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Underworld – Blood Wars (2017): i Pearl Jam hanno sempre ragione

Non so voi, ma mi
sento un po’ come il Dennis Nedry di Jurassic Park, provate a dire in giro che è uscito il nuovo capitolo di
“Underworld” e dalle reazioni potreste facilmente capire che non gliene frega
niente a nessuno.

Quinto capitolo, vi rendete conto che per la quinta volta Kate Beckinsale s’infila nuovamente
nella tutina di lattice della vampira Selene, anzi quarta, perché in un capitolo la vampira implasticata
era Rhona Mitra, prima che ad essere di plastica fosse la sua faccia (che gran
spreco…), questo giusto per ribadire il concetto, se l’attore protagonista
cambiasse in qualunque altra saga cinematografica, si scatenerebbe l’inferno
dei Nerd inferociti, qui invece? Bah, chissene.
Mi diventa anche
difficile trovare un altro titolo che al netto di così tante trovate gustose
tutte insieme nella stessa pellicola, riesca ad essere tanto noioso, no io
dico: se hai per le mani un soggetto che parla del millenario scontro tra
Vampiri e Licantropi che si scontrano all’ombra del mondo degli umani, con da
una parte vampire fatte a forma di Kate Beckinsale in tuta aderente e
dall’altra dei “Lycans”, stando al vocabolario di questo film, ribelli e
proletari, ti devi anche impegnare a risultare noioso, eppure? Eppure, la saga
di “Sottomondo” ogni volta mette a dura prova le mie mascelle per via del tanto
sbadigliare.

Kate indossa anche il cappotto di Whiteout, due piccioni con un photoshop.

L’altro grande
mistero è: ma se mi annoiano così tanto, perché li ho visti tutti? Bah, non so, con
la serialità mi fregano sempre e a questo punto, fatto 30 facciam 31, anzi,
facciamo 5 e guardiamoci pure questo ultimo (si spera) capitolo della saga.

Allora (non si
iniziano le frasi con allora!), da quanto ricordo dal capitolo precedente, ora
Selene è mamma di una bimba mezzosangue e non iniziate con le solite battute
su Kate Beckinsale mamma, ok? Dai, fate i bravi che già ho le mie difficoltà a
ricordarmi le trame dei film precedenti. Insomma (non si iniziano le frasi con
insomma!), da una a parte abbiamo quei parrucconi dei vampiri che sono tutti
fissati con la purezza della razza e del sangue che non sia contaminato ne
incrociato in alcun modo, in pratica dei Talebani delle piastrine. In ogni caso una trama meno avvicente di una campagna per la raccolta del sangue, anzi, mi viene da consigliarvi di andare all’AVIS piuttosto che perdere tempo con questo film, sicuramente minuti di vita usati in modo più sensato.
Dall’altra,
i Lycans che, invece, hanno capito che l’ibridazione è il futuro della specie,
anche se poi con gli incroci non possono partecipare alle mostre canine che
tanto, si sa, sono tutte il solito magna magna e vincono solo gli allevatori
con le mani in pasta signora mia!


CGI così brutta da far tenerezza, quasi quasi ti adotto cagnone.

I Lycans per fare
l’ultimo salto di qualità, vogliono la figlia di Selene ene a com’è bello stare
qua, seguono casini.

Alla regia di
questo quinto capitolo troviamo l’esordiente Anna Foerster, una che si è fatta
le ossa nella seconda unità di parecchi filmdi Roland Emmerich, ma ha firmato anche qualche regia di episodi di
“Criminal Minds”, se seguite quella serie, sapete che questo non è proprio un
gran biglietto da visita.


Previously on Game of Throne Sottomondo

 Ora, sarà che nel
cast ci sono ben quattro attori che arrivano dalla serie tv Giocotrono, tra cui Charles Dance, quell padre-padrone di Tywin
Lannister, ma questo “Sottomondo: Guerra sanguinosa” nell’aspetto e nel ritmo,
sembra proprio un episodio a caso di una serie tv e nemmeno una di quelle
particolarmente belle, a dirla tutta.

Toh guarda, abbiamo anche la cosplayer di Daenerys Targaryen!

