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Velluto blu (1986): perché ci vuole orecchio…

Dopo aver visitato le Dune di Arrakis, David Lynch ha seriamente rischiato di non avere più una carriera a cui fare ritorno, per questo il film di oggi, che spegne quaranta candeline quest’anno, è doppiamente importante, potrebbe aver segnato per sempre tutta la poetica del regista. Bentornate e bentornati al nuovo capitolo di… Le Bare non sono quello che sembrano.

«A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio, a David Lynch interessa l’orecchio.»

La celebre citazione di David Foster Wallace è un buon punto di partenza per il film di oggi, un punto di accesso alla testa di Lynch potremmo dire, anche se le origini di “Velluto blu” vanno ricercate ancora più indietro, nel passato e nell’infanzia del regista di Missoula. Visto che ho aperto con le parole di un altro, continuo riportandovi quelle dello stesso Lynch: «Kyle è vestito come me. Mio padre era un ricercatore del Dipartimento di Agricoltura di Washington. Eravamo sempre tra i boschi. Ne avevo in qualche modo abbastanza degli alberi in quel periodo, ma ancora oggi, il legname e i boscaioli per me sono l’America così come la staccionata e le rose della scena di apertura del film. È così radicata, questa immagine, e mi fa sentire molto felice.»

Più che delle vere proprie idee, ad influenzare il copione finale di “Blue Velvet” sono state fascinazioni, anche sensoriali, da ogni lato, entrate nella sua testa spesso beh, dall’orecchio, come di solito fa la musica, in particolare il pezzo omonimo nell’interpretazione di Bobby Vinton, anche se nel film la sentiamo più volte, anche cantata da Dorothy (nome non scelto a caso) in una delle sue esibizioni allo Slow Club. A contare di più per Lynch è più lo stato d’animo che il pezzo porta con sé, ma anche le fascinazioni di un’intera epoca. Una camminata lungo il viale dei ricordi che per il nostro Davide prevede un po’ tutto, anche quella volta che con il fratello vide una donna aggirarsi nuda per strada, ricordo forte, capace di smuovere più pulsioni contemporaneamente, che mi serve a calarmi ancora di più nel film, attraversando le tende di velluto, ovviamente blu. Anche se per scriverne non ho seguito lo stesso rigore di Lynch, che le primissime bozze di “Blue velvet” le tirò giù scrivendo sui tovaglioli di carta del suo locale preferito, la tavola calda Big Boy, che ha frequentato, tutti i giorni, dai primi anni ’70 alla fine degli anni ’80, compulsivamente, ogni giorno, mettendo piede nel locale sempre alle 14.30, l’orario perfetto in cui la macchina dei frullati è di nuovo fredda abbastanza da sfornarli con la giusta consistenza, ingollando tazze con dentro più zucchero che caffè, cavalcando il picco clicemico per sfornare idee (storia vera). Per la nuda cronaca, Lynch smise dal giorno alla notte di frequentare Big Boy, quando leggendo sulle bustine trovate nelle spazzatura il contenuto del frullato (una lista di ingredienti chimici che finivano tutti per -ina o -ioso) la delusione fu troppo grande, ed ora che anche voi siete a conoscenza di questa stramba storia vera di vita, forse siete nell’ottica giusta per leggere qualcosa sul “Velluto blu”.

Prima di spaccare le televisioni di tutto il mondo insieme all’agente Cooper, Lynch spaccava già televisioni.

C’è una scena in questo film che per me è fondamentale: Jeffrey (il fidato Kyle MacLachlan) e Sandy (l’altrettanto sodale Laura Dern) sono in auto, stanno tornando a casa e qualcuno inizia ad inseguirli, entrambi pensato che sia quel pazzoide di Frank (Dennis Hopper), quando invece scoprono che si tratta solo di un problema, reso ormai minore dallo scorrere degli eventi, un problema che sembra arrivare da una vita precedente, si tratta di Mike, il ragazzo geloso di Sandy che vuole spaccare il muso a Jeffrey. Quando questo lo ferma e lo fa scendere dall’auto, in quel momento da casa esce Dorothy (Isabella Rossellini), in stato confusionale, nuda: «Chi è quella, tua madre? È tua madre, Jeffrey?» e quando il ragazzo corre a soccorrerla, Mike risulta spiazzato, ripete «Io non lo sapevo» e tutte le sue mire da bullo si disinnescano. Una trovata di realismo, una soluzione quasi anti-cinematografica che mette in chiaro che il mondo sotto il mondo, scoperto per caso e per curiosità da Jeffrey, ormai è venuto a galla e con esso, tutti i suoi problemi.

