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Vestito per uccidere (1980): la letale eleganza del grande cinema

Spero vi siate vestiti a modo per l’occasione, perché è una di quelle importanti, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Life of Brian!

Come i grandi atleti che tornano nella palestra dove hanno cominciato, per ritrovare le motivazioni degli esordi, l’esperienza di Home Movies per De Palma è più importante a livello personale e artistico che per modesti risultati al botteghino. Brian da Newark è pronto a gettarsi nuovamente nel caldo abbraccio del Thriller con dei piani più che bellicosi in mente, infatti inizia di suo pugno a scrivere una sceneggiatura ispirata al romanzo di Gerald Walker: la storia di un poliziotto infiltrato nei bar eleganti dell’Upper East Side frequentati dagli omosessuali, sulle tracce di un assassino. Vi ricorda niente? Esatto, si tratta proprio della prima bozza di quello che una volta finito nelle mani di William Friedkin (di cui De Palma ha sempre parola di stima) sarebbe diventato “Cruising”, il film che è riuscito a far incazzare tutta la comunità Gay americana, gettando comunque basi solidissime per tutto l’horror (e ne abbiamo avuto in abbondanza) del decennio degli ’80, esattamente com’è riuscito a fare De Palma con il suo progetto, chiamiamolo di ripiego… Avercene di “Piani B” così.

“Vestito per uccidere” traduzione letterale di “Dressed to Kill” che vuol dire proprio quello che la nostra distribuzione voleva suggerire, ma è anche un’espressione che si utilizza per parlare di qualcuno tirato a lucido, vestito per far colpo, per togliere il fiato, non per forza nel senso cimiteriale del termine. Quindi, il caro vecchio discorso di Eros e Thanatos (no, non è un cattivo della Marvel) che va di pari passo con il concetto di stile, qui più che mai si fa sostanza, pescando qualcosa da un po’ tutte le parti.

«Angie, ti ho preparato un programmino di tutto riposo: doccia, museo e taxi, che ne pensi?»

Sicuramente da “Cruising”, arriva l’idea di un personaggio che va alla ricerca di sesso occasionale (e Tananai… MUTO!) e s’imbatte in un pasticciaccio losco pieno di morte, ma per De Palma è immancabile la sua sacra “grammatica Hitchcockiana”, come la chiama lui nelle varie interviste, però prima di passare ai nomi grossi e noti che è obbligatorio coinvolgere quando si tratta un film come “Dressed to Kill” ci tenevo ad una piccola digressione.

Quello che viene sempre suggerito, riferito con un filo di voce anche dai diretti interessati, è sicuramente il modo in cui “Vestito per uccidere” faccia sua la lezione Hitchcockiana, ma anche come sia innegabile che nel DNA di questo film ci siano abbondanti tracce di Giallo all’Italiana. Dario Argento si sarebbe quasi definitivamente lasciato alle spalle il Giallo solo due anni dopo con “Tenebre” (1982), ma è innegabile che sapendo dove guardare, in questo gioco di specchi cinematografico messo su da De Palma, ci siano le impronte digitali di Lucio Fulci e ancora di più di Giuliano Carnimeo, basta dire che una delle scene madri di “Dressed to Kill” sembra presa di peso da “Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?” del 1972, dove anche i tagli di montaggio sembrano gli stessi replicati da De Palma.

«Buongiorno, sono il Giallo all’italiana rifatto all’americana»

Vi sto trascinando nel mezzo di una riflessione tutta mia, portate pazienza ancora qualche minuto: De Palma conosceva questi film? Sicuramente, romanticamente verrebbe da pensare che sia stato il suo storico collaboratore Pino Donaggio (che qui firma una delle sue colonne sonore più riuscite di sempre) a far vedere questi titoli all’amico americano, eppure De Palma si è sempre arroccato dietro alla lezione di Zio Hitch, prendendosi anche dei rischi e delle etichette di mero “imitatore” che hanno segnato molte sue scelte e la futura direzione della sua filmografia.

Mai, però, De Palma ha citato il Giallo all’Italiana come modello di riferimento, forse perché il nostro Brian ha sempre tenuto molto alla sua condizione di artista indipendente, oppure, forse, perché il compito di riabilitare e dare valore ai film di genere, era ben disposto a lasciarlo ad altri, tipo Quentin Tarantino che non a caso è un Depalmiano di ferro, enorme estimatore del cinema (citazionista e postmoderno) del regista del New Jersey, così giusto per chiudere il cerchio, ora giuro di smetterla di andare fuori pista.

