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Venerdì 13 parte VI – Jason vive (1986): Il suo nome è Vorhees, Jason Vorhees

Ormai lo sapete che un blog che svolazza in giro facendosi
chiamare “La bara volante” di certo non tema la scaramanzia, proprio per questo
se per tanti venerdì 13 è un’occasione per tenersi alla larga da scale, specchi
rotti e gatti neri, qui sopra è una festa da celebrare con la rubrica dedicata
a Jason Voorhees!

Il quinto capitolo
della saga del nostro Giasone è un discreto successo commerciale, l’ultimo
titolo di questa saga ad aprire al primo posto durante il primo weekend di
programmazione. Insomma, “Friday the 13” procede con il vento in poppa malgrado
qualche mugugno, gli appassionati della saga vogliono veder tornare il loro
beniamino, il macellatore di adolescenti di Crystal Lake, la gente vuole solo il
goal
Jason Voorhees!

Quindi, dopo un capitolo di riposo, l’imput della produzione è uno ed uno soltanto: trovare il modo
di riportare in scena l’assassino con maschera da Hockey. La patata bollente
finisce nelle mani del regista Tom McLoughlin che, fino a quel momento, aveva
diretto soltanto un film: “One dark night” (1982).

Regista e attore protagonista. Il regista è quello senza maschera da Hockey.

McLoughlin si gratta la pera, ci pensa un po’, poi in 40
giorni di lavoro sforna “Venerdì 13 parte VI – Jason vive” ambientato 7 anni
dopo il quarto capitolo ed uno solo
dopo il quinto. Il risultato finale
spiazza il pubblico, “Friday the 13th Part VI: Jason Lives” diventa il primo
film della saga a non aprire al numero uno durante il primo weekend di
programmazione, il primo agosto del 1986. Ovviamente, un venerdì.

Quello che lascia un po’ interdetto il pubblico è
l’abbondante utilizzo dell’ironia nel film, gli omicidi sono volutamente
esagerati e sono anche tantissimi, questo sesto capitolo alza l’asticella
della mattanza e porta il record a 18, il più alto della saga, almeno fino al
capitolo successivo che, come da tradizione, arriverà qui sopra il prossimo
venerdì 13, quindi occhio al calendario!

“Tornerò presto, quindi… occhio!”.

Visto che siamo in argomento differenze, elenchiamole tutte.
“Jason vive” con i suoi 86 minuti è il più breve venerdì 13 di sempre e anche
l’unico senza alcuna scena di nudo, vi lascio il tempo per disperarvi e
lanciare i pop corn contro lo schermo per il disappunto. A dirla tutta, è anche
quello che non conosce ancora bene la differenza tra destra e sinistra, non per
questioni politiche, più che altro per questione di occhio, nei capitoli due e tre, Jason era
chiaramente cieco dall’occhio destro, mentre qui l’occhio sbrego è il sinistro.
Avrò sbagliato a mettersi le lenti a contatto.

Ma, a suo modo, “Friday the 13th Part VI: Jason Lives” è un
titolo fondamentale per l’iconografia di Jason Voorhees, perché nei capitoli
precedenti il nostro Giasone era estremamente forte, resistente al dolore e con
pochissima voglia di restare a terra morto, ma era ancora a tutti gli effetti
un uomo. Qui diventa un essere risorto dalla morte, una specie di zombie
molto grosso e molto incazzato impossibile da fermare nemmeno centrandolo in
pieno con revolverati e pallettoni, cosa che lo sceriffo qui fa ripetutamente,
ottenendo come unico risultato un Jason che si rialza da terra, nemmeno fosse Ercolino
Sempreinpiedi.

Con la pioggia e con il vento, a Jason stai attento…

Incredibilmente questa nuova peculiarità (che diventerà la
caratteristica più riconoscibile di Jason insieme al machete e alla maschera da
Hockey) è una gentile concessione del suo più acerrimo nemico, la sua
storica nemesi: Tommy Jarvis.

Alla faccia della continuità interna della saga, Tommy che
nel quarto capitolo (e in parte anche nel quinto) sembrava destinato a
diventare il nuovo Jason, qui è un ragazzo tormentato stufo di essere
considerato un pazzo e molto motivato a mettere per sempre la parola fine alla
minaccia (ma anche alla leggenda) di Jason Voorhees. La scena di apertura di “Venerdì
13 parte VI – Jason vive” applica alla lettera la teoria che mi è tanto cara,
quella per cui i primi cinque minuti di un film ne determinano tutto
l’andamento, sotto con i dettagli!

“Non si era parlato di una bara volante? Questa mi sembra fin troppo piantata a terra!”.

