
A differenza di quasi tutti, io NON sono andato a rivedermi “Virus letale” nel 2020 durante la pandemia globale: non c’è stato bisogno, questo film lo ricordavo bene con la sua miscela di ansia, adrenalina, caos scientifico e SIMMIE.

Non amo quando al TG utilizzano i film come metro di paragone per spiegare la realtà, le persone fanno già abbastanza fatica così a distinguere dalla finzione, da parte mia mi è sempre bastata l’azione catastrofica o la fantascienza realistica messa su da Wolfgang Petersen.
Ripensandoci oggi, è chiaro perché questo disaster movie hollywoodiano riaffiora subito nella memoria quando si parla di virus, non è tanto perché racconti la complessità di una pandemia, quanto per la sua struttura da favola eroico-centrica, in cui il singolo – Sam Daniels, i suoi, ma anche chi li ostacola – porta il peso dell’intera crisi sulle spalle. Un mondo dove l’azione e la determinazione personale contano più dei protocolli e della burocrazia, un modello molto americano, molto anni ’90, ma che ancora sa intrattenere come si deve.

“Virus letale” funziona perché è perfettamente consapevole del suo essere cinema d’azione travestito da thriller medico, Petersen orchestra un ritmo bello serrato: il contagio avanza, i protocolli falliscono, la tensione cresce e non viene concesso un attimo di tregua. Ogni sequenza, dal prologo già bello carico (anche di scimmie) fino all’aggravarsi della minaccia biologica, procede come un metronomo impazzito ma precisissimo. Petersen non ha mai avuto paura di buttarti nel cuore del caos, e qui lo fa con quella sicurezza registica che gli apparteneva, rendendo alcune situazioni quasi premonitrici… anche se io di SIMMIE nel 2020 non ne ho vista manco mezza, mi sono dovuto far bastare quelle del prologo e in generale, di questo film.
Il cast è un catalogo di facce solide, tutte scelte con cura, Donald Sutherland è il cattivo “soldi in banca”, se lo metti in quel ruolo, metà dell’opera è già assicurata, il prototipo dell’alto burocrate senza scrupoli che nei film catastrofici americani spunta come il prezzemolo.

Suo perfetto contro altare Morgan Freeman, che sembra un po’ un burocrate ma quando conta, ti ricorda di essere Morgano Uomolibero, quindi colui a cui affideresti i destini del mondo solo sulla base della fiducia cinematografica che si è guadagnato presso il pubblico nel corso degli anni.

Rene Russo è perfetta nel ruolo della dottoressa determinata ma non invincibile, ancora un po’ damigella in pericolo viste le (brutte) abitudini del cinema anni ’90, mentre Kevin Spacey fa il suo dovere con misurata intensità, il tipo di performance che lasciava intuire dove sarebbe arrivato di lì a poco.

E poi beh, c’è Dustin Hoffman! Questo è il suo film, qui offre una delle sue prove più isteriche, sardoniche e incandescenti, Il suo Sam Daniels è un uomo che vive a metà tra la ragione e il panico, uno che urla, sbraita, pensa, soffre e non arretra di un millimetro, nemmeno quando intorno a lui tutto sembra dire “è finita”. Qui lo vediamo fare di tutto, dall’eroe d’azione drammaticamente due spanne più basso dello standard di Hollywood, fino a saltare da un elicottero a bordo di una nave, il tutto, come lo farebbe uno che per decenni è stato il più grande attore vivente o giù di lì, quindi uno che anche in mimetica, molto lontano dalla sua tipologia solita di film, senza mezzi termini, se la comanda e ti vende il suo personaggio nel giro di un paio di sguardi e battute.

Parlando di coppie che funzionano, è impossibile ignorare Cuba Gooding Jr. che qui fa praticamente ammenda per alcune scelte di carriera pre e post anni ’90. Il copilota ideale del buon Dustin in una sorta di “A spasso con Daisy” se Daisy fosse Hoffman col nervo scoperto e l’auto, un elicottero lanciato a velocità criminale.

Tutta la porzione di fuga e inseguimento in volo è una gioia per chi ama gli elicotteri e le manovre strette, roba da far brillare gli occhi a chiunque abbia una passione per mezzi volanti (e sulla Bara, di roba volante siamo esperti), girata con fisicità, chiarezza visiva e una voglia di spettacolo che oggi ti sogni nei film pieni di pixel. Insomma dove altri si sono limitati ad inseguimenti tra buoni e cattivi in auto, zio Wolfy ha fatto lo stesso, ma in aria, no dico, brutto?
La trama procede dritta come un treno: un virus mortale arriva negli Stati Uniti attraverso una scimmia contrabbandata, e la piccola Cedar Creek (meglio nota come Codogno) finisce al centro di una minaccia pronta a esplodere. Da lì parte una corsa contro il tempo tra laboratori, quarantene, dilemmi militari e voli acrobatici. Cinema catastrofico puro, con qualche ingenuità ma con un’onestà di fondo che lo rende ancora oggi godibile come poche altre produzioni dell’epoca.

Quello che “Virus letale” non vuole essere – e non tenta mai di diventare – è un trattato serio sul comportamento umano durante una pandemia, il più delle volte somiglia ad un La città verrà distrutta all’alba, ma con un budget che zio George “Amore” Romero” non ha mai visto in tutta la sua carriera. Un film che preferisce restare nel territorio del mito americano dell’azione interventista, della squadra ristretta che affronta l’impossibile mentre i piani alti sbagliano tutto il possibile. Figlio del suo tempo? Forse, ma una pandemia globale lo ha riportato in auge, ma solo perché funzionava già nel 1995 come funziona ancora oggi, intrattenimento bello dritto, recitato da nomi e facce giuste e diretto con mano capace.
Wolfgang Petersen, alla fine, rimane quello zio burbero che ti guida dentro l’avventura e ti riprende se sbagli postura davanti alla TV, la sua filmografia è un miscuglio di drammi, fantasy, fantascienza, avventure e catastrofi, ma con un filo rosso di mestiere solido e attenzione al ritmo. “Virus letale” ne è la prova: preciso, teso, spettacolare, con quel gusto per il dettaglio che ti tiene incollato allo schermo. Inoltre, per tradizione di questa Bara, anche pieno di SIMMIE, quindi auguri “Outbreak”, hai provato a metterci in guardia, ma si vede che eri troppo coinvolgente!



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