Capisco anche che
uno dei tratti distintivi di questa saga sia l’aspetto algido e notturno,
perché se tre quarti del tuo cast è composto da Vampiri, è anche logico che non
possa essere il film più solare della storia, eppure, ogni volta che vedo un
nuovo film di “Underworld”, a me sembra tutto dannatamente blu, ogni maledetta
cosa è blu! Roba che nemmeno Domenico Modugno avrebbe mai potuto immaginare.

Mentre strizzo
gli occhi in una brutta imitazione di Clint Eastwood, cercando di carpire
qualcosa in questo filtro color Puffo che caratterizza il film, la noia ha il
sopravvento, i dialoghi sono senza brio, così come le battaglie che cercano di
essere epiche senza riuscirci mai davvero, ma il riassunto di tutta
l’operazione è proprio la sua protagonista.


Gargamella, Il direttore della fotografia, cerca di nascondere la non voglia di recitare di Kate.

Che Kate
Beckinsale sia più che guardabile non è certo un segreto, ma se metto insieme
tutti i commenti letti o sentiti su questa saga, pare che la Beckinsale in tuta
aderente sia davvero l’unico motivo d’interesse, è un po’ come
Resident Evil, ma in misura maggiore e
molto più drammatica, si guarda perché la protagonista è bona, non ha una
trama? Sì, ma la protagonista è bona! E’ una noia mortale con effetti speciali
spesso pezzenti? Sì, ma c’è Kate Beckinsale, in tuta di latex aderente! Ok, ho
capito il concetto, non avevo idea che ci fossero così tanti feticisti delle
tute in lattice da giustificare ben cinque film.

“Salve, mi chiamo Kate Threepwood, sono una temibile vampira, vendo queste belle tute di pelle”.

Non credo sia un
caso se per la prima volta in tanti anni, “Underworld” e “Resident Evil”, siano
usciti in sala (negli stati uniti) nello stesso mese, come se ormai alle
rispettive protagonista, mariti registi e produttori e casa alle Major paganti
non fregasse più niente di mantenere le distanze, infatti entrambi i capitoli
finali delle due saghe sono anonimi e fatti a tirar via.

Basta guardare
Kate in questo film: lo sguardo spento, il cerone per fingere il pallore, i
canini di plastica e negli occhi lo sguardo del vitello che vede passare il
treno, più che una combattiva vampira sexy, sembra la moglie costretta in curva
nord dal marito tifoso la domenica pomeriggio. Viene voglia di entrare nel film
ed abbracciarla dicendole che è quasi finita: domenica prossima andiamo al mare
come volevi tu.


Se puoi uscire una domenica sola con me, mi porterò la Cinquecento di papà…

Poi, per fortuna,
tutto finisce, con un finale che definire frettoloso sarebbe un insulto alla
fretta, con tanto di voce fuori campo che ci spiega come si conclude la
vicenda, in modo che anche gli spettatori che russano in ultima fila possano
capire e nei titoli di coda la risposta: prodotto da Len Wiseman.

Len Wiseman, un
cane, pardon, un Lycans, regista dei primi due Underworld, dell’inutile
remake di “Total Recall” (2012) e del Die Hard che ha mandato tutto in vacca, guarda caso il marito di Kate
Beckinsale (ancora l’ombra delle maledizione degli Anderson, Paul W.S. e
Milla) che intervistato continua a dire che sì, ci sarà un sesto capitolo per
questa saga, mentre la mogliettina fa spallucce dicendo non so, forse con in
testa le domeniche al mare sempre più lontane.


L’Amore è una gabbia e questa immagine riassume tutta la saga.

Da un lato un
marito voglioso che spinge per farsi fare la sua saga, dall’altra la moglie con
il pigiamone e i calzini di spugna che recita con il brio di chi dice: “Non
stasera caro ho mal di testa”, più che un film con una protagonista tosta,
sembra violenza domestica applicata al cinema. Basta, diciamo basta a tutto
questo, mollalo Kate! Non ti merita, puoi avere di meglio di così!

She lies and says she’s in love with him, can’t find a better man
She dreams in colour, she dreams in red, can’t find a better man
Can’t find a better man
Can’t find a better man

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