Tommy (Thom Mathews) incazzato come una faina punta dritto
alla tomba di Jason, anche se ci era stato detto che era stato cremato nel
capitolo precedente, ma vabbè, dài, non formalizziamoci. Sotto una pioggia
battente lui e il suo compare scavano e scoperchiano la bara di Giasone (le
mani che si vedono aprire la bara, sono quelle del regista Tom McLoughlin.
Storia vera) dentro un corpo marcescente e ricoperto di vermi e vermetti,
davanti al quale Tommy potrebbe rassegnarsi e godersi la morte della sua nemesi
vendendo esche ai pescatori e campando di rendita per il resto della vita. Ma
lui no! Troppo facile godersi la vittoria, perché non impalare Jason con un
palo di ferro sradicato dalla cancellata?

Qui Tommy impara nel modo più drammatico possibile una
semplicissima legge della fisica: benedetto figliolo ti ricordi quando a scuola
ti dicevano che il metallo è conduttore e che durante un temporale è meglio
non sbandierare un palo di ferro lungo due metri? Ma poi… Cazzarola! È il terzo
horror in cui compari puoi non sapere che un fulmine è in grado di riportare in
vita i morti? Non lo hai mai visto Frankenstein! Sarebbe bastato anche
“Frankenstein Junior”!

“Si può fare!” (Cit.)

Risultato, come il titolo annuncia trionfale: Jason vive!
Vive e lotta con noi, le sue idee non moriranno mai, in compenso, un sacco
di adolescenti lo faranno! Il primo a restare a terra e Alan il compare di
Tommy a cui Jason strappa il cuore, ma il dettaglio chiave è quando il regista Tom
McLoughlin fa uno zoom sull’occhio dell’assassino e ci mostra la sua entrata
in scena, una camminata con colpo di machete in direzione macchina da presa
che è chiaramente la parodia della scena iniziale di tutti gli 007, solo con
Jason al posto si James Bond. Il suo nome è Voorhees, Jason Voorhees.

Ah lui la licenza di uccidere la utilizza sicuramente!
Da qui in poi parte la mattanza, il tutto mentre Tommy
sfuggito dalle grinfie di Jason, cercherà in ogni i modo di convincere lo sceriffo
Michael Garris (David Kagen) ad aiutarlo, ritrovandosi di nuovo a blaterare di
un assassino in circolazione, senza che nessuno gli creda. Certo caro Tommy,
difficile che qualcuno ti prenda sul serio, se ti fai beccare in auto con Megan
Garris (Jennifer Cooke) la biondina figlia dello sceriffo che prima scappa sgommando
dalle auto della polizia e per non far beccare il suo amichetto gli spinge
pure giù la testa, aumentando l’ambiguità e l’imbarazzo quando papà beccherà i
due ragazzi in auto. A ben guardare, sembra la scena di “True Lies” (1994) in
versione discount, ma a sessi invertiti e, purtroppo, senza Jamie Lee Curtis e
Bill Paxton.

“Quindi con mia figlia non ci stavi facendo niente, certo! Ringrazia che non abbiamo la pena di morte in questo stato”.

Forse per mantenere al sicuro la virtù di sua figlia, lo
sceriffo Garris sbatte Tommy dietro le sbarre, lasciando campo libero
a Jason di massacrare tutti. Si parte con una bella gita nel bosco, dove il
nostro giocatore di Hockey preferito s’imbatte in un drappello di militari.
Oddio, sono vestiti come dei militari, in realtà, sono impegnati in una
partita di Softair, tra i più caratteristici, il tizio con bandana con su scritto
“DEAD” che affetta alberi con il machete, a cui Jason strappa il Machete.
Ancora attaccato al braccio.

Tu scrivi “DEAD” sulla fascia e poi ti caghi sotto quando vedi Jason. Che cosa credi di fare, umorismo malsano? (Quasi-Cit.)

Notevole anche l’occhialuto giocatore di Softair che tenta
di fermare Jason, sparandogli con la vernice rossa. Persino Giasone lo guarda
come se volesse dirgli «ma sei scemo?» prima di mandarlo al creatore, il tutto
inseguendo i malcapitati che corrono come disperati, ma non riescono a seminare
Jason con il suo passo lento e costante e il caratteristico “Ci Ci Ci Ah Ah Ah”
di sottofondo, che sistematicamente mi resta in testa ogni volta che mi rivedo
un Venerdì 13. Finisce sempre che mi alzo per andare ad aprire la lavastoviglie
e mi metto a fare da solo Ci Ci Ci Ah Ah Ah (storia vera). Vi giuro: provateci,
è uno spasso!

“Sangue finto, che carino. Ora ti mostro quello vero. Il tuo”.