Un modo di emergere, proprio come fa Isabella Rossellini, il cui corpo bianchissimo spicca dal buio dello sfondo (tenete a mente questo dettaglio, più avanti ci torneremo), lo stesso corpo che ha fatto salire il sangue alla testa al produttore. Dino De Laurentiis poteva accettare tutto, anche un flop al botteghino come Dune, dopo aver messo sotto contratto Lynch, ma questo no: «Per la memoria di Roberto Rossellini questo film non sarà mai presentato alla Mostra di Venezia» (storia vera), motivo per cui Lynch è sempre stato più celebrato dai “rivali” di Cannes che qui da noi, ma questo è un altro discorso, ho già deciso di giocarmi questo post su “Velluto blu” nel modo meno cartesiano possibile, fatemi cercare di tornare in carreggiata.

«Ti ho già detto che questa giacca di pell…», «Fermati Paul Atreides, quello era un altro film»

Dopo The elephant man, il nostro regista dal ciuffo più bello della storia ha provato a convincere il produttore Richard Roth a mettere insieme i soldi per il suo, ormai mitico e già citato “Ronnie rocket”, ma piuttosto che quella follia con la cospirazione degli uomini-ciambella, il nostro ha combinato per un contrattone con De Laurentiis, ma solo dopo il risultato sanguinoso della trasferta su Dune, Lynch ha potuto ottenere carta bianca dal Dinone nazionale, i tempi erano maturi per tirare fuori il copione di “Velluto blu”, lasciato a maturare per anni sul fondo di un cassetto.

Con ritrovato spirito, Lynch si lanciò in un’operazione fondamentale per la sua carriera, in rarissimi casi nella storia del cinema abbiamo assistito ad operazioni come questa, che sa rifarsi in maniera manifesta ai classici, per creare qualcosa di nuovo. Lynch parte dal noir, ne abbraccia i tòpoi classici a tutti gli effetti e li applica ad un tema a lui caro, la perdita dell’innocenza qui rappresentata dal suo protagonista, l’alter-ego Jeffrey Beaumont, una tematica che ritroveremo spesso nella poetica di Lynch e che farà sbocciare tutto il suo universo di Twin Peaks. Anche per questo “Velluto blu” è un film fondamentale, e anche se il logo è di un altro colore… Classido!

I titoli di testa con le tende e le colonna sonora di Angelo Badalamenti – alla sua prima di tante collaborazioni con Lynch – ci introducono ad un mondo che è l’idealizzazione dell’America di provincia, quella con echi da anni ’50, il periodo d’oro degli Stati Uniti, in cui i pompieri hanno un dalmata (i veri agenti del caos!), le palizzate delle case sono tutte bianche, le rose piantate rossissime, e al padre di Jeffrey prende un colpo sì, ma in un’atmosfera da sogno.

Stati Uniti di provinciopoli, dove ad una prima occhiata sembra quasi tutto normale (se non fosse che non lo è)

Sulla strada del ritorno dal capezzale paterno, durante un momento in cui Jeffrey è costretto a fare i conti con la mortalità paterna e del suo inevitabile e inarrestabile crescere, il personaggio impersonato da Kyle MacLachlan trova un orecchio umano mozzato nell’erba. Vi ricordate quando vi parlavo della mia strampalata teoria della Trilogia dell’orecchio? Ho sempre pensato che il terzo vertice insieme a Blow Out fosse proprio “Velluto blu”, fateci caso, l’orecchio è un portare di accesso più o meno diretto al cervello, Lynch con la sua macchina da presa dà circolarità al film perché due volte – all’inizio e alla fine – indugia, entrando e uscendo idealmente dall’orecchio, e di conseguenza dalla testa del suo alter ergo, che a sua volta si immerge in un modo sotto la superficie dai colori pastello del nostro, trovandone uno molto, ma molto più torbido, che più che solamente noir ha il colore del velluto del titolo.

Quello che sentite leggendo questa didascalia è Enzo Jannacci (post meta-narrativo!)

Vi ero debitore di un’ideale icona lasciata aperta, la chiudo subito: come entra in scena Sandy, impersonata da Laura Dern in questo film? Quando Jeffrey la va a trovare a casa, Lynch ci mostra l’attrice emergere letteralmente dal buio, in modo quasi speculare al nudo di Isabella Rossellini. Sono le due donne della vita di Jeffrey, la brava ragazza che lo perdona e si dispera per il suo sogno infranto e la Femme Fatale che lo seduce, ma che è anche bisognosa di aiuto, quella che si chiama Dorothy, come la protagonista dell’amato (da Lynch moltissimo) “Il mago di Oz” anche se qui è lei quella che deve essere salvata, mentre Jeffrey, è quello che scoprirà di “Non essere più nel Kansas”, facendosi largo in un modo fatto di sadismo.

Sempre un piacere ospitare Isabella Rossellini su questa Bara, un onore!

