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Una vita al massimo (1993): il romanticismo non è morto (vuole solo lasciare un bel cadavere)

Di cos’ha bisogno una coppia per funzionare? Eh, domandona, lo so. Vogliamo stare sul generico? Quello che conta in comune e la giusta dose di differenze per bilanciarsi? No, non avete sbagliato indirizzo, non siamo la Bara puccettosa dell’amore, ma oggi parliamo di questo, di grandi coppie, nel nuovo capitolo della rubrica… Lo Scott giusto!

L’ultimo boy scout è il più grande film della storia del cinema, tutti d’accordo su questo punto fermo, no? Ma è anche uno di quei capolavori nati dalla competizione e dai dissidi interni. Tony Scott non sopportava lavorare con Joel Silver e tutti insieme impazzivano dietro alle richieste di Bruce Willis che, in compenso, passava il tempo a guardarsi in cagnesco con Damon Wayans. Gli unici ad andare d’accordo erano lo Scott giusto e Shane Black, insomma i veri responsabili di quella meraviglia, perché, dài, ammettiamolo: sono fatti della stessa pasta quei due, una coppia perfetta alla quale mancavano le condizioni per sfornare altri capolavori.

Quentin Tarantino ha la bocca larga, non sta zitto un minuto e ne dice tante, proprio tante, non tutte da prendere come oro colato perché se così fosse la sua filmografia vanterebbe venti film in più. Però, quando parla di Tony Scott, Tarantino è dannatamente convinto che Revenge sia il film migliore dello Scott giusto. Vero o no, Quentin non è stupido, lo sa che è anche un po’ merito di Tony se ancora oggi, quando afferma «Faccio un film di Star Trek!» tutti pendono dalle sue labbra.

Farsi largo tra la mitragliata di affermazioni di Tarantino è un lavoro tosto si rischia di “Tornare a casa chiusi in un sacco” (occhiolino-occhiolino), sta di fatto che “Una vita al massimo” è stata una delle primissime sceneggiature scritte da Quentin. Il titolo italiano è cazzuto e scemo in parti uguali, non rende giustizia al titolo originale che, invece, è l’unico corretto per questa storia, quindi l’unico che userò da qui in poi: True Romance.

Continuiamo la tradizione della rubrica: I titoli di testa!

Il fatto che sia un’opera tarantiniana (usare questo aggettivo: obbligo contrattuale svolto) è indubbio, ci sono tutti gli elementi del suo cinema e l’intenzione originale di Quentin era di legarlo a filo doppio agli altri suoi film, giocando con le citazioni interne che caratterizzano il suo cinema. Ma limitiamoci ai fatti, odi sperticate agli hamburger e a Sonny Chiba, dichiarazioni d’amore per Elvis, i film e i fumetti, personaggi che parlano di cinema in continuazione, Tarantino qui ci ha messo tutto se stesso perché “True Romance” avrebbe anche voluto dirigerlo. Le prove generali le aveva già fatte in “My Best Friend’s Birthday” (1987) un film incompleto mai distribuito, girato da Tarantino quando faceva ancora il commesso al videonoleggio, in cui compare la prima bozza del personaggio di Clarence, ma anche il monologo d’apertura, quello su quanto era bello e figo Elvis Presley.

Le verità, la leggenda e le dicerie con Tarantino di mezzo, diventano un calderone incredibile, sta di fatto che una volta entrato nel giro giusto, Quentin viene tenuto in panchina, è un mezzo nerd che chiacchiera un sacco, ma sa scrivere, torna buono per sistemare qualche sceneggiatura altrui (tipo quella di “Le mani della notte” 1991) e poco altro. La svolta arriva pare ad una festa, dove grazie a comuni amici Tarantino fa la conoscenza dello Scott giusto, conferme su questo fatto sono impossibili da trovare, ma prendiamola così, i due come tradizione di tante coppie, si conoscono ad una festa.