Parliamo un momento degli attori. Tommy qui è interpretato
per la prima volta da Thom Mathews che ha avuto la parte dopo che il
precedente Tommy, John Shepherd, si è rifiutato di tornare dopo essersi
convertito diventando un Cristiano rinato. Ora confesso ignoranza, non so se la
religione vieti di prendere parte a film dell’orrore, avrebbero dovuto venderla
meglio a Shepherd, in questo film Jason risorge, non divide pani e pesci, ma
separa vittime da parti del loro corpo e, a ben vedere, si fa pure una
passeggiata su un lago… ok, è Crystal Lake e non quello di Tiberiade, però, io non
sarei stato così critico dai!

Spargete la buona novella Jason è risorto… ora sono tutti cavoli nostri!

Anche Jason Voorhees nel corso del film subisce dei
cambiamenti, nella scena del massacro dei giocatori di Paintball il nostro
Giasone sembra, beh… Diciamo bello pasciuto. È la stessa cosa che ha pensato
anche il regista Tom McLoughlin, chiamando subito un “Cambio Basket” per
l’attore, Dan Bradley sotto la maschera da Hockey per quella scena, è stato
sostituito al volo da C.J. Graham (questo spiega perché l’occhio di Jason
cambia colore in corso d’opera) un ex militare scelto da McLoughlin, a sua detta,
per la sua presenza da Terminator
che con il suo 1.90 diventa subito il terzo Jason più alto della saga.

Tende un po’ a mozzare teste e gambe nell’inquadratura, ma ha buon occhio per la regia.

Come detto, però, la vera novità oltre alla condizione di
morto vivente di Voorhees è l’ironia che pervade tutto il film. Tom McLoughlin
non tira certo via la mano sfruttando un buon montaggio per enfatizzare gli
elementi comici, tutto questo umorismo nero ci regala ragazzine defenestrate da
Jason strappate al volo dalla loro “babbucce” pelose che restano piantate a
terra con tanto di effetto sonoro da cartone animato, oppure militari
spiaccicati di faccia contro gli alberi che lasciano sulla corteccia grossi
“Smile” disegnati con il sangue. Ma il mio preferito resta lo scontro dentro il
camper, anzi, dentro il piccolo bagno del camper, con Jason che mette fine alla
vita di una ragazza spingendola di faccia contro la parete del mezzo,
deformando la lamiera del camper a forma di faccia… Insomma, tutte queste
trovate da cartone animato violento riducono quasi a zero la tensione e sono
anche il motivo per cui molto puristi della saga non hanno mai amato questo
capitolo. Eppure il massacro sale di colpi, quindi non stupitevi di trovare in giro anche tanti appassionati di questo sesto capitolo.

Spiegalo poi al carrozziere, come hai fatto un bollo così nella lamiera.

Ma l’approccio iconoclasta (e un po’ cazzaro) di Tom
McLoughlin non si limita alle trovate sopra le righe, il film nel suo piccolo è
anche parecchio citazionista e si diverte a strizzare l’occhio a tanti classici
del cinema Horror, il riferimento più palese resta “Frankenstein” (1931), la
resurrezione di Jason a colpi di fulmini è una dichiarazione di intenti, così
come la bimba bionda alle prese con il mostro sembra arrivare proprio da quel
classico, se a questo aggiungiamo che si vede chiaramente un negozio chiamato
“Karloff” direi che McLoughlin non si è certo nascosto dietro ad un dito.

Fai la nanna cocco di mamma, fai la nanna. Ci Ci Ci Ah Ah Ah.

Ma gli omaggi al cinema horror non si fermano qui, Megan
parla di una Cunningham Road, riferimento a Sean S. Cunningham regista del primo capitolo. Inoltre, se aguzzate le
orecchie sentirete parlare di cittadine chiamate Carpenter (questa non credo necessiti di spiegazioni) così come lo
sceriffo Garris porta il nome dell’amico di McLoughlin, il celebre Mick Garris
che nel 1988 ha ricambiato il favore facendo recitare McLoughlin nel suo
“Critters 2”. Ma il personaggio di Sissy, potrebbe da sola essere una doppia
citazione, il nome sembrerebbe un omaggio a Sissy Spacek la Carrie di Brian De
Palma (1976) e nella scena in cui viene uccisa, indossa una maglietta con il
cognome “Baker” sulle spalle. Angela Baker di “Sleepaway Camp” (1983), in fondo
anche qui si parla di ragazze in campeggio, no?

Una cosa è certa, se ti chiami Baker meglio se in campeggio NON ci vai.

