
Ufficiale: voglio bene a Joe Begos! Lo so, lo scenario è cambiato così velocemente che sembra incredibile anche a me e mi rendo conto che magari qualcuno di voi potrebbe essersi perso i precedenti capitoli dell’affare Begos. Rimediamo subito. Il nostro amico Joe va pazzo per il suo cinema girato tra amici, con budget infinitesimali e secchiate di sangue, il suo esordio “Almost Human” (2013) era delicato come grattarsi la schiena con una grattugia, ma risultava strapieno di motoseghe e divertente al punto giusto.
Dopodiché il tracollo totale, quella porcata di “The Mind’s Eye” (2015), una roba di rara bruttezza che prendeva come modello il mio secondo Canadese preferito ed in particolare i suoi Brood e Scanners per rifarli nel peggiore dei modi possibili. Una schifezza inguardabile da cui sembrava impossibile riprendersi, almeno fino all’ottimo Bliss uscito l’anno scorso, una storia di droga e vampirismo fortemente debitrice di un paio di film di Abel Ferrara come “The Driller Killer” (1979) e “The Addiction” (1995) che, però, riusciva ad essere brutta, sporca a cattivissima quel tanto che bastava per rilanciare Begos, uno a cui pareva mancare uno sceneggiatore capace e qualche attore di peso per fare il definitivo salto di qualità.
Buona notizia: “VFW” il suo nuovo lavoro vanta un cast di tutto rispetto. Cattiva notizia: la sceneggiatura è ancora strapiena di dialoghi troppo lunghi, a tratti imbarazzanti e come sempre strapieni di parolacce, oltre ad essere chiaramente ispirata ad un altro grande maestro. Buonissima notizia: il Maestro di riferimento scelto da Begos questa volta è IL Maestro, John Carpenter.

Per gli Americani che stanno in fissa con gli acronimi tanto da utilizzarne uno anche per il nome del loro Paese, la sigla “VFW, sta per “Veterans of Foreign Wars”, ma è anche il nome che il barista Fred Parras ha dato al suo locale, in posto frequentato da reduci, in particolare del Vietnam. Una piccola oasi in una realtà in rovina, sì, perché la città è spaccata in due dalla solita guerra tra bande rivali per il controllo dello spaccio, anche se lo scenario sta per cambiare, la novità è una polverina blu talmente potente da trasformare chi la utilizza in “zombie” assuefatti, pronti anche a morire per la prossima dose e questa nuova droga chiamata “Hype” è nelle mani del feroce capo banda Boz (Travis Hammer), Time Out Cassidy!
Quanto cazzarola è geniale chiamare la droga immaginaria di un film “Hype” nel 2020? In un momento in cui in rete ogni nuovo titolo viene valutato solo per il livello di aspettativa che è in grado di generare e tutti sembrano dei tossici in preda appunto all’hype (anche noto come: AAAAAIIIIPPPPP!) per questo o quell’altro film? Quando ho sentito la voce narrante all’inizio di “VFW” chiamare la droga così, avrei voluto dare un cinque altissimo a Joe Begos per la brillante intuizione (storia vera). Fine Time Out Cassidy.

Seguendo pagina per pagina la lezione Carpenteriana, Elizabeth, detta Lizard (Sierra McCormick) scappa con alcuni panetti di questa nuova droga e si rifugia nel bar per veterani che dà il titolo al film, Boz con i suoi zombie strafatti, capitanati da Gutter (Dora Madison, la protagonista di Bliss) faranno di tutto per riprendersela. Un assedio che, poi, è la base di tutto il cinema migliore, tra giovani strafatti pronti anche a morire come gli stuntmen in un film d’azione indonesiano, contro una banda di vecchi militari che volevano solo festeggiare il compleanno di un amico. Begos si mette in testa di rifare Distretto 13, solo con molta più droga (nei suoi film non manca mai), asce, coltelli e gente ammazzata malamente il tutto mentre il sangue scorre copioso. Quindi, torno alla mia frase d’apertura, è ufficiale: voglio bene a Joe Begos!
Se non bastasse scegliere come esempio il mio regista preferito, Begos, come dicevamo, questa volta può contare anche su un cast di attori di tutto rispetto, una serie di facce note e rugose che sembrano uscite da tutti i film giusti, occhio che parte l’elenco.

Il barista Fred che vorrebbe solo festeggiare il compleanno ricordando i vecchi tempi con gli amici, ha il faccione di Stephen Lang. Magari anche voi come me lo associate ancora oggi a due classici come “Gettysburg” e Tombstone (entrambi del 1993), ma di sicuro lo avete visto nei panni del cattivissimo marines in Avatar e più recentemente in Man in the Dark.
Walter Reed, invece, è il simpaticone del gruppo, quello sempre con la battuta pronta e la faccia da schiaffi di William Sadler, cattivissimo in 58 minuti per morire e presenza spesso fissa nei film di Walter Hill.

Abe Hawkins è interpretato da Fred Williamson, ex giocatore di Football che ricorderete per “Quel maledetto treno blindato” (1977) e che qui sembra riprendere il suo personaggio del già parecchio derivativo “Dal tramonto all’alba” (1996).
A completare il quintetto ci pensano David Patrick Kelly, decisamente quello invecchiato peggio di tutto il gruppo (provocare i Guerrieri alla lunga logora) e in un ruolo da piacione in giacca e cravatta, il cattivo maestro Martin Kove, forse quello che ne esce meglio di tutti. Sarà che siamo abituati a vederlo interpretare il sensei John Kreese, quindi ritrovarlo qui, nei panni di un venditore propenso ad risolvere le situazioni a parole («Something new? Call Lou. I’m Lou.») fa un certo effetto. ma trattandosi comunque di Martin Kove, quandi è il momento di passare all’azione il suo personaggio non si tira certo indietro.

