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Villaggio dei dannati (1995): nessuno qui sta pensando ai bambini!

Ripercorrendo la filmografia di un regista, puntuale come la morte e le tasse, ciccia spesso fuori il famoso discorso sui film “minori”. Ecco, questa volta siamo finiti in piena zona film minore con tutte le scarpe. Forza, parliamone! E come al solito… Benvenuti al nuovo appuntamento con la rubrica John Carpenter’s The Maestro!

Oggi può sembrare una cosa molto strana, ma nel 1995, poteva capitare che nel giro di pochi mesi uno dall’altro, al cinema ci fossero non uno, ma ben due film di John Carpenter, il 3 Febbraio di quell’anno fece la sua comparsa nelle sale americane quel capolavoro senza sterzo de Il seme della follia, mentre ad Aprile, il 28 per la precisione, il nuovo film del Maestro era questo “Villaggio dei dannati”.

Prodotto dalla Universal Pictures, è il remake de “Il villaggio dei dannati” (occhio all’articolo che fa la differenza) diretto da Wolf Rilla nel 1960, ispirato al romanzo “I figli dell’invasione” (The Midwich Cuckoos) pubblicato dal grande scrittore britannico John Wyndham nel 1957, già autore di cosine tipo “Il giorno dei trifidi”.

Non è difficile capire perché Carpenter abbia accettato di dirigere questo film, come dico spesso, Giovanni è sempre stato il regista di genere più colto della sua generazione, non ha mai nascosto la sua passione per i classici della fantascienza, specialmente quelli diretti e prodotti da Howard Hawks (ricordate i film che il piccolo Tommy guardava in tv la notte di Halloween?). Sono sicuro che tra quei classici in bianco e nero ci fosse anche il film di Wolf Rilla, un soggetto che risultava già Carpenteriano, ancora prima di diventarlo davvero e, forse, il problema del film è tutto qui.

John Carpenter’s Titoli di testa del film

Midwich è una cittadina costiera della California, un posto tranquillo in fermento per le celebrazioni locali (come la Antonio Bay di The Fog) quando improvvisamente, tutti gli abitanti crollano a terra svenuti, per diverse ore nessuno può entrare all’interno del ben delineato confine della cittadina, senza cascare a terra come una pera cotta.

Così com’è arrivato, lo strano fenomeno scompare e al risveglio la popolazione di Midwich scopre che dieci donne, sono rimaste misteriosamente incinte. Le cose sono due: o qualche “Sperminator” ha approfittato della situazione, oppure questa, come direbbe Lucarelli, è una storia strana (una storia che fa paura).

La CIA s’interessa al misterioso evento, la Dottoressa Susan Verner (Kirstie Alley) supervisiona il tutto e offre bei soldoni alle donne per convincerle a portare a termine la gravidanza, nella stessa notte di 9 mesi dopo, Midwich si addobba con cinque fiocchi azzurri e cinque fiocchi rosa, anzi quattro, perché una delle bambine nasce morta… Dovrei dire purtroppo nasce morta, ma come presto scopriranno gli abitanti della città, forse non è stato poi un male.

Gli abitanti di Midwich durante l’ora della siesta.

I nove bastardelli hanno tutti capelli canuti, la propensione a marciare in fila per due (bambine a destra e maschietti a sinistra), ma soprattutto pensano come una mente collettiva, capaci d’influenzare la volontà altrui utilizzando i loro poteri mentali: non solo è impossibile tenere segreto il PIN della vostra carta di credito quando questi piccoletti sono in giro, ma è anche meglio non farli arrabbiare, perché possono costringere chiunque ad ammazzarsi nei modi più brutali possibili.

A questa storia aggiungiamo il Dr. Alan Chaffee (Superman, Christopher Reeve) e Jill McGowan (Linda Kozlowski, la bionda di Mr. Crocodile Dundee), rispettivamente vedovi e genitori di un paio dei bimbi. Se ve lo state chiedendo: sì, le due cose sono legate. L’unico in città a sospettare dei piccoletti è il Reverendo George (Mark Hamill, al suo secondo film con Carpenter dopo Body Bags).

«La messa è finita andate in pace, che la Forza sia con voi!»

Lo confesso subito, così non passo il tempo a girarci attorno: “Villaggio dei dannati” non è affatto un brutto film, però di tutti quelli di John Carpenter, è quello che ad ogni visione, mi lascia davvero poco e, qualche volta, mi fa anche guardare l’orologio, dettaglio che non mi capita MAI con nessun altro film del Maestro.

