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Veloce come il vento (2016): Pesta su ‘sto pedale!

Possiamo
accettare il fatto che il cinema italiano ci stia dando segnali di un’apocalisse imminente? Parlo proprio di roba in stile vecchio testamento, non
solo negli ultimi due anni ho visto più film italiani di quanti ne abbia visti
nei cinque precedenti, ma alcuni li ho anche apprezzati, possibile che il
nostro cinema stia iniziando a sfornare soggetti… Che viene quasi voglia di
guardare con interesse? Sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme! Masse
isteriche!

Vi ho già
parlato di quanto Suburra e Lo chiamavano Jeeg Robot mi siano piaciuti,
sfruttandone la scia e rubando loro l’aereodinamica, i due titoli di testa
vengono tallonati da questo “Veloce come il vento”, un film sulle gare di corsa?
Italiano? Con Stefano Accorsi!?! La fine è vicina… Moriremo tutti!
Devo dire che
il film ha dei numeri, non moltissimi se devo essere onesto, ma è l’ennesima
conferma di quella che ormai pare una tendenza: nel cinema italiano ci sono
registi che hanno voglia di raccontare soggetti diversi rispetto ai soliti
drammoni strappalacrime o commedie con Pieraccioni e, anche se “Veloce come il
vento” non è tutto pesche e crema, è chiara la volontà di tornare a parlare di
film di genere, in questo strambo Paese a forma di scarpa, che per anni ha
sfornato pellicole di questo tipo.
Matilda De
Angelis (Giulia De Martino) è una 17enne con i capelli come Mako Mori, ma
invece di pilotare Jaeger, è la pilota di punta nel team del padre, impegnata
nel campionato GT. Partiamo subito con le cose negative: benzina, staff, manutenzione,
pezzi di ricambio, le corse sono un hobby costoso e la famiglia De Angelis nel
film è mostrata come eccessivamente spiantata per portarlo avanti, quindi il
film parte subito con il freno a mano tirato, il melodramma tipico del cinema
italico reclama il suo tributo di sangue.

“Cosa vuol dire che non posso pilotare Gipsy Danger?”.
Per finanziare
la sua squadra, papà De Angelis si è impegnato la casa con lo strozzino locale,
uno che dovrebbe essere il cattivo del film, non per i suoi tassi d’interesse,
ma perché è così e basta, il film fa spallucce sull’argomento e parte
sgommando, in direzione della prossima sfiga: papà De Angelis ci lascia le
penne (causa infarto) nella prima smarmellata scena, Matilda resta sola con il
fratellino minore, un cosino con gli occhiali tondi che non sorride MAI
(soprannominato “Allegria”). Sfiga numero due: i servizi sociali minacciano di
separare i fratelli, anche perché la madre, per esigenze (drammatiche) di
copione, è fuori dai giochi.



Non sono passati nemmeno cinque minuti e siamo già in zona melodramma…
La svolta ha
un nome, un cognome e un tutore al braccio: Loris De Martino (Stefano Accorsi)
è il fratello maggiore, ex grande pilota, attualmente “Sua eminenza il tossico”
(citando Stephen King) a tempo pieno, ultimo sforzo di fantasia richiesto dal
film, gli assistenti sociali nominano Loris tutore legale dei suoi giovani
fratelli, responsabile della loro cura e istruzione, si va a vivere tutti nel
cascinale di famiglia… Se vi sembra strano che ad un eroinomane conclamato e
riconosciuto venga affidata tale responsabilità, siamo almeno in due a
pensarlo, ennesima forzatura della sceneggiatura? Forse, ma in questo strambo
Paese a forma di scarpa può succedere anche di peggio…
Cosa succede?
Quello che ci si aspetta da una trama come questa: siccome Loris era una drago
del volante, aiuta la sorella allenandola per il campionato, ad ogni vittoria
corrisponde un piccolo miglioramento del rapporto tra di loro e un piccolo
riscatto sociale di questi “Outsider” relegati agli ultimi posti della lunga
fila del mondo.



