
Non sono davvero sicuro di quello che ho visto, perché ormai della produzione di Netflix mi fido come delle promesse dei politici, ma se è qui che posso vedere il nuovo film di Xavier Gens, uno di quei registi che ha reso l’horror francese estremo dei primi anni 2000 un momento caldo nella storia del genere, non mi tirerò certo indietro, ma prima, un pezzo quasi a tema per introdurre il film di oggi!
I primi cinque minuti di un film sono quelli che ne determinano tutto l’andamento, per gli horror rappresentano il prologo, quello che di solito è un momento chiave della storia. Xavier Gens li utilizza per portarci tutti indietro all’anno 2021, dove la scienziata Sophia (Bérénice Bejo) insieme alla sua squadra di esperti in tuta da sub, sono sulle piste di uno squalo mako ribattezzato Lilith, per qualche ragione non ben precisata ma imputabile al quantitativo abnorme di plastica nell’oceano (IL MESSAGGIONE!) Lilith è cresciuta fino a dimensioni esagerate, come la sua rabbia visto che dei buoni propositi degli scienziati lo squalo se ne batte la pinna, mandando in scena un massacro che Xavier Gens si diverte a dirigere e che lascia Sophia con enormi problemi di depressurizzazione. Anche se va detto, visto che siamo su Netflix, il sangue dal naso tipo Undi (o io il lunedì mattina al lavoro) ormai è un classico.
Salto in avanti della storia all’anno 2024, per cercare di metabolizzare la tragedia, Sophia lavora all’acquario di Parigi, quindi ben lontana dagli squali, ed è qui che un gruppo di cliché viventi irrompe nella sua vita. Si muovono su biciclette a noleggio (perché i monopattini sono stati dati alle fiamme a Parigi, storia vera), molte di loro hanno i capelli blu, sono rigorosamente tutte donne e passano le loro giornate a combattere per l’ambiente, ci manca solo vederle scambiarsi due bacetti (tranquilli, succede) e poi potete capire che sono esattamente il pegno da pagare per avere un film prodotto da Netflix, la quota inclusiva e in questo caso, anche ecologista.

Visto che si legge “Under Paris”, ma il suo vero titolo è “Che cosa cavolo sto guardando?” (che non so come si dica in francese, forse si dice “Under Paris”) ma le ecologiste sono anche esperte informatiche, quel tipo di esperte che parlano con l’auricolare, facendo finta di scrivere sulla tastiere del computer e guardando un punto fisso nel vuoto dello schermo, così facendo mettono in chiaro che si può accedere a TUTTI i database del mondo e che la squalo mako di nome Lilith, non è un’altra, non un’omonima, proprio LEI con pinne e denti, solo che sta nuotando nelle profondità della Senna.
Ora, io non so voi, ma siccome vivo in una città con un fiume nel mezzo, so che dalle profondità del Po potrebbe uscire di tutto, pantegane, qualche spacciatore affogato, ma pensare che ci possa essere uno squalo mako, incazzato e vendicativo, che a causa dell’abbondante plastica negli oceani (IL MESSAGGIONE!) ha mutato la sua struttura diventando un pesce d’acqua dolce, è una premessa non voglio dire probabile guardando le acque del Po, ma almeno in linea con la premessa da B-Movie (se non Z-Movie) che di fatto è “Under Paris”.
La nostra Sophia, supportata da un poliziotto della fluviale, si metterà sulle piste della sua mortale nemica per superare il suo trauma, ma anche per evitare una strage, Parigi sta per ospitare il Campionato Mondiale di Triathlon nel fiume, un banchetto “All you can eat”, perché considerato lo spunto da B-Movie squaloso, non vuoi metterci anche la partenogenesi? Eh no eh! Altrimenti sai che palle con uno squalo solo, meglio aver mille milioni!

“Under Paris” è un film dalle premesse scemissime e da alcuni passaggi, che sono chiaramente pensati per essere una parodia in stile Zucker-Abrahams-Zucker, con una sola differenza, il film si prende seriamente, molto seriamente, anche troppo! Risultato? Ci sono passaggi assolutamente esilaranti nel loro essere stupidissimi, vogliamo parlare del messaggio ecologista alla nazione a rete unificate da parte della capetta del gruppo di giovani clichè? Immaginatevi la parodia delle scene quasi identica di V per Vendetta, con la differenza che sia obbligatorio dare per scontato che una militante di Greta, possa accedere a tutte le reti mondiali globali spaziali, ma se potete accettare l’idea di uno squalo che nuota nella Senna, sul serio, di che stiamo parlando?
Se questo “Che cosa cavolo sto guardando?” (titolo ufficiale) sia di base una parodia, o per lo meno, una sorta di strizzata d’occhio, diventa chiaro nella persona della sindaca di Parigi, che tutto può accettare ma non l’annullamento della gara di Triathlon, un filo rosso che la lega con i burocrati dell’isola di Amity del capostipite del genere, ovvero Lo Squalo di Spielberg, ma dove Xavier Gens si conferma essere nel suo è nelle catacombe sotto la città, quelle dove vanno in scena una delle sequenze più grondanti sangue del film.

Perché “Che cosa cavolo sto guardando?” si è guadagnano nuotando sul campo il suo nome ufficiale? Perché il concetto della pistola di Čechov lo troviamo anche qui, letteralmente visto che per tutto il tempo tutti parlano dei proiettili di artiglieria che ancora si trovano sul fondo della Senna dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quindi quando la pistola di Čechov annunciata nel primo atto, finalmente sparerà nel terzo, lo farà alla grande.
Da un film così sarebbe lecito aspettarsi il superamento del trauma della protagonista, la soluzione al problema, magari addirittura una nuova coscienza sociale ed ecologica a farsi strada nel cuore dei protagonisti, insomma un bel lieto fine che invece a Xavier Gens non interessa minimamente, così come io non sono interessato a raccontarvelo, ma in questo B-Movie con in CGI da vecchia playstation (a tratti) trovarsi davanti una conclusione di tale portata, di cinismo, satira e cattiveria, fa valere al film il suo titolo giusto, quello ufficiale.
Se avete bisogno di salvarvi la serata, non posso certo dire che questo è un gran film per farlo, però davanti a tanta follia, io vi consiglio di provarci lo stesso, la rete a strascico di Netflix questa volta ha tirato su il frutto di una tonnara non da poco.


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