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Unstoppable (2010): Corre, corre, corre la locomotiva

Intanto corre, corre, questa rubrica, sibila il vapore e
sembra quasi cosa viva. E sembra dire ai cinefili curvi il fischio che si
spande in aria: “Fratello, non temere, che corro tosto e robusto, trionfi Tony…
Lo Scott giusto!”.

Il problema di molto registi quando fanno il salto
diventando anche produttori è che in alcuni casi perdono il loro buon modo di
ragionare da registi: Sam Raimi ha un talento micidiale, ma quando produce film,
bah… Vabbè. Quanto di davvero
innovativo fatto da James Cameron è arrivato quando stava dietro la macchina da
presa, il resto, invece… Uhmm. Tony
Scott con la sua Scott Free fondata insieme al fratello (quello con le mire da
filosofo) ha messo tutti insieme una lunga serie di titoli come produttore,
tenendosene per sé qualcuno, sempre con lo stesso principio: “Ha funzionato?
Rifacciamolo!”.

“Unstoppable” sta a Pelham 123 un po’ come Top Gun sta a Giorni di Tuono (o viceversa). Si passa
dai vagoni della metropolitana di New York ai vagoni di un treno in corsa lungo
i binari della Pennsylvania, prendendo ispirazione da una storia vera (l’incidente
ferroviario del CSX 8888 avvenuto nel maggio del 2001 in Ohio) alla quale Tony
aggiunge il suo stile inimitabile e i muscoli del suo cinema.

I titoli di testa sono modesti, il resto del film proprio no.

La 20th Century Fox nel 2007 pensava di affidare la regia a Martin Campbell, la sceneggiatura che piace a tutti, invece, è quella scritta da Mark Bomback che in vita sua ha sfornato titoli solidi, roba di cui vergognarsi e un Die Hard che preferirei dimenticare, però la sceneggiatura piace tanto a Denzel Washington che provate a dire un po’ chi tira dentro come regista? Bravi, quello proletario di casa Scott e con questo Tony e Denzel arrivano a cinque film insieme, sono abbastanza sicuro che il loro sodalizio sarebbe continuato, se il destino non avesse voluto diversamente.

Tony ha la pensata di spostare la storia tra le montagne del Montana, poi, però, capisce che le pianure della Pennsylvania giocano a suo favore, infatti il triplo 777 senza controllo che minaccia di schiantarsi contro la città di Stanton nel film è un vero e proprio personaggio. Per prima cosa è l’unico treno di colore rosso fiammante (fateci caso), il numero che lo contraddistingue è quasi satirico, il triplo sette rappresenta il Jackpot alle macchinette, insomma il colpo di fortuna più difficile da ottenere, nel film, invece, è una letale combinazione di inettitudine, sfortuna e aggravanti casuali che tutte insieme generano una situazione che potrebbe terminare con una strage.

I’m going off the rails on a crazy train (Cit.)

Il treno è da sempre uno dei mezzi più amati dal cinema,
Tony Scott si era già confrontato con un maestro come John Frankenheimer quando
in Giorni di Tuono giocò (alle
grande) con le macchine da corsa, nel suo mettersi a giocare con i trenini in
stile Gomez Addams, Tony strizza l’occhio ad una pietra miliare come “Il Treno”
(1964), scusate se è poco.

Quello che piace tanto alla settima arte dei treni è il
fatto che procedano a velocità folli, ma soprattutto che lo facciano sui
binari, perché il bufalo può scartare di lato (e cadere), ma la locomotiva ha
la strada segnata, se mi è concesso parafrasare De Gregori. Personaggi dal
destino segnato come il percorso dei binari, lanciati su treni senza controllo,
ci sono davvero pochi soggetti più cinematografici di questo.

Tony controlla la distanza tra lui e il resto della concorrenza impegnata ad inseguirlo.

“Unstoppable” (forse più per volontà del suo sceneggiatore
che del regista) è una storia che trasuda classico ad ogni minuto, personaggi
dalla schiena dritta malgrado le sberle prese dalla vita, eroi Springsteeniani, con
camice a quadri e, in qualche caso, gilet gialli che prima di diventare un
simbolo di protesta francese, Tony Scott utilizza qui per identificare i
novellini come Will, il personaggio di Chris Pine.


