
Apri gli occhi. No, lascia stare. Chiudili. Tanto “Undertone” è un film che va ascoltato, ma prima ascoltate cosa ho da dirvi così, in apertura, pronti via, iniziamo con il post di oggi, che si legge ma si ascolta, come la vocina nella vostra testa mentre leggete queste parole.
Un Horror deve fare paura? Per molti, secondo me anche troppi, questo è l’unico parametro di giudizio di un film dell’orrore, a mio avviso, questo genere è molto più sfaccetato, profondo e interessante di un paio di mutande da mettere da lavare, ma se volete un film che sa come tenervi in tensione, anche spaventarvi, state da queste parti.
Avete presente quel rumore minimo che senti di notte quando tutto è fermo, quando non succede niente, quando il cervello — libero finalmente da distrazioni — comincia a produrre immagini non richieste? Ian Tuason lo sa bene, e costruisce il suo film come una stanza buia dove il suono è l’unico oggetto riconoscibile. Questo non è un film che passa dallo sguardo, ma è un film che ti si appoggia alle orecchie e resta lì, in attesa, una sorta di “Found footage”, ma sonoro.

La storia è presto detta: Evy (Nina Kiri) è una podcaster, conduce un programma notturno dedicato ai misteri, al paranormale, ai racconti inviati dagli ascoltatori. Lei è la parte razionale, scettica, quella che ascolta per smontare, per rimettere ordine. Dall’altra parte della linea c’è il suo socio di podcast, Justin (Adam DiMarco) sempre lontano, sempre fuori campo, il credulone, l’entusiasta, quello che vorrebbe credere che dietro ogni disturbo audio ci sia davvero qualcosa.
Una dinamica conosciuta, scetticismo contro fede, controllo contro abbandono, “Undertone” la usa per creare dialoghi lunghi per allenarci le orecchie. Perché quando il podcast riceve una serie di file audio sempre più inquietanti — registrazioni intime, disturbanti, legate a una coppia e a una gravidanza — il gioco delle parti comincia a cedere.
Tuason gira tutto attorno a questa soglia che si abbassa lentamente, riduce il campo, elimina il superfluo, lascia che siano le voci a occupare lo spazio. Il partner di podcast resta una presenza evanescente, confinata al suono, mentre Evy è costretta a fare i conti con ciò che ha in casa: non solo i file audio, ma la malattia della madre, il tempo che si sbriciola, l’impossibilità di tenere separati ascolto professionale e ascolto emotivo.

Ed è qui che entra in gioco Nina Kiri, praticamente sola per l’intera durata del film, “Undertone” è una prova di resistenza affidata quasi completamente al suo corpo e al suo volto. Kiri tiene la scena con una prova tutta in sottrazione, posture che cambiano, silenzi che parlano più dei file che ascolta.
Evy non è una protagonista da arco narrativo classico, non diventa più forte, non “vince” nulla, è una donna stanca che continua ad ascoltare perché resta coinvolta. Vive con una madre che sta morendo lentamente, ma la vera invasione non è quella fisica: è sonora. Le voci degli altri prendono spazio, chiedono attenzione, chiedono empatia, mentre la sua vita reale resta sospesa. Nina Kiri riesce a tenere insieme tutto questo senza mai forzare l’emozione, lasciando che il disagio arrivi per accumulo.
Le registrazioni non cercano mai il colpo facile, non urlano, nessun “Salto paura” anche noto come “Jump Scare”, il problema? L’intuizione del film è molto riuscita, ma la sensazione generale resta un po’ quella del corto stiracchiato fino a diventare un lungometraggio, per altro prodotto dalla A24.
La mitologia evocata (nessuno spoiler, leggete senza ansia) resta volutamente sullo sfondo. Serve a incrinare il presente, non a costruire un mondo, l’orrore vero non è ciò che si manifesta, ma ciò che viene ascoltato troppo a lungo senza più filtri.

Il podcast, da luogo di mediazione, diventa così un non‑luogo, una zona liminale, non lavoro e non terapia, non intrattenimento e non aiuto. Un contenitore che accumula dolore altrui sotto forma di file, e come ogni archivio che finge neutralità, prima o poi collassa.
Quando accade, “Undertone” non esplode, si chiude, nega la catarsi e lascia addosso una sensazione di incompiutezza che somiglia molto al lutto vero (o al corto stiracchiato al minutaggio da film), quello che non si risolve perché non deve farlo, questo non è un horror che chiede attenzione, lo pretende e se lo conquista, un rumore e uno scricchiolio alla volta.
“Undertone” non vuole spaventare con immagini memorabili o finali roboanti, vuole fare qualcosa di più sottile e più persistente: metterti nella posizione di chi ascolta senza poter intervenire, di chi sente tutto ma non può salvare nessuno. Un’esperienza che non finisce con i titoli di coda, ma resta come un fischio nelle orecchie quando tutto il resto si è spento, perché tanto Nina Kiri è rimasta lì, da sola, a tenere la scena, il suono, ormai, ha fatto il suo lavoro.


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