A tutti questi arzilli vecchietti aggiungete anche George Wendt che credo sia un altro mezzo colpo di genio di Begos, sì, perché ci vedo qualcosa di piuttosto ironico nell’ambientare un intero film in un bar e mettere nel cast uno che ha interpretato tutti gli episodi della mitica serie televisiva “Cin Cin” (in originale “Cheers”). Se non è una trovata comica voluta, resta comunque un discreto colpetto di genio!
Siccome mi sono divertito a fare il conto per i “bravi ex ragazzi” messi insieme da Scorsese per The Irishman (totale: 388 anni). Begos fa quasi lo stesso mettendo insieme facce e nomi che arrivano dal passato e da tanti film di genere, raggiungendo complessivamente la cifra totale di 435 anni. Quindi, capite da voi che i nostri veterani non possono contare certo sull’agilità per sopravvivere all’assedio, forse anche per questo Begos allunga i tempi, in quello che, però, è anche l’unico difetto del film.
I 92 minuti di “VFW” sono suddivisi anche in abbondanti porzioni caratterizzate solo da dialoghi, molti dei quali, non sto troppo a girarci attorno, sono abbastanza bruttarelli. Per darvi un’idea, dopo i titoli di testa (scritta rossa su sfondo nero, proprio come per Distretto 13) e la presentazione iniziale di situazioni e personaggi, una buona porzione dei primi venti minuti di film se ne vanno con i nostri reduci impegnati a parlare dei vecchi tempi della guerra e soprattutto di signorine, se vi capiterà di vederlo in lingua originale (anche perché difficilmente in uno strambo Paese a forma di scarpa la nostra distribuzione si accorgerà mai dell’esistenza di Begos) provo a riassumere così: una lezione d’inglese in cui arrivati alla fine, conoscerete tutte le possibili varianti della parola “gnocca” nella lingua Albione. Oh, fa curriculum, eh? Dove vai nel 2020 se non sai un po’ d’Inglese?

I lunghi dialoghi spesso strampalati e scritti non proprio da Aaron Sorkin allungano un po’ il brodo, ma ci permettono di affezionarci ai protagonisti, conoscendo un po’ i loro caratteri, le dinamiche di gruppo e una fetta del loro passato. Un passaggio chiave se hai intenzione di mandare a segno un film d’assedio con tutti i crismi, compito che Begos svolge alla perfezione, perché non credo vi serva sapere molto sull’andamento della trama vista la premessa carpenteriana, ma quando c’è da spargere sangue, spaccare crani e lasciare gente morta ammazzata sullo schermo, Begos è un tipo da assedio: non prende prigionieri.
Riducendo tutto ad una sola location, una manciata di attori che non sono proprio De Niro e Al Pacino e grazie alla sua solita fotografia fatta di neon acidissimi sparati, Joe Begos manda a segno un piccolissimo film d’azione con litrate di sangue, strapieno di trappole e armi che potreste trovare in un bar, di fatto la versione incazzata a grondante sangue di Shaun of the dead, con l’emoglobina al posto dell’umorismo inglese. Tutto rigorosamente di grana molto grossa, ma con il cuore al posto giusto.
Sì, perché alla fine Joe Begos non rinuncia al suo cinema in cui la droga ha sempre un ruolo chiave, il turpiloquio è tanto, abbondante e non manca mai, proprio come il sangue e le teste spaccate tutte realizzate con effetti speciali vecchia maniera, almeno quanto il suo cast. Nemmeno avere degli attori veri, capaci di caricarsi sulle spalle il film e i personaggi (facendo diventare un po’ più digeribili quei dialoghi) fa montare la testa a Begos che al suo cinema grezzo e tosto non rinuncia nemmeno per errore, anzi, se volete saperlo, ha trovato il modo di infilare una motosega anche qui. Segni di continuità artistica.

Il citazionismo, poi, è palese, anzi, proprio lanciato in faccia allo spettatore come il sangue finto. É chiaro come le luci al neon il sole che “VFW” sia un omaggio gigantesco a John Carpenter, ma vi dico anche che Begos non è riuscito (anzi non ci ha nemmeno provato) a trattenersi dal non citare il mitico dialogo «Let’s go», «Why not» del film più famoso di sempre di Sam Peckinpah. Se vi state chiedendo quale, sappiate che non siete più graditi su questa Bara.
Mi viene quasi da pensare che Joe Begos non guarirà mai da questo suo citazionismo spinto e dal fascino per il suo cinema grondante sangue, resterà sempre così: innamorato dei film giusti rifatti in maniera più grezza possibile per sempre. Potrebbe andarmi bene, almeno finché continuerà a cavalcare l’onda positiva che dopo Bliss, gli ha fatto mandare a segno un altro bel film. Grazie per il film più carpenteriano dell’anno Joe, non cambiare mai! Uno di noi! Joe Begos uno di noi! Uno di noooooooi! Joe Begos uno di noooooooi!
Sepolto in precedenza lunedì 9 marzo 2020


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