Il film ha dei lati positivi e parecchie pecche, quasi tutte imputabili alla sceneggiatura di David Himmelstein, a cui John Carpenter non ha collaborato. Lo spazio di manovra del Maestro è decisamente limitato in un film che risulta, malgrado l’uso del colore, più grigio e anonimo del suo predecessore (che invece era in bianco e nero per davvero).

Il film di Wolf Rilla durava 77 minuti spaccati, il tempo giusto per una storia come questa che gira intorno a dei “Soliti sospetti” piuttosto riconoscibili: hanno tutti i capelli bianchi, vanno in giro vestiti allo stesso modo marciando in fila e da quando sono arrivati la gente ha iniziato a morire… Diciamo che non è proprio necessario scomodare Sherlock Holmes per risolvere il mistero.

«Non c’è nulla di sospetto in noi, siamo bambini perfettamente normali»

Spostare la location da una cittadina della costa inglese degli anni ’50, alla moderna California, non basta a dare un tocco moderno alla storia e, anche se le atmosfere da cospirazione aliena erano molto in voga nel 1995 (X-Files ha fatto scuola e proseliti), di fatto sono tutte mutuate dal film e dal romanzo originali.

I want to believe (cit.)

L’unica vera differenza su cui Carpenter può lavorare è l’ultimo bambino, quello rimasto senza una compagna, che piano piano inizia a pensare autonomamente fuori dal gruppo, sviluppando un po’ di empatia e qualche sentimento umano, il cane sciolto, la mosca bianca, la sabbia che finisce in mezzo all’ingranaggio bloccandolo. Una delle pennellate del Maestro, nonché uno dei miei momenti preferiti del film, è una semplice inquadratura dove Carpenter ci mostra le quattro coppie di bambini marciare uno accanto all’altra e a chiudere il gruppo David, il nono bambino rimasto spaiato. Ogni volta che mi capita di pensare alla diversità, o a persone messe ai margini dalla maggioranza, mi viene sempre in mente questa potentissima immagine.

Quarantaquattro gatti, in fila per sei col resto di due.

Bisogna dire che con un soggetto del genere oggi, come minimo tirerebbero fuori una serie tv di cinque stagioni sulla falsariga di “The leftovers” o “Under the dome” (oddio si spera un po’ meglio), Carpenter, invece, gestisce bene tutta la prima parte del film, le messa in quarantena della città è davvero ben realizzata, il problema è che la sceneggiatura fa un pauroso salto temporale in avanti dopo il parto dei bambini.

Nella scena successiva i canuti piccoletti hanno circa sei o sette anni ed iniziano a vendicarsi dei torti subiti usando i loro poteri mentali sugli adulti, il che per la credibilità è come un cazzotto nelle costole a gioco fermo. Possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Nove bambini nati nello stesso momenti, identici uno con l’altro (le analisi dimostrano che condividono lo stesso patrimonio genetico) e nessuno si pone il minimo problema?

«Zitto e preparami la pappa umano!»

E’ un errore (madornale!) che troppi film sci-fi e horror spesso fanno, quello che nei celebri sette livelli dell’ubriachezza messicana di Paolo Rossi, viene definitivo come il numero sei: Negacion de la evidencia.

Ed è proprio qui che si vede che questo film non è stato scritto da Carpenter, perché i suoi personaggi, hanno sempre dimostrato la stessa risolutezza del regista californiano, pensate alla “Jennyhayden” di Starman, che capisce subito di essere di fronte ad una creatura aliena, o ancora meglio, al John Nada di Essi Vivono, che parte direttamente a prenderli a calci (perché aveva terminato le gomme).

La prima parte del film è piuttosto lenta e mena un po’ troppo il can per l’aia intorno a questo concetto, eppure Carpenter trova il tempo di mandare a segno la mia seconda scena preferita del film, ovvero quando Mara, la bastardissima figlia di Christopher Reeve, si vendica di sua madre colpevole di averle servito la pappa troppo calda, costringendola a ficcare (più e più volte) il braccio nel pentolone di acqua messa a bollire sul fuoco.

«Forse sarebbe stato meglio preparare l’insalata oggi»

A parte il fatto che trovo sinceramente inquietante l’idea di qualcuno costretto a fare qualcosa di così pericoloso contro la sua volontà (avete presente l’uomo porpora della serie tv Jessica Jones, no?) ma il Maestro piazza il suo tocco nella scena successiva. Grazie ad una riuscita ellisse, Giovanni Carpentiere ci mostra la donna camminare verso la scogliera per poi gettarsi nel vuoto, le urla disperate del marito e un montaggio (volutamente retrò) sugli occhi della piccola Mara che si chiudono prima di dormire completa una scena totalmente priva di dialoghi. Con davvero niente il Maestro riassume la frustrazione di una donna che di quel tipo di angherie ne avrà subite più di una, senza mai poterne parlare con nessuno, visto che nessuno le crederebbe mai. Il film sarà anche minore e con evidenti difetti, ma Carpenter la sua zampata la manda a segno ogni volta!