Potrebbero essere la coppia più stramba del mondo, ma hanno qualcosa in comune (usano le sedie al contrario per sedersi)

I due, ammettiamolo, sono abbastanza inconciliabili, l’Inglese roccioso con la predisposizione naturale per dirigere scene dinamiche e il chiacchierone di Knoxville, Tennesse. L’idea di citazione Pop di Tony Scott è infilare un riferimento a Charles Bronson nei suoi film (succede in Beverly Hills cop II, ma anche qui) mentre Tarantino nella cultura pop ci sguazza. Nuotando a dorso. Però i due vanno d’accordo, hanno una passione comune per il cinema e l’aria di chi farà strada, ad esempio entrambi vanno pazzi per “Il colpo della metropolitana” (1974) ed entrambi lo omaggeranno in modo diverso nel corso delle rispettive carriere. Me lo vedo Tony che dice al nuovo compare «Dammi un po’ quella sceneggiatura lì, dove usi i personaggi con i nomi dei colori, mi piace, fammela dirigere» peccato che Tarantino “Le Iene” se lo era scritto apposta tutto in interni, per poterselo dirigere un giorno. Quindi i due si accordano su “True Romance” che per Quentin è un pezzo di cuore, ma lo affida lo stesso a Tony e se questa frase mi è venuta fuori eccessivamente stucchevole, va bene lo stesso, perché le grandi coppie funzionano anche per questo, basta guardare come sono finiti a litigare (artisticamente eh? Stiamo sempre parlando di questo) Tarantino e Oliver Stone per “Assassini Nati” (1994).

Occhiali da sole, lo dico sempre che sono la vera cifra stilistica del nostro Tony.

Ma Tarantino in quel periodo era tarantolato (ah-ah), succede che alla fine “Le Iene” (1992) se lo è diretto davvero, trasformandolo in un successo e mettendo il suo nome sulla mappa geografica fino ad attirare l’attenzione dei fratelli Weinstein – un’accoppiata di cui potreste aver sentito parlare e non per forza benissimo – sull’onda di tutto questo entusiasmo, “True Romance” riparte di slancio, tutti vogliono recitarci e questo spiega l’orgia di facce note in questo film.

C’è la fila fuori per recitare diretti dallo Scott giusto!

Tony dopo Don (Simpson) & Jerry (Bruckheimer) ha le spalle larghissime e non ha nessun problema se i produttori sono nomi grossi, ma soprattutto ottenuta carta bianca da Tarantino fa la scelta migliore per far funzionare una coppia e un film: non asseconda il suo compare, ma fa la cosa migliore. Si chiama “True Romance” questo film, no? Allora diamo la massima rilevanza a questo concetto.

Destreggiarsi tra una sceneggiatura fatta interamente di dialoghi per un regista d’azione come lui sarebbe stato un suicidio, quindi Tony fa modifiche severe, ma giuste, perché le grandi coppie sono quelle che si bilanciano ed ecco perché un dialogo chiave del film decide di girarlo sulle montagne russe, per dare, a sua detta, un po’ di dinamismo alla scena. Ma soprattutto, via quella stramba idea di Tarantino, con ambizioni alla Jean-Luc Godard, di scombinare la struttura a tre atti del film, Tony Scott fa diventare “True Romance” una storia lineare, dà al film il tempo per respirare (e in un film così parlato l’ossigeno è fondamentale) e rende i due protagonisti una coppia così affiatata, da farti davvero credere che quando l’uno con l’altra si ripetono «Andrà tutto bene», non è una convenzione cinematografica, ma la sicurezza di chi è innamorato cotto ed è pronto a difendere l’altro con artigli e denti se necessario. Tony Scott prende la sceneggiatura idealistica e un po’ naif di un ragazzo e la fa diventare adulta.

Per i lettori e le lettrici molto giovani, quella a sinistra nella foto è uno Smartphone, versione 1993.

Quanto ha fatto bene alla carriera di Quentin vedere una sua storia così personale in cui dentro c’era tanto di se stesso, diretta da uno che quella storia l’aveva capita in pieno? Dopo l’enorme successo di “Le Iene” Tarantino avrebbe avuto i tappeti rossi stesi per dirigere “True Romance”, con il rischio di sbagliare “Il film della vita” com’è successo a tanti grandi registi. Invece ha potuto riciclare l’idea Godardiana delle scene montante in modo non lineare e concentrarsi su “Pulp Fiction” (1994) in linea di massima sapete com’è andata a finire, benino direi.

