
Trovo che sia sempre l’occasione giusta per ricordare il cinema di Michael Cimino, oggi festeggiamo i primi trent’anni di un suo titolo fin troppo dimenticato, grazie a Rebel Rebel oggi andiamo “Verso il sole” con il film di oggi, che poi, è anche il titolo italiano, ma parliamo anche di questo qui sotto.

Ringraziando la buona sorte, Verso il Sole non è solo la canzone che Albano portò a Sanremo nel 1997, ma è anche il titolo italiano di un gran film che quest’anno compie trent’anni. Negli USA il battesimo originale è The Sunchaser e una volta tanto possiamo approvare la traduzione poiché “l’inseguitore del sole” o “l’acchiappasole” non sarebbero suonati affatto invitanti.
Settima ed ultima pellicola di un genio un po’ folle, ma ben più di un po’, sfortunato anzi sfortunatissimo: il grande Michael Cimino. Newyorkese, di origine italo-americana, con l’aspetto di un folletto dispettoso, Cimino fu un maestro della New Hollywood, gigante in compagnia di altri giganti i cui nomi fanno tremare i polsi per l’intensità del terremoto che rappresentarono i loro film, prodotti in totale libertà, finalmente indipendenti dal bigottismo e dai codici stantii di un’industria del cinema che aveva perso il contatto con i tempi e con il paese. Ma sarà proprio Cimino, soprannominato in seguito al successo de Il Cacciatore, l’enfant prodige di Hollywood, che verrà additato come colui che metterà fine a quest’età dell’Eden con il flop dalle dimensioni inaudite de I cancelli del Cielo. Arrivata a questo punto penso che si apra un altro capitolo che meriterebbe ben altri approfondimenti, perdonerete l’approssimazione. Ricordiamo solamente, per un debito di rispetto, che con Il Cacciatore, che a pensarci mi vien da piangere per quanto sia un capolavoro, Cimino portava a casa un largo consenso sia di pubblico che di critica, oltre che i due omini d’oro più ambiti – Premio Oscar come Miglior Film e come Miglior Regia. A questo punto gli Studios erano pronti a mettere sul piatto delle belle vasche di fogli verdi a patto di riceverne indietro delle quantità moltiplicate, ma non è andata proprio così. E se vi fate due conti realizzerete che per i vent’anni successivi all’uscita del film di oggi, questo regista maniacale dall’infinito talento, fu completamente dimenticato. Nessuna casa produttrice volle più credere in lui, egli era il regista che aveva affossato, dilatando lo sforamento dei budget di produzione all’infinito, la United Artist, la stampa lo aveva messo al centro del mirino descrivendolo come un irresponsabile disancorato dalla realtà, con un ego spropositato o perfino peggio (cocainomane, razzista, bugiardo). E nonostante la bellezza delle pellicole che seguirono I Cancelli del Cielo (cito solamente L’Anno del Dragone e Ore disperate del 1990) egli rimase il reietto di Hollywood fino alla sua morte, avvenuta nel luglio del 2016 nella sua villa di Los Angeles, morte che per altro non è mai stata ben chiarita, o in ogni modo le cause non sono mai state rese pubbliche. Ignorato fino ed oltre la fine.

La trama di Verso il Sole è semplice e lineare e sarà solo in virtù della maestria di un regista visionario come Cimino che una “magra” sceneggiatura (scritta dall’esordiente Charles Leavitt) si tramuterà in un film a tratti epico, commovente, dove il coinvolgimento non cala neanche per un minuto.
Il Dottor Michael Reynolds (Woody Harrelson il quale ha il pregio/difetto di non riuscirmi mai sgradevole qualsiasi ruolo interpreti. Eh niente! Mi sta simpatico) è lanciato verso una carriera scintillante. È un oncologo affermato e si profila all’orizzonte la concreta possibilità di divenire primario del reparto all’UCLA Medical Center di Los Angeles. La passione per la sua professione sembra pallida, la vicinanza empatica ai suoi pazienti non gli appartiene, è un uomo in carriera con una bella macchina, un bell’orologio, famigliola perfetta (bella moglie, bella bimbetta bionda, perfino la nonna è bellissima) e sta per acquistare una nuova casa da 2 milioni di dollari. C’è tuttavia un lontano ricordo che lo accompagna, un dolore antico che in virtù degli eventi tornerà a bussare al cuore dell’uomo che si nasconde dietro il camice da medico. Un giorno, pur controvoglia, al dottor Reynolds tocca prendere in carico un detenuto sedicenne Brandon Monroe – Blue (Jon Seda), con una rara forma di sarcoma allo stadio terminale. Il bellissimo ragazzo è consapevole di stare per morire ma è duro come la roccia e vuole ad ogni costo tornare nella sua terra d’origine, la terra dei Navajo, in cerca di un lago sacro che secondo una credenza narratale da uno sciamano avrebbe proprietà curative magiche, guarirebbe ogni male. Blue decide perciò di sequestrare il dottore e fuggire a bordo della sua auto per raggiungere le cime delle montagne sacre dove è situato il lago. Il viaggio dei due protagonisti che si snoda dalla California, allo Utah, all’Arizona fino alle montagne del Colorado, attraverso disavventure, scontri, diffidenza reciproca, racconta di un’America diversa, o forse meglio, di tante Americhe che coesistono pur senza comprendersi né amarsi. La sfida che Michael e Blue affronteranno, ognuno partendo dalla propria opposta prospettiva, starà nella complicata ricerca di una dimensione di esistenza umana condivisa, accettabile per entrambi, un’appartenenza comune, forse una rivelazione nella potenza di un sogno.