Dorothy è colei che va salvata, ma ha anche reagito ai ricatti di Frank, creandosi una condizione da vittima designata in un film che trasuda sesso e masochismo in parti uguali, Jeffrey infatti in questo turbine ne viene trascinato, perdendo molta della sua purezza come succederà al suo gemello diverso (… l’agente Cooper di Twin Peaks), salvo poi recuperarla nel finale (… come l’agente Cooper di Twin Peaks il ritorno), perché nel mondo di Lynch, demoni e fatine possono convivere, anche nel finale dove sia Jeffrey che Dorothy, come l’omonima del mago di Oz, sembrano risvegliarsi da quello che potrebbe essere stato tutto un sogno, una conclusione che fa coesistere orecchie umane mozzate con le forbici e pettirossi, ma se si parla di demoni e creature infernali, allora dobbiamo per forza aprire il libro al capitolo: Dennis Hopper.

Quante volte ha fatto il cattivo in carriera Dennis Hopper? Quante volte ha recitato il ruolo del pazzo Dennis Hopper? Lo dico? Perché me nella selva di toccati in testa recitati dal regista di “Easy Rider”, il suo Frank Booth e il più fottuto pazzo bastardo di tutti! L’idea di Lynch era quella di farlo girare con una bombola di elio da inalare, in modo da alzargli di diverse ottave la sua voce, rendendo ancora più chiaro l’emergere della sua personalità bambinesca, in confronto con il sadico violento che maltratta Dorothy, salvo poi chiamarla mamma un minuto dopo (… Sigmund Freud, analyze this!)

Il più fottuto folle bastardo mai visto al cinema, probabilmente da quando esiste questa forma d’arte, grazie Dennis (la minaccia)

Ma il vero colpo di genio di Lynch non è tanto Frank Booth o il (non) mistero dell’uomo elegante, a suo modo Frank è il mostro che si agita sotto il letto, quello che fa rumore al piano di sotto quando sei da solo in casa, il colpo di genio è aver capito che Frank è sempre stato lì. Quando Jeffrey trova quell’orecchio nell’erba, non apre una porta verso un altro mondo, scopre soltanto quello che si nascondeva sotto il suo, per questo adoro l’inquadratura iniziale del film con le rose rosse e la staccionata bianca, i pompieri e il dalmata, Lynch ci sta dicendo che quel mondo esiste davvero, è reale quanto Frank Booth.

Il punto è che i due livelli convivono, le rose e gli insetti sotto il prato, Dorothy e Sandy, i pettirossi e gli orecchi mozzati, il sogno e l’incubo. Lynch non è mai stato interessato a scegliere uno dei due, una delle ragioni per cui continuo a pensare che i tanti tentativi di “spiegare” il suo cinema siano destinati a fallire, David Lynch non vuole risolvere il mistero, vuole fartelo percepire usando il mezzo cinematografico come se fosse un sogno, perché giova ricordarlo, il nostre cervello quando sogna, lo fa già usando montaggio, piani sequenza e tagli di inquadratura come se si fosse laureato in cinema alla University of Southern California.

Tutti i personaggi di Lynch devono far morire il loro adolescente interiore, il loro doppio, per perdere l’innocenza come solo l’età adulta può farti fare.

Per questo motivo “Velluto blu” è probabilmente il suo primo film davvero compiuto, perché qui troviamo quasi tutto il suo universo creativo già perfettamente formato: La provincia americana che nasconde segreti indicibili, i personaggi divisi tra innocenza e corruzione, i sogni che invadono la realtà, la musica utilizzata come una macchina del tempo emotiva, le tende, le stanze buie. Come al solito ha ben riassunto la Wing-woman, lapidaria come solo lei sa essere, mentre riguardavamo il film: «Questo omino ha fatto e rifatto Twin Peaks in tutte le salse», per la nuda cronaca, l’omino nel vocabolario della Wing-woman sarebbe David Lynch.

Con il tempo sono seguiti altri viaggi sempre più profondi dentro la testa del suo autore, ma il sentiero era già stato aperto qui, da un orecchio. Che poi è anche una sintesi perfetta del cinema di Lynch, molti registi vogliono mostrarti qualcosa, questo omino di nome David invece vuole sussurrartela, ti invita ad avvicinarti, ad ascoltare, a prestare attenzione al ronzio che arriva da sotto il prato perfettamente tagliato di Lumberton, perché sotto quel velluto blu c’è sempre qualcosa che si muove, David Lynch, quarant’anni fa, aveva già avuto la brillante idea di mostrarcelo.

Normale che dopo questo film monumentale, Lynch abbia firmato il suo film più di cuore (selvaggio) e la serie che ha scolpito a caratteri cubitali il suo nome nell’immaginario collettivo, li ho già trattati entrambi in post specifici, ma siccome sono un eccentrico dal cuore selvaggio come Sailor e puro come Dale Cooper, la mia indagine e questa rubrica continuerà, ma tra sette giorni, state pronti, la gomma da masticare che vi piaceva sta per tornare di moda.

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