“True Romance” è la storia più vecchia del mondo: un ragazzo incontra una ragazza. Una fantasia adolescenziale di un nerd che sogna una tipa sexy sì, ma a cui piacciano i film di Sonny Chiba, da conquistare parlandole di quello che si ama, Elvis e il primo numero dell’Uomo Ragno (anche se poi nel film sfogliano il numero 18 di “Nick Fury and the howling commandos” mai capito come mai). Un film naif con un titolo ispirato volutamente ai vecchi fumetti romantici per ragazze, che solo un ragazzo giovane, parecchio fuori dal mondo e impallinato con i film di genere potrebbe scrivere. Sì, perché la ragazza è una principessa da salvare da un “Drago” con i rasta e tutto si risolve in una fuga d’amore con una valigia piena di droga. Ma ci è voluto un uomo di cinema come Tony Scott per capire che quel finale in cui Clarence muore, non era quello giusto per questa storia di “Vero romanticismo” a distanza di tempo lo stesso Tarantino ha confermato che Scott ha fatto la scelta giusta. Grandi coppie, è così che funzionano.

Non è una novità, Tarantino ha sempre mandato i suoi personaggi al cinema (Patricia Arquette sarà sicuramente scalza)

Pubblicizzato poco e male, il film costato circa dodici milioni di ex presidenti defunti stampati su carta verde, va in pari al botteghino diventando un fiasco subito, ma anche il titolo più venduto in home video della Warner Bros per un sacco di anni (storia vera). Ma, soprattutto, diventa uno dei punti più alti della carriera di Tony Scott, un titolo di culto che ha influenzato un decennio di film e ancora oggi, viene spudoratamente omaggiato, mostrate un po’ d’amore per questo Classido!

Gestire un film in cui in ogni ruolo compare un volto noto non è affatto semplice, Tony Scott che in carriera ha diretto nomi eccellenti, fa un miracolo di equilibrio e tira fuori il meglio da tutti, risultato finale? Il muro di parole a cui Tarantino ci ha abituati negli anni non annoia mai, ma serve a far brillare il cast e se gli elementi che compongono il pranzo sono di prima qualità, è grazie allo Scott giusto se si trasformano in una mangiata memorabile. Lo chef Tony insomma. 

I due protagonisti sono talmente perfetti, che è quasi incredibile scoprire che nessuno pensava a loro per questa parte (Tarantino avrebbe voluto Robert Carradine e Joan Cusack, pazzo furioso). Il Clarence Worley di Christian Slater ha la sicurezza di chi è innamorato cotto e non avverte nemmeno il pericolo attorno a sé, e la sicurezza di chi ha Elvis “The King” Presley come amico immaginario, un mentore (com’è accreditato nei titoli di coda per non incappare in problemi legali con la famiglia Presley) invisibile che tiene su di giri il suo ego. Vorrei vedere voi se nella testa aveste quella diva di Val Kilmer nei panni del Re del Rock ‘n’ Roll. pare che Kilmer – qui mai inquadrato in faccia – abbia preteso comunque otto ore di trucco per calarsi nel ruolo (storia vera).

The King has left the building!

L’Alabama Whitman di Patricia Arquette, invece, è il perfetto oggetto del desiderio di qualunque ragazzino cresciuto a film e fumetti. Mettiamola così: lei non è mai stata la più bella, ma le sorelle Arquette hanno tutte una sensualità notevole e qui Patricia è burrosa e tenera in parti uguali, tanto da risultare perfetta. Sexy quanto basta per conquistare Clarence e abbastanza carina da ingraziarsi anche noi spettatori che ci ritroveremo a tifare spudoratamente per lei, in ansia per il suo destino (tenetemi l’icona aperta, più avanti ci torniamo).

La perfetta altra metà della torta, no della mela. Vabbè diciamo torta alle mele e va bene così!

La scena del loro incontro è una tirata unica, basata sulla parlantina a mitraglietta di Clarence a cui Scott dà un ritmo andante con brio, fino all’apice, te lo aspetti che quei due finiranno presto a letto insieme, ma spostando il momento fatidico sempre un po’ più avanti, Tony nel frattempo ci fa affezionare ad entrambi. Due che sono giovani come l’aglio, cotti al punto giusto e per questo sembrano matti nel loro sentirsi a prova di proiettile. Il momento chiave è la scena sul tetto, dopo il sesso avvolti nella coperte (ma stare a letto? Brutto? Vabbè so ragazzi) lei impacciatissima le confessa di essere una squillo da pochi giorni («Una puttana?», «No, una squillo. Non è la stessa cosa!») lui non si scompone, sembra che debbano litigare, invece, è chiaro che faranno pace (infatti nella scena dopo correranno a sposarsi, ve l’ho detto: so ragazzi). Tony ce lo fa capire facendo entrare durante il dialogo il tema principale del film, una robetta ritmata a metà tra un pezzo natalizio e un ritmo tropicale (Natale ai Caraibi insomma) composto da un Hans Zimmer che non aveva paura di sperimentare con uno xilofono o poco più.