Anche questa volta Giovanni piazza un colpo dei suoi!

La sceneggiatura ha anche degli evidenti difetti di gestione del minutaggio: la prima parte è fin troppo lenta e scarna di eventi, dopo il dialogo tra Christopher Reeve e Kirstie Alley, che mette in chiaro la natura aliena dei bambini, il governo improvvisamente decide di evacuare Midwich… Così… Un po’ a capocchia! 

Quindi tutta l’ultima parte diventa una immotivata corsa contro il tempo puntellata da decisioni sbagliate dei protagonisti, tipo attaccare faccia a faccia i bambini, armati solo delle classiche torce e forconi (nella California del 1995?!?) non proprio una gran idea se vuoi prendere di sorpresa qualcuno che può controllarti telepaticamente, no?

«Ho come l’impressione di aver appena fatto una cazzata»

La sceneggiatura diventa didascalica nel sottolineare come il piccolo David inizi a sviluppare sentimenti umani e batte un po’ sempre sullo stesso chiodo, quando il Dr. Alan Chaffee viene nominato insegnante dei bambini, perché considerato l’unico in città capace di insegnare loro un po’ di empatia.

Bisogna anche dire che il casting di certo non aiuta: Mark Hamill è molto bravo, ma l’ex Luke Skywalker è incastrato in un ruolo minore da caratterista con un arco narrativo minimo, che viene concluso nel modo più scemo possibile dalla trama.

Linda Kozlowski fa quello che può nei panni della madre di David, ma i limiti dell’attrice sono sempre stati tutti lì da vedere, diciamo più bella che brava, non è un caso se è famosa per i diciotto seguiti di Mr. Crocodile Dundee e poco altro. I problemi veri, però, arrivano con i due attori più famosi del cast.

«Sono una grande attrice drammatica, ho fatto Mr. Crocodile Dundee!»

Christopher Reeve e Kirstie Alley ai tempi erano famosissimi, infatti sono stati fortemente voluti dalla Universal Pictures, il grande Reeve fa un lavoro più che decente, anche rivedendo il film, forse, è davvero l’unico azzeccato del cast, il finale in cui scherma i suoi pensieri dalla telepatia, pensando intensamente ad un muro di mattoni risulta conta un buon momento di suspence, per quanto di fatto sia lo stesso identico finale del film originale.

Kirstie Alley, invece, è un mezzo disastro: l’attrice è passata direttamente dal set di “Senti chi parla” a quello del film di Carpenter, ma considerando che in carriera ha fatto quasi sempre solo commedie, risulta vistosamente fuori luogo, il suo personaggio dovrebbe essere l’eminenza grigia che pilota tutto da dietro le quinte. La prova della Alley sia un fastidioso tripudio di facce e faccette: non ho mai capito dietro a questa scelta ci siano degli intenti parodistici, o semplicemente un clamoroso caso di casting sbagliato, nel dubbio… La seconda che hai detto (Cit.)

«Sono Kirstie Alley e non ho la minima idea di quello che sto facendo»

Sono sicuro che tutti già sapete che “Villaggio dei dannati” è stato l’ultimo film di Christopher Reeve prima della maledetta caduta da cavallo che lo ha prima paralizzato e che lentamente ci ha portato via il più celebre Superman del grande schermo, quello che forse non sapete, è che Carpenter ha sudato sette camice per dirigere questo film.

Sì, perché “Villaggio dei dannati” è stato girato nella contea di Marin, in California, un posto dove Carpenter da diversi anni aveva una casa, tanto che la località costiera, offrì molte location anche per The Fog. I problemi iniziarono quando i locali scoprirono che parte della trama del film, prevedeva che una ragazza vergine, rimanesse misteriosamente incinta, dettaglio che non venne preso molto sportivamente dalla popolazione.

Voi direte: “Come mai si sono incazzati così tanto se una nata a Settembre nel film, rimane incinta, sono tutti fanatici di oroscopi nella contea di Marin?”. Beh, questo non ve lo so dire, ma la fervente comunità Cattolica del posto interpretò la scena in questione come una poco rispettosa Immacolata Concezione, dando il via al boicottaggio.

«Scusate, chi è l’ultimo per il dottore?»