“Eccomi, sono la vostra svolta nella trama… Voilà!”.
Quello che
incredibilmente funziona in “Veloce come il vento” sono i protagonisti, ok la
fidanzatina (a sua volta tossica persa) di Loris è un personaggio che grida
fortissimo “Clichè!” allo spettatore, infatti serve solo a sottolineare (in
maniera un po’ grossolana) alcuni passaggi della trama, Matilda, invece, funziona. E’ abbastanza clamoroso che il nostro cinema, riesca a sfornare una
17enne non “Mocciana” che è più responsabile e inflessibile di tutti gli
adulti del film.


Il suo
perfetto contraltare è il Loris di Stefano Accorsi, che incredibilmente non si è fatto venire in mente nessuna idea da cui trarre qualcosa,
ma si è limitato a recitare il suo personaggio in modo credibile. Ora, a me
stanno un po’ sul cazzo le storie con gli eroinomani in fondo buoni di cuore, buonismi
cinematografici che fanno a cazzotti con la realtà.

“E’ tutto merito mio! Sono bravo!”.
Eppure, il
Loris, in questo film è un tossico per capirci, come il mio vicino di casa, uno
che si vende tutto pur di farsi, che passa da una bugia all’altra (il tutore al
braccio) per giustificare la sua condizione, insomma non il solito drogato dei
film, con l’occhio a mezz’asta e la parlata a rallentatore, malgrado Stefano
Accorsi non riesca a perdere la sua parlata impostata, nemmeno tra denti marci
e accento emiliano, la parola che inizia a farsi largo è credibilità…
Una volta
definiti i personaggi e i loro ruoli, cosa manca a questo film? Come dicevano
in “Team America”: quello che ti serve è un training montage!



We’re gonna need a montage (montage) Even Rocky had a Montage (montage).
Loris insegna,
Matilda impara, con attrezzi improvvisati in casa (un po’ alla Rocky per
capirci) per simulare gli effetti di una curva presa a tavoletta, questa è la
parte più esaltante e riuscita del film.
Certo, l’inseguimento
in auto tra le vie del paese, con un gruppo (due) di truzzi motorizzati,
magari non ha proprio il montaggio più bello del mondo e, come ho già notato in
Lo chiamavano Jeeg Robot, il nostro cinema avrebbe bisogno di un po’ di rumoristi
per migliorare il montaggio sonoro (le auto fuori dai circuiti fanno tutte lo
stesso identico rumore), però almeno le gare in pista sono ben fatte, soprattutto
perché sono davvero girate in pista, inquadrando le auto all’altezza giusta, con
lo stesso Accorsi impegnato a fare parecchi dei sui stunt, insomma: tutta roba
verace che al nostro cinema mancava da troppo!



Ditemi che sono ubriaco e non abbiamo un altro Stefano Accorsi per favore…
Appena pensi
che il film prenderà una direzione, ecco che arriva una svolta alla “Million
Dollar baby”, tipo, non proprio uguale uguale, anzi, diciamo che l’incidente è
sullo stupido andante (e sono stato gentile), il momento in cui il melò del
nostro cinema torna a grattare la porta, ma che spiana anche la strada a quel
finale, dove l’accento emiliano azzeccatissimo per il tipo di storia viene
messo da parte, anzi: tutte le parole vengono messe da parte e a parlare è solo
un vecchio catorcio (
anzi due: Loris e la sua Peugeot
Turbo 16)
ancora in grado di dire la sua.



L’autore della più bella frase sentita al cinema nel 2016 (Incredibile ma vero…).
Il finale
soffre ancora di momenti di smarmellamento, però il film tra alti e bassi alla
fine si lascia guardare, certo ci sono dei difetti, che se critico in un film
americano, devo criticare anche qui, per non scadere nel campanilismo più
becero, non mi sento di esaltare “Veloce come il vento” strepitando al
capolavoro, sarebbe il trionfo del “Poteva andarci peggio” (poteva dirigerlo
Muccino…), ma dopo Jeeg Robot, due indizi, ma anche qualcuno di più, tendono a
fare una prova. Con tutti i suoi difetti “Veloce come il vento” ti fa credere
al mantra di Loris, quando dice “che disperati veri siam rimasti in pochi”,
metafora della nostra industria cinematografia. “Prima tocchi il fondo e poi
riparti”, beh siamo ripartiti, magari non veloci come il vento, però con la
giusta voglia di mordere l’asfalto… Andiamo dai, salta ‘sto cordolo! Pesta su ‘sto pedale! 
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