Will ha moglie, figlio e un’ordinanza restrittiva infilata giù per la gola alla storia a forza con l’imbuto, perché per funzionare il capotreno ha bisogno di un drammone familiare alle spalle e Mark Bomback pesca dal grande libro degli stereotipi cinematografici per appioppargliene uno. Inoltre, è l’ultimo arrivato, ha uno zio importante, è di bell’aspetto, perché, citando il poeta “nella fantasia l’immagine sua, gli eroi son tutti giovani e belli”.

“Di un po’ Cassidy, ti stai proprio divertendo con questa storia di Guccini vero?”

L’esatto opposto (ma nemmeno poi tanto)? Il Frank Barnes di Denzel Washington che ha 28 anni di esperienza nella ferrovie, è uno che fa e di conseguenza sa come funzionano le cose. Proprio come per Pelham 123, la storia di questi due Tony Scott la racconta in corsa, mentre l’azione e gli eventi sono già cominciati, quindi scopriamo che le figlie di Denzel lavorano da Hooters (che s’intravede,
ma per quello dritto di casa Scott è l’equivalente del negozio di lingerie di Nemico Pubblico), che gli manca poco
alla pensione e che per approccio sembra l’opposto di Will, inoltre, sono uno
bianco e l’altro nero, perché Tony Scott come ho sempre ribadito nel corso di
tutta la rubrica, ha più di un punto in comune con Walter Hill.

La classe operaia va in paradiso al lavoro.

Gli altri personaggi si dividono i ruoli, distribuendo l’inettitudine in modo
ecumenico, infatti per ogni operatore incapace abbiamo un direttore che tiene
più conto di grafici e statistiche che altro, che prende ordini da un mega
direttore galattico che pensa solo a quando potrebbero calare le azioni della
società se il triplo 7 facesse una strage, il tutto mentre è impegnato in una
difficilissima partita di golf. Trionfi la giustizia proletaria! Trionfi la
giustizia pro… Ehm scusate, mi sono fatto un attimo prendere la mano.


L’imbranato che
scatena il casino mettendo in crisi tutti i labili controlli di sicurezza è
Randy il fratello di Earl (forse a Tony piaceva “My name is Earl” visto che ha
fatto recitare almeno tre attori di quella serie).

“Notizia straordinaria, è tutta colpa di Randy, il fratello di Earl Hickey”

Nel mezzo quelli che gli ingranaggi gli fanno girare,
quelli con le maniche tirare su che salvano la giornata, come il supervisore,
un dritto che non solo azzecca tutte le previsioni, ma offre anche il consiglio
sul freno moderabile a Denzel. Ma soprattutto una Rosario Dawson da urlo, che è
la ciliegina sulla torta di questa bomba di film, perché riesce a rendere
tridimensionale un personaggio altrimenti schematico. Guardatela: ogni volta
che si appresta ad affrontare una decisione complicata fa la mossa di legarsi i
capelli, nemmeno fosse la visiera del berretto girata di Lincoln Hawk, ma
soprattutto inizia la sua giornata di lavoro portando le ciambelle ai colleghi
ed è ancora nel parcheggio quando le danno la bella notizia del treno fuori
controllo.

“Per una volta che voglio fare qualcosa di carino per i colleghi mannaggia a loro!”

Il treno: un mostro lungo un miglio pesante quanto un
dinosauro, carico di carburante e schifezze chimiche altamente esplosive, un
mostro strano che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano, con dentro un
potere tremendo, la stessa forza della dinamite. Perdonatemi gente, questo
commento va così oggi, siamo a fine rubrica ed è un po’ come se fosse l’ultimo
giorno di scuola, concedetemelo.

Tony Scott cosa fa? Annusa l’aria, si sistema il berretto
(ex) rosso porta fortuna sulla testa, mastica il sigaro e riparte ancora una
volta, con il vento in faccia, a dirigere un’altra corsa contro il tempo,
l’ultima, con la consapevolezza di chi ha capito tutto della storia che ha per
le mani, ma soprattutto che il suo estro visivo, può essere devastante come il
triplo 7 lanciato a piena potenza. Però il macchinista del treno chiamato “Unstoppable”
è lui e come Denzel sa benissimo cosa deve fare, infatti il risultato finale è
uno dei suoi film migliori, un’uscita di scena grandiosa.