Tecnicamente un road movie pieno d’azione, che si snoda tra il viaggio fisico e il viaggio interiore, ma che, a partire dalla colonna sonora firmata da Maurice Jarre (appena tre Premi Oscar alla migliore colonna sonora più altre millemila candidature e premi vari), somiglia tanto ad un western nel quale si scontrano i visi pallidi ed i pellerossa in forma di idee. Verso il Sole celebra e indaga, al modo dell’arte di Cimino, il mito fondativo degli USA. Con l’utilizzo, che ben conosce, di campi lunghissimi mozzafiato egli compie la magia del cinema e ci conduce nella Navajo Nation, la più grande riserva di Nativi Americani nell’Ovest del paese. La sapiente regia di Cimino definisce gli schieramenti, i diversi contesti a cui i personaggi appartengono con il ruolo che rivestono in questo nuovo Far West. Il viso pallido non è solo il dottor Reynolds che, con una certa dose di ironia presente lungo tutto il film, ha il privilegio di potersi preoccupare della tossicità della vernice oppure della dannosità del fumo passivo in ambienti e con personaggi per i quali il semplice stare al mondo è già una conquista. Sono visi pallidi anche i suoi colleghi che parlano di Blue come fosse una cavia perfetta per sperimentare senza vedere in lui l’adolescente a cui la vita ha regalato solo bastonate. E lo sono i poliziotti, tutti dotati degli iconici Ray-Ban attraverso le cui lenti filtrano e riconoscono chi non ha la pelle bianca o vive ai margini, venendo ricambiati a loro volta da disprezzo e diffidenza. Viso pallido è anche l’elicottero che volteggia sui monti dei Navajo, mentre pellerossa è l’aquila che si aggira nello stesso cielo americano. Blue, il mezzosangue, l’indiano che rappresenta l’altra America, quella che Cimino ritrae come quella più vera e più bella, l’origine a cui ritornare ad ancorarsi, raccoglie durante il film tutti gli altri appartenenti alla sua “tribù” a partire dai personaggi femminili che incontriamo lungo il tragitto, tutte donne bellissime – perché la bellezza è ciò che rende Blue un ragazzo libero che tale vuole morire (o guarire?) – per proseguire con la altrettanto bella signora hippy a bordo del suo Caravan (pregiato cameo di Anne Bancroft). L’America a cui Cimino rende tutto l’omaggio del cinema, quello grandioso, è decisamente questa. Ed è incredibile come la critica e certa stampa abbiano pensato di tacciarlo di razzismo fin dai tempi de Il Cacciatore. È lecito pensare che dove non piovono i dollaroni attesi le peggio strategie di demolizione abbiano il via libera. Triste e meschino.

Fuori da ogni ipocrisia non si può negare che anche il mestiere del cinema (come tutti) abbia molto a che fare con il tempo ed il denaro, ma forse il punto è proprio questo. Cimino non era un mestierante e lo dico senza offesa (anzi con il dovuto rispetto) per tutti quei registi che pur essendo dotati di enorme talento sono in grado anche di realizzare il fine commerciale richiesto alle loro produzioni. All’investimento deve seguire la raccolta, lo comprendiamo tutti e soprattutto lo comprendono le case di produzione. Ma il Cinema è anche un’arte meravigliosa fatta in forma di storie e di immagini e l’arte spesso non risulta remunerativa al mondo che pretende il mercato. Chiunque sia affezionato a questa spettacolare forma d’espressione umana però non può non riconoscere quando essa si manifesti facendoci sgranare gli occhi e lasciandoci dentro qualcosa che rimane. Verso il sole a mio parere rientra con ogni merito in questa categoria e l’oblio che ha dannato Michael Cimino ha di certo distrutto l’uomo ma nulla può verso la sua arte. I personaggi del dottore bianco e del ragazzo Navajo con lo sfondo di un’America delle origini, raccontano molto di un paese che è nato dalle ceneri di un atto di enorme violenza. Oggi più che mai siamo in grado di toccare con mano quanto lungi sia dall’essere un paese pacificato nelle proprie differenze e quante fratture permangano nel substrato senza potersi sanare. Blue trascina letteralmente il dottor Reynolds in una landa a lui completamente sconosciuta e spaventosa ma che è pur sempre America e la buona notizia è che, a dispetto dello shock iniziale, questo viaggio restituirà all’uomo bianco quello che ha perso. La nostalgia per un paese che avrebbe potuto essere diverso, che forse poteva sperare di esserlo ancora nel 1996, se solo avesse saputo tornare alla bellezza e alla forza dirompente che un sogno condiviso è in grado di innescare. In questo riconosco lo spessore autoriale di cotanto regista. Un messaggio che probabilmente non poteva funzionare in quegli anni che vedevano l’affermarsi di film dagli incassi stellari che scoprivano i primi effetti speciali digitali e la diffusione dei Blockbuster, una comodità senza precedenti la quale però sottraeva gran parte dell’incantesimo del grande schermo in una sala gremita. C’è un fattore tuttavia capace di riportare gli avvenimenti su un piano di realtà ed è la giustizia del tempo. Rivedere oggi questo film testimonia quanto possa parlarci anche del nostro straziato tempo, quanto sia balsamico farsi inumidire gli occhi dalla maestosità dei paesaggi punteggiati da ragazzi nativi che cavalcano come in un paradiso perduto. Blue e Micheal hanno ancora molto da dirci, aprite le orecchie, ma soprattutto gli occhi ragazzi!
Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, la vedrete tornare presto su questa Bara ma se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!


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