Sarò ossessionato io (lo sono!), però sembra la stessa scalinata di Una poltrona per due.

Un pezzo che vi entrerà in testa come pochi altri al mondo che è davvero perfetto, non solo perché con il suo crescendo ti dà l’impressione che andrà tutto per il meglio tra quei due, ma diventerà la colonna sonora della piccola bolla da innamorati dove vivono Clarence e Alabama – fateci caso, le sentirete partire ogni volte che per loro due la storia si metterà al buono – un posto dov’è tutto colorato e loro sono «Ehi tranquilla, andrà tutto bene». Come rappresentare lo stato di innamoramento usando tutti gli elementi messi a disposizione dal cinema, tanto alle parole ci pensa Quentin.

Il “drago” che minaccia la principessa Alabama e fa diventare Clarence un principe con occhiali da sole alla Elvis, è un soggettone incredibile: Drexl Spivey, un bianco che pensa di essere un nero, ha i rasta, l’occhio sgherro i denti d’oro e parla con accento Giamaicano. Quando Tony Scott ha proposto il ruolo a Gary Oldman, “pazzo Gary” è scoppiato a ridere e ha accettato subito, ancora oggi dichiara che insieme al suo Dracula, resta il personaggio che ha preferito interpretare in carriera (storia vera).

Pazzo Gary (senza zozza Mary) quando era ancora il più grande di tutti.

Non stento a crederci perché Oldman qui stava al massimo della forma, aveva ancora quella sua faccia da pazzo totale, un serpente a sonagli pericolosissimo malgrado l’aspetto grottescamente assurdo, un personaggio talmente riuscito nel suo essere sopra le righe che in questo film idealmente tratto da un fumetto romantico (e scritto da un fanatico di film di genere) lui buca lo schermo come un grande cattivo dovrebbe fare sempre.

Ma ogni ruolo funziona alla grande e ha fatto storia, basta dire che il coinquilino fattone Floyd interpretato da Brad Pitt è diventato l’ispirazione per Judd Apatow per il suo “Pineapple Express” (2008). Parliamo di una macchina talmente ben oliata in cui Michael Rapaport e Bronson Pinchot – due aspiranti attori e imbranati criminali – sembrano diventare protagonisti, mentre nel mucchio compare anche Samuel L. Jackson a tirar giù due «MOTHERFUCKER» dei suoi prima di sparire, proprio come un Jack Black ancora magro, tagliato dal montaggio finale del film (storia vera).

Provate ad indovinare cosa sta dicendo il vecchio Sam, un indizio, inizia per “M”.

“True Romance” è talmente cinematografico da potersi giocare due sbirri con le facce di Chris Penn e Tom Sizemore che, in realtà, doveva interpretare lo sgherro che pesta Alabama a sangue, ma non sentendosi a suo agio con tutta quella violenza ha consigliato un amico suo, James Gandolfini alla prima delle tante scene che lo hanno reso un attore di culto (storia vera).

In questo film tutto è esagerato, ogni fotogramma gronda cinema tanto che tutti i personaggi parlano di cinema, lo fanno come fanno i fanatici di cinema capendosi uno con l’altro. Inoltre, Tarantino avrà anche avuto l’impudenza di scrivere che il posto migliore per smerciare una valigia piena di coca (non cola) è Hollywood, ma ci voleva una vecchia volpe come Tony per far digerire della satira così smaccata.

«Tony perché sei vestito come uno che guida un camion da diverse ore?», «Hai visto che razza di cast devo dirigere, vorrei vedere te al posto mio!»

Clarence, poi, è l’alter ego di Tarantino, uno che preferisce il b-movie “Tornare a casa chiusi in un sacco” a tutta quella roba che vince gli Oscar, con la frase «Mad Max, quello è un film, Il buono, il brutto, il cattivo è un film, Rio Bravo è un film!» si candida a rappresentante dei lettori della Bara Volante. Ma sono profondamente convinto che se “True Romance” lo avesse diretto Tarantino, non sarebbe stato un film così bello, perché Tony Scott è riuscito non solo a dare grande forza al vero titolo del film, ma anche grazie alla sua estetica così curata e subito riconoscibile dal primo fotogramma, a rendere realistica una storia che sembra un grosso fumettone e lo dico nel senso più positivo del termine, i fumetti per me sono roba serissima.