“Dovevano mettere uno specchietto retrovisore più grosso a questo coso”

Se nei suoi film dal 2000 in poi, la post produzione
digitale ha fatto da padrone nel cinema di Tony Scott (con l’apice raggiunto
con il casino fuori controllo di Domino),
qui quello figo di casa Scott fa diminuire il numero di giri del suo montaggio,
la saturazione delle immagini è sempre presente, così come la possibilità di
rimettere mano alla palette cromatica filtrando tutti i colori della realtà, ma
il risultato è dosato alla perfezione, quando deve correre “Unstoppable” lo fa
a 130 chilometri all’ora, ma con un controllo invidiabile, ad una prima
occhiata sembra la sua regia più classica e probabilmente lo è per davvero, ma
non cambia il fatto che il film sia una bomba capace di tenerti inchiodato allo
schermo per tutta la sua tiratissima durata.

“Unstoppable” ha il meglio di tutto il cinema dello Scott
che non ci ha mai ammorbato con sequel inutili di Alien, pur essendo pieno di termini e nozioni tecniche come Allarme Rosso, non risulta mai pesante o
difficile da capire. Come in Nemico Pubblico i punti di vista si moltiplicano (monitor, riprese giornalistiche
girare per risultare realistiche, servizi televisivi) e come in Pelham 123 una cartina luminosa su un
pannello gigante serve a scandire il tempo del disastro.

Dietro le lucine del disastro, davanti Rosario, che invece è sempre un bel vedere.

L’eroismo è buttato in faccia al pubblico, ma mai in
modo sfacciato. Provate a pensare allo stesso soggetto in mano a Michael Bay
(uno dei “discepoli” di Tony), sarebbe diventato un tripudio di arroganza e
bandiere americane. Lo Scott giusto che malgrado il berretto da baseball
americano non è, capisce che l’eroismo è alla base di una storia così, ma dev’essere coinvolgente non strangolare pubblico e trama. Frank e Will prima
portano al sicuro il loro treno con troppi vagoni (in una delle cento scene spettacolari
e adrenaliniche del film), poi si lanciano nell’inseguimento del 777 perché è la cosa
giusta da fare, perché l’alternativa sarebbe guardare dall’altra parte, ma loro
sono nel posto giusto al momento giusto, sono dei John McClane rassegnati
(«Peccato, non era male questo lavoro») con qualcosa da redimere e niente da
perdere. La loro gara di coraggio contro il triplo 7 è una roba da pazzi, ma da
pazzi con la testa sulle spalle, quindi di sicuro meglio di qualche burocrate
per cui sacrificare lavoratori oppure limitare le perdite, è lo stesso: pura e
fredda routine.

La routine di Tony Scott invece, prevede girare scene così. Brutto?

Tutto questo Tony Scott lo racconta senza rallentare il
ritmo nemmeno per un dannato secondo, una storia di uomini che si comportano
come tali, infatti non hanno bisogno di troppe parole per capirsi, infatti una scena
notevole è un dialogo: Denzel dopo aver preso per il culo Chris
Pine per il suo gilet giallo da recluta, gli dice di toglierselo quando quello
si dimostra un tipo di valore. Un attestato di stima tra portatori sani
di cromosoma Y che si riconoscono come pari grado.

Il sottotitolo italiano di rito che è stato aggiunto al
film, non è mai stato così inutile, anche perché non c’è nulla di “fuori
controllo” in questo film, non dal punto di vista della regia di Tony Scott, anzi
è il titolo originale a dire tutto del film, “Unstoppable” perché il ritmo
è impeccabile, tiratissimo e ti fa fare il tifo per i protagonisti ad ogni
svolta positiva, oppure ti fa trattenere il fiato ogni volta che qualcosa va loro
storto (spesso). Forse è il film che mette definitivamente in chiaro uno dei
temi preferiti e ricorrenti nel cinema dello Scott giusto: la corsa contro il
tempo qui è una partita a scacchi, fatta di mosse e contromosse, il tutto prima
di arrivare a quella curva sopraelevata a forma di “S” prima di Stanton. Un film
che abbraccia i temi classici, ma sembra diretto da uno che tutto
sembra, tranne essere un signore nato nel 1944.