Giuro che non farò la battuta sui metal detector, sarebbe troppo facile.

“Vestito per uccidere” per quanto mi riguarda sarà per sempre un capolavoro, perché è il trionfo della finzione cinematografica, qui al suo meglio, tanto da essere ancora capace di far sospendere l’incredulità al pubblico quel tanto che basta da dimenticare quello che sta sotto gli occhi di tutti (ovvero la soluzione del mistero) lasciandosi trascinare giù nel gorgo della suspence, dello stile che diventa non solo sostanza, ma narrazione, in un film quasi irridente nei confronti della morale e di “quelli che benpensano” (cit.), in cui tutto è un doppio di qualcos’altro, dove ogni superfice, specchio o lama di rasoio è tirata a lucido, una macchina da guerra cinematografica perfettamente oliata e caricata a pallettoni, che De Palma spara in faccia al pubblico, mentendo, con grande stile, ventiquattro volte al secondo. Classido? Dopo questa infinita premessa mi sembra il minimo, no?

Ma prima è importante affrontare l’elefante al centro della stanza. Le accuse di misoginia raccolte dal film, aggiunte alle critiche ricevute dalla comunità Gay non hanno impedito al film di diventare il secondo grande successo al botteghino di De Palma dopo Carrie, ma come succede spesso con le polemiche si sono rivelate un po’ miopi. Mi piace molto la risposta di De Palma ad un’intervista rilasciata nel 1998, le sue idee di base sono spesso molto vittoriane e convenzionali, si traducono nel mettere una donna dentro un’ideale “casa stregata” perché le donne, per il regista, sono più vulnerabili se minacciate da uno sconosciuto. Pausa scenica ad effetto, perché De Palma da zio Hitch ha ereditato anche l’umorismo nero oltre che la tecnica: «Inoltre, preferisco fotografare più le donne che gli uomini», sorriso sornione da Stregatto per completare l’opera.

Un sorriso, tipo così.

Brian da Newark non si nasconde dietro ad un dito, ma più che di misoginia (o transfobia) per questo film bisognerebbe parlare di aderenza la genere, il Giallo (più del suo cuginetto moderno, lo Slasher) è sempre stato abbastanza conservatore per il ruolo delle donne, ma nel cinema di De Palma è anche innegabile che siano proprio loro il vero motore della storia, i personaggi femminili, con la scoperta o la sicurezza del loro corpo, dei proprio mezzi e della propria sessualità sono sempre molto più toste e risolute dei maschietti, che nei film di De Palma sono una bella collezione di schizzati, afflitti dalle loro ossessioni e per questo molto più deboli. Con questa, possiamo archiviare tutte le polemiche che ci sono sempre state nella storia del cinema e che, molte volte, lasciano ancora il tempo che trovano.

In quanto cantore del doppio al cinema, De Palma con “Dressed to Kill” si muove lungo due binari: quello del gioco di specchi cinematografico da una parte e quello dell’esperienza personale, quasi autobiografica dall’altra. Potrei cavarmela con poco dicendo che “Vestito per uccidere” è Psycho che ha scoperto la rivoluzione sessuale, ci farei una gran figura perché è un concetto difficilmente criticabile, ma che descrive solo una parte del film, questo per dirvi della grandezza del medesimo, che ha nel suo massimo pregio quello di riuscire a restare fresco, diretto, semplice (anche nella trama), pur avendo nella sua pancia un mondo intero di riferimenti. Di solito sono quelli davvero bravi a far sembrare facile qualcosa che non lo è, De Palma qui si conferma molto più che semplicemente bravo.

… chiodo fisso. Non è quello di Alfred Hitchcock De Palma per le tende docce (quasi-cit.)

Se la base è Psycho, il modello viene subito tradito, rimaneggiato e raddoppiato, dal cantore del doppio al cinema, infatti “Vestito per uccidere” inizia e finisce con una scena nella doppia, entrambe sono rimpinzate di specchi perché il senso sta tutto qui, nulla è reale in questo prologo ed epilogo (entrambi onirici, per rafforzare il concetto), tutto è finzione cinematografica e se zio Hitch suggeriva i pruriti, De Palma li mostra, non è più di Norman Bates l’occhio che uccide (ah-ah) e osserva sotto la doccia, ma è direttamente il nostro, quello della macchina da presa di De Palma che spia Angie Dickinson sotto la doccia. Attrice scelta da De Palma per la sua popolarità negli anni ’70, anche se poi per il corpo nudo della donna è stata utilizzata una controfigura, come si chiama in gergo un “Body double”, perché “Vestito per uccidere” è un film talmente fondamentale e creativo per De Palma, che dalle sue costole genererà altre due pietre miliari, che non vedo l’ora di trattare nei prossimi capitoli della rubrica.

