare come il suo film-manifesto, non il più profondo, non il più drammatico, ma il più libero.
Ferris Bueller non è un personaggio, è un concetto, l’incarnazione cinematografica del “chi se ne frega” elevato a filosofia di vita, una specie di guru adolescenziale che rompe la quarta parete con la naturalezza di chi sa di avere ragione. Non chiede il permesso allo spettatore, gli strizza l’occhio e lo trascina con se, infatti Hughes lo scrive come una fantasia di potere adolescenziale, certo, ma anche come una risposta gentile e sovversiva a un’America anni ‘80 sempre più ossessionata dalla produttività, dalle regole e dalla paura di restare indietro rispetto agli altri.

La trama è ridotta all’osso: un giorno di scuola marinato, un amico ipocondriaco, una fidanzata troppo intelligente per stare al gioco ma non abbastanza cinica per tirarsi indietro, una gita improvvisata a Chicago e beh, una Ferrari, tutto qui. Ed è proprio questa semplicità che permette al film di respirare, perché Hughes non è interessato al conflitto tradizionale tra generazioni, quanto piuttosto al movimento, Ferris si muove, corre, improvvisa, balla, canta, mentre il mondo degli adulti arranca e insegue.
Il vero antagonista, il preside Rooney (Jeffrey Jones), non è cattivo, direi che più che altro è obsoleto, la personificazione di un sistema che ha perso il contatto con la realtà degli studenti e che per questo diventa grottesco. Ogni sua apparizione è una sconfitta annunciata, non perché Ferris sia più furbo (a volte il preside lo batte in astuzia), ma perché è più vivo, Rooney crede nelle regole come fine ultimo, Ferris le vede per quello che sono, strumenti, spesso mal utilizzati, per tenere in piedi una struttura che puzza di vecchio.

Matthew Broderick qui, era nel mezzo di quella che qui alla Bara Volante chiamiamo La trilogia del Broderick, il suo personaggio infatti ha un talento con i computer che sembra derivato da uno dei tre capitoli. Qui l’attore interpreta Ferris con una leggerezza disarmante, senza renderlo mai spocchioso, e questo è un mezzo miracolo, il rischio con un personaggio così sarebbe stato altissimo anche perché Ferris mente, manipola, sfrutta gli altri e si prende gioco di chiunque, eppure come spettatore è impossibile odiarlo, anzi, proprio perché Hughes lo scrive come una forza della natura, più che un ragazzo reale e l’adolescente ideale che avremmo voluto tutti come amico. Ferris non esisterebbe nella vita vera, ed è proprio questo il punto, ma è la personificazione di tutti coloro che, sognando ad ogni aperti sul tempo sprecato, guardano l’orologio in classe (prima e al lavoro dopo) aspettando la campanella e pensando a come sarebbe stato bello impiegare meglio quel tempo.

Accanto a lui, Cameron (Alan Ruck) è il vero cuore del film, il suo arco narrativo cresce piano piano per esplodere nel finale, con tanto di “ciocco” fortissimo liberatorio ai danni della bella Ferrari 250 GT California Spider del 1961. Ipocondriaco, paralizzato dall’ombra di un padre assente e oppressivo, Cameron è l’unico personaggio che davvero cambia, perché Ferris procede nel suo moto continuo uniforme, immutabile nella sua perfezione, Cameron invece è dinamico, anche nelle sue fragilità. La famosa scena della Ferrari non è una gag, è una catarsi spacca tutto, il momento in cui Hughes smette di scherzare e mette sul tavolo il prezzo emotivo dell’educazione basata sulla paura.
Sloane, spesso ridotta a semplice contorno, è in realtà uno dei personaggi femminili più intelligenti del cinema di Hughes perché non è una groupie di Ferris, non è ingenua o passiva, piuttosto risulta consapevole del gioco e lo accetta, scegliendo di prenderne parte. In un film che celebra la libertà individuale, la sua presenza costante è fondamentale per non trasformare Ferris in un piccolo tiranno. La curiosità deriva dal casting, nei piani originale del regista di Chicago, avrebbe voluto la sua fidatissima Molly Ringwall, ma il provino di Mia Sara ha impressionato così tanto il regista da decidere per un cambio (Storia vera).

Poi come sempre, nei film diretti o scritti dal genietto di Chicago, la sua città è più che una semplice ambientazione, Hughes qui la filma come una città viva, lontana dal Blues di Landis e dalle trame Gangster a cui spesso è associata. La Willis Tower, il Chicago Mercantile Exchange, il Wrigley Field oppure l’Art Institute of Chicago sono tappe di un pellegrinaggio urbano che trasforma una giornata rubata in un’esperienza totale. Ora, io non vorrei metterla giù troppo dura citando tirando dentro Jean-Luc Godard e le corse nei musei di “Bande à part” (1964), ma Hughes senza mai sbatterla in faccia allo spettatore, ha creato quel tipo di iconografia lì, a dimensione di una generazione che comunque ci è cresciuta, utilizzando il linguaggio del cinema per ragazzi.
A questo proposito, la celebre sequenza della parata, con “Twist and Shout” dei Beatles, non è solo iconica ma è una dichiarazione d’amore per il cinema liberazione collettiva, oltre che il momento di celebrazione di Ferris Bueller al massimo della sua Ferris Buelleritudine, credo di aver inventato una parola.

Menzione speciale per la regina senza corona del film, Jeanie Bueller (Jennifer Grey) che è la protagonista di un film-nel-film tutto suo, per altro riuscitissimo, e che trova come improbabile principe azzurro l’apparizione di Charlie Sheen, in una di quelle parti minimali a cui Hughes sapeva dare vita e un retroterra percepito anche se mai raccontato, l’abilità di quelli bravi per davvero.

Formalmente, “Una pazza giornata di vacanza” è più sofisticato di quanto sembri, la rottura della quarta parete, usata con leggerezza e precisione, anticipa soluzioni che diventeranno comuni solo anni dopo e che non a caso, sono state citate da Deadpool, personaggio che di trovate così ci si ingozza. Ferris parla allo spettatore non per spiegare la trama, ma per coinvolgerlo emotivamente, per renderlo complice, non siamo solo osservatori, siamo assenti (in)giustificati insieme a lui.
A quarant’anni dall’uscita, il film non ha perso smalto, secondo me ancora oggi, quei pochi che non lo avessero mai visto, potrebbero ancora goderselo per quella sua spontanea freschezza. In un’epoca in cui il tempo libero è colonizzato dagli algoritmi e la ribellione (di solito più presunta che reale) viene immediatamente monetizzata, Ferris Bueller appare come il fantasma dell’ingenuità passata. In un tempo che corre via – infatti siamo qui a festeggiare i primi quarant’anni del film – suona ancora di più come un invito a fermarsi, a guardarsi intorno e a vivere, più radicale di quanto non fosse nel 1986.

Come tutto il cinema di John Hughes, un film che parla agli adolescenti e agli adolescenti dentro gli adulti, quelli che a volte si chiedono quando hanno smesso di concedersi una giornata rubata, perché il tempo passa, e se non stai attento, passa senza di te.
Anche rivedendolo oggi, quando partono i titoli di coda, con Ferris che ti manda via con l’ennesimo sguardo in macchina e l’accappatoio addosso di chi vuol godersi il suo tempo anche solo stando in panciolle, non puoi fare a meno di pensare che sì, forse aveva ragione lui, forse ogni tanto bisognerebbe davvero prendersi una pazza giornata di vacanza.


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