Una bionda che ti fa perdere la testa, con cui compiere atti criminali e poi fuggire sulle strade d’America, un mito americano fino al midollo (Elvis al posto del “Duca” John Wayne) come spirito guida e una serie di personaggi assurdi, ma molto ben caratterizzati pronti ad ammazzarti. Tony Scott ha diretto il miglior adattamento cinematografico di Preacher, prima che Garth Ennis avesse scritto anche un solo numero di quel fumetto!

Fino alla fine del mondo (Cit.)

No, Tony Scott con “True Romance” ha fatto un vero miracolo mandando nella stratosfera le parti migliori di una storia che ha dimostrato di capire alla grande, il famigerato monologo sui “Siciliani negri” è perfetto così com’è, uno dei migliori mai scritti da Tarantino. Infatti, lo Scott giusto lo dirige concentrandosi sui primi piani dei due mostri sacri impegnati a recitarlo. Quello tra Dennis Hopper e Christopher Walken è un duello di parole all’OK Corral che Tony mantiene in equilibrio fino all’ultimo colpo, quello decisivo. Ma vogliamo parlare della scena del pestaggio? Facciamolo visto che ho un’icona da chiudere sulla questione.

Visto coppie di attori peggiori in vita mia.

Mentre Clarence blatera e perde tempo (l’ho detto che è l’alter ego di Tarantino, no?) Tony usando la regia ci mostra la povera Alabama che subisce una punizione che non merita, un pestaggio talmente tosto che è andato tutto sforbiciato dalla versione uscita nei cinema, per questo vi consiglio la “Director’s cut” di Tony, dove potete vederlo tutto, più un altro paio di scene piene di parolacce, tutta robina bella, insomma. Come fa la piccola Alabama ad avere anche solo una possibilità contro quell’armadio di James Gandolfini? Quello è Tony Soprano, cacchio! Infatti, la scena è un ribaltamento di fronte in cui la reazione di Alabama, fa scattare anche noi spettatori in pena per lei. Un trionfo di usi alternativi del coltellino svizzero, della lacca per capelli e anche delle tavolette del cesso.

«I Soprano sono meglio!», «No è meglio CSI Cyber!»

Così come la sparatoria finale, il classico “Stallo alla messicana” di Tarantino che Tony Scott trasforma in una fagiolata in cui volano piume di divani, cocaina e pallottole in parti uguali, con un uso del rallenty che omaggia Sam Peckinpah e lo porta negli anni ’90.

Insomma, “True Romance” è un capolavoro, la dimostrazione che una grande coppia deve avere qualcosa in comune, ma anche il giusto quantitativo di differenze per funzionare, come Clarence e Alabama, come Quentin e lo Scott giusto che torna la prossima settimana, ma prima vi lascio con l’ormai tradizionale schemino della “Scottitudine”, e non perdetevi la locandina del film, dalle pagine di IPMP!

«Tutti i fanatici di Ridley fermi! Mani in alto siete in arresto!»

Una vita al massimo (1993):

Se lo avesse diretto Ridley?

Il fratello scemo di Tony andrebbe in giro a imitare Pippo Baudo «Tarantino? L’ho inventato io!» e il pubblico a venerarlo «Grazie Ridley per averci donato Quentin! Grazie!». Invece lo ha diretto Tony e sembra che sia solo merito di Tarantino se questo è un gran film.

Nel paragone diretto, resta comunque molto meglio di:

Mi verrebbe da dire “Il gladiatore” (2000) la cui versione “Director’s cut” (a differenza di quella di “True Romance”) è una roba di rara inutilità. Ma la verità è che questo film se la gioca con “Thelma & Louise” (1991) che resta uno dei migliori di Ridley che, a parità di qualche tema (e di Brad Pitt in un piccolo ruolo), di solito viene considerato più impegnato e serio di “True Romance”. Lo volete capire che la presunta superiorità di Ridley è tutta nella puzza sotto il naso di troppo pubblico? Nel dubbio, comunque molto meglio di “Le crociate” (2005), tiè!

Risultato parziale dopo il primo Round:

Colpendolo lo xilofono come Hans Zimmer sul tema principale del film ve lo canto:

To-To, To-To, To-Tony Scott! To-To, To-To, To-Tony Scott! To To, To-To-Tony Scott!

Sepolto in precedenza venerdì 11 ottobre 2019

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