Kate Miller, il personaggio di Angie “Legs” Dickinson è una madre inquieta, sessualmente frustrata e in terapia presso lo psichiatra newyorkese Robert Elliott (Michael Caine), il prologo, oltre all’ossessione di De Palma per le scene nella doccia, mette in chiaro le voglie della donna e qui il regista del New Jersey passa da un Hitchcock all’altro, perché “Vestito per uccidere” non è un monotono rifacimento di Psycho, ma la dimostrazione che De Palma ha davvero fatto sua la lezione di zio Hitch, tanto da potersi permettere di “sporcare” la sua versione della storia, con la stessa vernice presa in prestito da La donna che visse due volte.

«A lei piace Hitchcock?», «Sì, le prime cose che ha fatto»

La lunga scena del museo, non è solo una strizzatina d’occhio a quella che vedeva Kim Novak tra le opere d’arte nel film di Hitch, ma porta tutto ad un altro livello: puro cinema, narrazione per immagini, il trionfo dello “Show, don’t tell”, un corteggiamento con uno sconosciuto che dura la bellezza di nove minuti, dove Pino Donaggio può scatenarsi con la sua colonna sonora, mentre De Palma ci parla di paura e desiderio femminile, la cara vecchia vojja de scopà (cit.) che non è patrimonio unico dei maschietti, anzi e De Palma parte proprio da qui. Anche se Angie Dickinson ha confermato che girare la scena di sesso sui sedili posteriori del taxi è stata l’esperienza più complicata della sua carriera, visto che le auto accanto frenavano per sbirciare (storia vera).

Tagli, non solo di montaggio.

In “Vestito per uccidere”, però, ci sono le caratteristiche del Giallo, quindi chi fa troppo sesso rischia tanto quanto chi ne fa troppo poco (nella fattispecie, di impazzire), ma se zio Hitch suggeriva la “parola con tre S” e poi riportava i suoi personaggi nei canoni dello status quo, De Palma è molto più rivoluzionario, satirico nel suo far saltare la mosca al naso ai benpensanti. Kate Miller viene punita due volte, prima dalla lettera che le fa fare una rivelazione sul suo amante occasionale, poi dall’assassino, che per canone del genere non può che rappresentare le morte, quindi cosa c’è di più classico di qualcuno che uccide indossando un lungo cappotto e uno scintillante rasoio? (Tra)vestito per uccidere appunto, in un’altra scena madre, dalla trappola dello spazio chiuso della doccia, si passa all’ascensore, tutto tempestato di specchi per moltiplicare il punto di vista, De Palma si gioca la mossa alla Psycho definitiva: fa morire la bionda che sembrava la protagonista, per far entrare in scena quella vera, ovviamente un altro personaggio femminile sessualmente molto forte, la prostituta Liz Blake, fatta a forma di quella che allora era la neo signora De Palma, ovvero Nancy Allen che se si fosse presentata come compare in questo film al distretto di polizia di Detroit, avrebbe fatto uscire le rotelle e i circuiti dal naso anche a Robocop, con tutto il rispetto per la sua “ciancicante” Anne Lewis.

Tra le scene in ascensore migliori di sempre? A mani basse.

Qui i canoni del Giallo sono tutti rispettati: abbiamo il poliziotto ad una prima occhiata inetto, ovvero il Detective Marino interpretato dal pretoriano di De Palma ed esperto in ruoli da sbirro, Dennis Franz, ma abbiamo anche un’aggiunta quasi biografica per il regista come vi accennavo lassù, ovvero Peter Miller, il figlio della defunta Kate interpretato da Keith Gordon, un personaggio che sembra la diretta continuazione di quello che l’attore impersonava in Home Movies, che qui può mettere in atto quello che ha imparato sul cinema dal Maestro Kirk Douglas nel film precedente di De Palma, oltre ad essere il vero alter ego del regista.