Carpenter era impegnato a girare una scena con l’audio in presa diretta? Benissimo, allora qualche simpaticone aspettava il momento in cui il Maestro gridava “Action” per mettere in moto la motosega, che guarda caso, veniva spenta proprio quando Carpenter chiamava il “Cut!”… Immagino che Giovanni abbia consumato anche più sigarette del solito per portare a termine il film.

Cosa ci insegna tutto questo? Che puoi anche essere un Maestro del cinema, puoi essere fuggito da New York, o aver dato vita ad una delle maschere più spaventose dell’horror, ma non c’è davvero nulla che tu possa fare contro il vero male dell’universo: i vicini di casa rompicoglioni!

«La prossima volta mi prendo un eremo in montagna»

Per la nuda cronaca: dopo la fine delle ripresa Carpenter ha messo in vendita la casa ed è tornato a vivere a Los Angeles (storia vera).

“Villaggio dei dannati” manda in scena un paio di omicidi più truculenti rispetto alla media di quelli che si vedono di solito nei film di Carpenter, niente di pazzesco, giusto un pelo di sangue più del solito, uno dei quali (quello del bidello con la scala e la scopa di saggina) vede come protagonista George ‘Buck’ Flower, ormai un veterano dei film del Maestro.

Se vi siete chiesti chi è quel signore con i capelli lunghi e il cappellino da baseball in testa, che parla al telefono pubblico in una delle prime scene del film, è proprio Giovanni Carpentiere in uno dei suoi camei più Hitchcockiani di sempre.

«Pronto Alfred? Ciao sono Giovanni, si sto facendo un cameo»

A parte il notevole sbilanciamento tra primo e secondo tempo del film, “Villaggio dei dannati” è troppo simile al film originale del 1960, con davvero poco spazio per operare, risulta uno dei film meno personali di Carpenter. Questo anche nella colonna sonora: il tema principale non è affatto male, alterna una prima parte più melodica, ad un cambio di ritmo più spettrale e quasi paramilitare, adatto al passo per file parallele dei bambini, peccato che si senta davvero poco e soltanto verso la fine del film, il resto dei pezzi, composti da Carpenter insieme a Dave Davies (chitarrista dei The Kinks, già chitarra solista nell’intro di Il seme della follia), sono troppo anonimi, a confronto con gli altri temi musicali composti da Carpenter, il paragone è impietoso.

La scena finale diverge rispetto al film di Wolf Rilla, solo per la presenza di David. Ad una prima occhiata potrebbe sembrare uno dei pochi finale positivi dei film di Carpenter, con i cattivi puniti e l’alieno che ha imparato a provare sentimento al sicuro con sua madre, forse, però, il primo piano finale che Giovanni riserva al piccolo David potrebbe non essere un happy ending. Chi ci dice che David non sarà il primo di una nuova colonia di cuculi alieni? Non abbiamo la certezza, ma anche qui, come per la colonna sonora, il confronto con gli altri finali neri di Carpenter rischia di demolire “Villaggio dei dannati” più del necessario.

«Maledetti! Così mi fate a pezzi!»

“Villaggio dei dannati” resta, comunque, un film in cui il polso del Maestro è tutto lì da vedere, ma purtroppo sono evidenti anche i limiti dell’operazione. Se pensiamo al fatto che l’unico altro remake diretto da Carpenter, era quella bomba stratosferica de La Cosa, è facile intuire che non tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto.

L’idea che mi sono fatto io negli anni è che il soggetto iniziale fosse già talmente Carpenteriano da lasciare davvero poco spazio al regista per esprimersi, un dettaglio che in questa rubrica tornerà a tener banco, quando sarà il momento di parlare di un altro titolo di Giovanni (…tengo alta la suspense, dovrò aver pur imparato qualcosa da Carpenter, no?), per assurdo Giovà ha saputo fare meglio con altri film considerati da molti come minori e con spunti di partenza molto meno Carpenteriani di questo (Starman oppure Christine – La macchina infernale). In ogni caso, per quanto meno personale, resta un film che ogni volta mi trova d’accordo con la sua frase di lancio promozionale, giusto perché ho parlato di vicini di casa rompicoglioni: Beware the Children!

Se alcuni strambi bambini canuti si aggirano per le strade della vostra città, fate un salto sulla pagine del Faccialibro de Il Seme Della Follia – Fan Page italiana dedicata a John Carpenter, che ospita questa mia rubrica e mi raccomando… Pensate intensamente ad un muro di mattoni!

Sepolto in precedenza venerdì 17 giugno 2016

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