Tutto questo giocare con la struttura cinematografica e
portare in scena omicidi sopra le righe, però, ha anche qualche estimatore, ad
esempio, Kevin Williamson ha sempre dichiarato che “Venerdì 13 parte VI – Jason
vive” è stato una delle sue principali fonti d’ ispirazione quando ha scritto “Scream”
(1996) tanto che la sua prima idea per un regista, era proprio McLoughlin
(storia vera) che rifiutando la regia ha regalato uno dei più grandi successi
della carriera di Wes Craven, ma questa è un’altra storia.

La colonna sonora, oltre all’ormai mitico Ci Ci Ci Ah Ah
Ah perfetto per spaventare adolescenti e lavare piatti, vanta anche un paio di
pezzi di uno che i film dell’orrore li ha sempre frequentati, sul palco e al
cinema, sto parlando del grande Alice Cooper. Nel film si sentono distintamente “Teenage Frankenstein” (tanto per
ribadire i riferimenti con il mostro di Mary Shelley) e “Hard Rock Summer”. Ma
il pezzo più significativo, quello che si sente per intero anche sui titoli di
coda è “He’s Back (The Man Behind the Mask)” molto adatto per Jason
Voorhees e anche terribilmente orecchiabile!

Troppi miti tutti insieme per una fotografia sola!

Per altro, Alice Cooper oltre ad essere (no more) Mr. Nice
guy è anche Mr. Numero 6, perché faceva la parte del papà di Freddy in
“Nightmare 6 – La fine” (1991), peccato non lo abbiano coinvolto per “Freddy vs
Jason” (2003), sarebbe stato un ottimo arbitro.

Bisogna dire che nel finale, Tom McLoughlin mette
un pochino da parte l’ironia, quindi il film guadagna un minimo di tensione, gli
ultimi omicidi sono piuttosto cruenti, il nostro Jason dopo essersi portato a
casa il braccio del militare nel bosco, pensa bene di accaparrarsi pure la
capoccia della povera Sissy, sembra quasi che il nostro Giasone collezioni
parti umane come noi facevamo con le figurine Panini: «Ce l’ho, ce l’ho… manca!» (Cit.
dalla vostra infanzia).

“Se trovo anche il sinistro ho finito l’album”.

L’omicidio più riuscito è quello dello sceriffo Garris che
prima scarica addosso a Jason tutti i pallettoni del suo fucile, poi tutto il
caricatore della sua rivoltella e comunque non riesce a fermarlo e
quando lui gli mette finalmente le mani addosso lo spezza letteralmente in due,
anzi, ad essere precisi lo piega a metà, come se stesse chiudendo un libro, un
giallo in cui è facile indovinare l’assassino. È quello con la maschera da
Hockey.

Anche Tommy che è riuscito a fare solo cazzate per tutto il
tempo, si dà un giro nel finale inventando un piano strampalato, ma efficace.
Armato di barchetta, catena, lucchetto colla vinilica e un grosso
pietrone che pare uscito da “Superfantozzi” (ma dove lo ha trovato?) attira
Jason in acqua, salvando la bionda Megan da morte certa e poi, con grande
astuzia (e una discreta botta di culo), riesce a legare Jason mandandolo a nanna
sul fondo del lago, ma non prima che Megan gli dia una bella sminuzzata usando
l’elica del motore della barca.

Voglio vederti a far rimbalzare QUEL sasso sull’acqua di Crystal Lake.

Ovviamente, non manca l’ultima scena con finale a sorpresa
che lascia la porta aperta per un seguito (che in linea di massima è arrivato,
anzi ne sono arrivati ben quattro!).

In buona sostanza, “Venerdì 13 parte VI
– Jason vive” è un film un po’ cazzaro, ma con carattere, quello che a mani
basse ha contribuito maggiormente ad alimentare la percezione di Jason Voorhees
presso il grande pubblico ed anche con un discreto lascito, per conferma
citofonate ai sommozzatori che amano immergersi nelle acque dei laghi del
Minnesota.

“Aiuto affogo! Non so nuot… scheeeerzo!”.

Sì, perché quel gran burlone di Doug Klein, si è divertito
nel 2013 a realizzare una statua a grandezza naturale di Jason Voorhees e a
piazzarla sul fondo del lago di Crosby nel Minnesota, però senza dire niente a
nessuno! Immaginatevi che spasso dev’essere con pinne, fucile ed occhiali,
trovarsi di fronte il vecchio Jason: come può rovinarti una gita al lago lui,
nessun’altro può!

In questa pagina, cliccando QUI, trovate gli altri capitolo della saga di “Venerdì 13” commentati fino ad oggi sulla Bara Volante.

Ma non è certo finita! Fate un salto sulle pagine del
Zinefilo, che proprio oggi comincia la sua rubrica dedicata al nostro Jason!
QUI trovate il la recensione di Lucius al primo film, Venerdì 13 (1980). Insomma buon venerdì 13 a tutti!

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