L’alter ego del regista, inquadrato con un’inquadratura tipica del regista (ci sono doppi ovunque!)

Come abbiamo visto, De Palma è quasi uno scienziato che ha perso la testa per il cinema, un piccolo nerd fissato con l’omicidio di Kennedy che come Peter in questo film, amava costruire macchine da presa, in “Vestito per uccidere” il ragazzo grazie ad un vero e proprio story board e ad una telecamera artigianale, tiene sotto controllo il Dr. Robert Elliott, proprio come faceva De Palma con suo padre, che il futuro regista seguiva e riprendeva durante le sue numerose scappatelle (storia vera). Pare che la scena finale (l’irruzione con coltello alla mano) sia anche quella un ricordo d’infanzia trasformato in puro cinema, solo che nella realtà l’aggressore pare essere stato uno dei mariti delle varie amanti del signor De Palma senior, mescolate tutto questo al fatto che in quel periodo della vita, Brian nell’altra metà del suo letto al risveglio, trovava Nancy Allen e avrete un’idea di tutti gli elementi che il regista ha rimasticato per dirigere questo classi(d)o.

I registi di thriller preferiscono le bionde.

Che poi spogliato di tutto (e di spogliarelli ce ne sono in questo film) è un thriller che t’incolla allo schermo e non ti molla fino ai titoli di coda, posso portare acqua al mio mulino? La mia stramba teoria per cui ogni grande film dovrebbe avere una scena in metropolitana? Nancy Allen inseguita dall’inquietante Bobbi proprio in metro, non solo rende l’idea di quanto poteva essere pericolosa la New York di fine anni ’70 (per una donna, ma non solo), ma anche tutta la maestria di De Palma come regista, banalmente quando Nancy Allen si volta a guardare indietro, nello stesso momento in cui lo fa Bobbi, resta un momento di tensione girato alla grande, all’interno di una scena da assoluto patema d’animo che è una delle tante scene madri di un film che fa dello stile la sua sostanza. Mi sembra un po’ assurdo anche in virtù di tutto quello che ho scritto farlo, per un film che ha più di quarant’anni ma… SPOILER!

Per distrarvi dal paragrafo pieno di Spoiler, vi metto Nancy Allen sexy.

Il mistero di “Dressed to Kill” non è davvero tale, ci sono un paio di false piste (come la telefonata di Bobbi al dottore), ma è chiaro fin dall’entrata in scena di Michael Caine proprio in quel ruolo così all’apparenza marginale che (tra)”Vestito per uccidere” sia il titolo giusto per il film. Il dottore di Caine è scisso, la versione Depalmiana di Norman Bates, infatti, il regista non fa altro che giocare con noi: semina false piste, ma poi gioca a carte scoperte, gli specchi moltiplicano i punti di vista, infatti il Dr. Robert Elliott ne ha uno, del tutto inspiegabile per utilità, ma efficacissimo, cinematograficamente parlando, sulla sua scrivania, in cui si specchia sorridendo, come a liberare la sua altra parte, quella risvegliata dal desiderio sessuale, per un altro personaggio che in quanto maschile, risulta vittima delle sue ossessioni. Fine della porzione con Spoiler-non-spoiler!

Come riassumere il cinema di De Palma in un fotogramma? Forse questo.

Come dicevo le polemiche sono fioccate, De Palma avrà assimilato la sua tanto amata “grammatica hitchcockiana”, ma senza perdere il gusto per la satira delle sue prime commedie, pur abbracciando in tutto e per tutto il Thriller. Il risultato è una bomba sganciata contro i perbenisti, capace di far incazzare tutti, perché la beffa, la finzione cinematografica di De Palma perdura fino alla scena finale (che poi è una variante con ancora più stile dell’ultima scena di Carrie), eppure le polemiche si sono quasi spente, mentre quello che resta è un film che ha fatto scuola, talmente tanto cinematografico come si diceva, da spargere semi pronti ad essere raccolti.

Il casino è tenerli puliti tutti questi specchi (paura eh?)

Pare che sul set di “Dressed to Kill” De Palma abbia mandato il suo fonico a registrare qualche suono fresco, stanco di utilizzare sempre gli stessi già campionati e in uso da anni, un dettaglio che diventerà la base del prossimo capitolo che arriverà qui tra sette giorni, non mancate e mi raccomando: affinate il vostro udito, vi servirà.

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