“A tre giorni dalla pensione… Aveva ragione Roger!”

Avete solo da scegliere il vostro momento preferito: la
scena del deragliatore (per altro girata con un’unica ripresa, storia vera)?
Oppure l’inseguimento tra treno e pick-up? Denzel che salta come l’uomo ragno
da un vagone all’altro? “Unstoppable” è una serie di scene spericolate una via l’altra. Sembra l’ultima scena del treno di Ritorno al futuro Parte III, solo che lì era la scena madre, qui è tutto il film ad
essere così! Dovessi scegliere un momento solo direi la chiusura al
volo del gancio traino, con Chris Pine e Denzel che si scambiano un pollice
alto, in mezzo ad una tempesta di grano che svolazza e sembra sostituire la
nevicata di Runaway Train, mentre le
musiche di Harry Gregson-Williams (alla settima e purtroppo ultima
collaborazione con l’unico Scott che conta) fomentano, perfettamente in linea
con il ritmo della pellicola.

Con “Unstoppable” Tony Scott non sacrifica niente della sua
post produzione digitale o del suo montaggio frenetico, ma li mette al servizio
di una trama classica dando a tutti una lezione di talento, non è un caso se il
film è riuscito a guadagnarsi diversi estimatori anche tra i cinefili seri
(quelli con la pipa e gli occhiali) che di solito preferivano l’altro fratello,
questa macchina pulsante che sembra quasi una cosa viva ha fatto colpo su
molti, anche se, bisogna dirlo, molti altri sono saliti dopo sul carro
treno dei vincitori. Perché “Unstoppable” è l’ultima fermata di questa rubrica
e, purtroppo, anche l’ultima in senso assoluto per Tony Scott.

Anche questa rubrica imbocca l’ultima curva (a 200 km e su due ruote)

La storia ci racconta come finì la corsa: la macchina
deviata lungo una linea morta. Il 19 agosto del 2012 Tony Scott si getta dal ponte
Vincent Thomas di Los Angeles. Un gesto estremo, talmente inatteso che
sconvolge tutti e che non ho intenzione di giudicare in alcun modo, ma che mi
ha fatto pensare ad una cosa quando poco dopo il fratello di Tony, Ridley ha rotto
il silenzio parlando pubblicamente del tumore cerebrale diagnosticato e tenuto
segreto da quello giusto di casa. Quello che ho pensato nel 2012 è che Tony
Scott fino all’ultimo abbia scelto di andarsene come ha vissuto e fatto cinema,
alle sue condizioni, da uomo aggiungerei. Non puoi sapere cosa passi in testa
ad un uomo in un momento così, romanticamente direi che ha scelto un’uscita di
scena degna dei personaggi dei suoi film.

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore del triplo
7, mentre fa correr via la macchina da presa che ci giunga un giorno ancora la notizia del
talento di Tony Scott, come una cosa viva, lanciata a bomba contro tutto quel
cinema piatto e di poco conto. Ed ora prima di concludere, l’ultimo schemino
della Scottitudine!

C’è solo uno Scott, quello giusto!

Unstoppable (2010)

Se lo avesse diretto Ridley?
Verrebbe apprezzata la modernità di un cinema vivo e
dinamico, messa al servizio di temi classici, in un film senza pause e senza
soste. Ma, per una volta, anche molti degli estimatori di Ridley hanno apprezzato
“Unstoppable”, quindi quella di questo treno è una galoppata trionfale.
Nel paragone diretto,
resta comunque molto meglio di:
A parità di protagonisti americani fino al midollo per cui
fare il tifo, la differenza di ritmo e coinvolgimento tra i due film è
abissale. Poi vorrei vederlo Matt Damon fermare il triplo 7 con il nastro
americano!
Risultato definitivo
dopo l’ultimo primo Round:
Mi sono impegnato con tutto quello che avevo, per mettere in
chiaro quando la presunta superiorità di un fratello su un altro, sia solo un cosa da cinefili con la puzza sotto il naso, che non ha alcun riscontro dove
conta per davvero, ovvero nei film stessi. Quindi fatemi un favore, la prossima
volta che qualcuno vi parlerà di Ridley, voi rispondetegli: «Ah sì! Il fratello
di Tony, lo Scott giusto!».
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