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Vite Vendute: Un film che fa veramente paura

Ho un amico
che si chiama Ragazzo Bianco.

Per la nuda cronaca sappiate che i suoi genitori gli
hanno dato anche un nome normale. A discapito del nome, non è uno di quelli che
allo stadio fischia Balotelli, anzi. E’ uno di quelli che vive di cinema, parla
di cinema, suda di cinema e quando dorme sogna il prossimo film da vedere.
Insomma, è una persona come si deve.

In più, il ragazzo è dotato della sinistra tendenza di
riuscire a consigliarmi tutti i titoli giusti da vedere, poi io sono un pirla
perché ci metto dagli 8 ai 14 mesi (con la condizionale) a seguire i suoi
consigli, ma questo è un problema mio. Un problema che non è mai stato
sottolineato meglio di quella volta in cui mi ha detto “Tu devi vedere ‘Vite
Vendute’ secondo me ti piacerebbe un casino”. Obi Bianco Kenobi aveva ragione
anche questa volta.
Probabilmente mi ha consigliato il film perché sa che amo
gli Horror o le pellicole con i personaggi testardi in lotta con il mondo, perché “Vite vendute” non è un Horror, ma è un film che parla di paura e per
farlo ti mette addosso una fifa e un malessere che levati, ma levati proprio.
O forse me lo ha consigliato soltanto perché è un Capolavoro grosso così.
Henri-Georges Clouzot, già regista de “I Diabolici” (nel
giro di altri 8/14 mesi arrivo anche con quello…) nel 1953 adatta per il grande
schermo il romanzo di Georges Arnaud “Le salaire de la peur”, che poi è anche
il titolo originale del film che qui da noi diventa “Vite Vendute”.
Nei mesi di condizionale intercorsi tra il consiglio di
Ragazzo Bianco e la visione del film, ho scoperto che esiste anche un “Il
salario della paura” (Sorcerer) diretto da niente popò di meno che quel califfo
di William Friedkin. Che per altro, Arnaud ha battezzato come il suo adattamento preferito del suo romanzo. Inutile dire che ora dovrò per forza
vedermi anche quello.
Da qualche parte in un polveroso paesello del Sud America
dominato da una compagnia petrolifera Americana, un pozzo di petrolio prende
fuoco. L’unico modo per spegnere l’incendio è farlo saltare per aria usando la
nitroglicerina. La parte difficile consiste nel trasportare l’instabile
esplosivo via terra, lungo un accidentato percorso fatto di curve, strade
dissestate e guadi. Immaginate il Venerdì sera al Pub, quando portate tre birre
dal bancone al tavolo, evitando gli spintoni della folla, ma con la piccola
differenza che la birra non esplode riducendovi a dei Jackson Pollock sulla
parete.
Chi vince la patata bollente? Quattro disperati bisognosi
di denaro, vengono pagati dalla compagnia per questa missione suicida. Gli
unici volontari del martirio siamo noi spettatori, che decidiamo
volontariamente di seguirli in quello che sarà un viaggio nella paura.

“Sento puzza di fregatura…”

Di fatto, questo film è l’esatto contrario di “Uomini
d’amianto contro l’inferno” (Hellfighters). Le trame dei due film sono quasi
uguali, di totalmente differente c’è il tono: il film di Andrew V. McLaglen, veterano
di tanti storici Western, celebrava l’eroismo americano in tutti i modi, fin
dalla scelta del protagonista, ovvero il Duca John Wayne, già protagonista di
altri quattro film di McLaglen. In “Vite vendute”, invece, non c’è nulla di
eroico, i protagonisti sono costretti ad andare in contro alla morte, perché
semplicemente non hanno alternative, per tutto il tempo della pellicola, questi
personaggi non sono mai davvero padroni delle loro vite, anzi sono
costantemente esposti a colpi bassi del destino, pronto a reclamare il suo
tributo di sangue dietro ad ogni letale ostacolo posto sul percorso.

Henri-Georges Clouzot dedica tutta la prima metà del film
a mostrarci le vite dei protagonisti nel paesino Sud Americano dove sono
praticamente imprigionati. I quattro emigranti per un motivo o per l’altro,
sono giunti nel paese in cerca di lavoro, ma privi di denaro non sono mai più
riusciti a ripartire, in questo senso i soldi offerti dalla compagnia sono
davvero l’unica possibilità che hanno per sbloccarsi dall’immobilismo del
paesello e dalla sua vita modesta a dimessa.

Vogliamo ricordarli così, sereni e spaparanzati.

La prima grande prova che Clouzot ha capito cosa serve a
questa storia per essere raccontata in maniera efficace è proprio quel primo
tempo, in cui non fai altro che conoscere i protagonisti, provare empatia nei
loro confronti e in buona sostanza affezionarti. Queste scene di vita quotidiana
non sono troppo differenti dai primi minuti introduttivi di qualunque Slasher,
in cui ci viene presentato il gruppo di protagonisti, in modo che la successiva
mattanza risulti più efficace. Ve l’ho detto che guardare questo film equivale a
offrirsi volontari per po’di sana sofferenza gratuita.

Nemmeno quotato dai bookmakers inglesi che il mio
personaggio preferito sia Mario, interpretato da un intensissimo Yves Montand.
Sfacciato nei confronti dell’autorità, fedele ai compagni per quanto la drammatica
condizione permetta. E’il classico personaggio contro, che nasce segnato, con il quale è difficile non immedesimarsi, con tutto quello che questo comporta…

Like a Boss.

Sempre seguendo il consiglio originale di Ragazzo Bianco,
ho visto il film nel modo migliore, quello in cui andrebbero sempre visti tutti
i film, ovvero: in lingua originale. Se questa cosa non è MAI un vezzo da
cinefilo incallito, lo è ancora meno per “Vite Vendute”, perché i
protagonisti, sopravvissuti ai conflitti in vari paesi del mondo, si ritrovano
a convivere in questo paese che risulta una specie di non luogo. Il posto è
talmente spersonalizzato e indefinibile che non ha nemmeno una sua lingua
ufficiale, ma per tutto il tempo si accavallano dialoghi in Francese, Inglese,
Spagnolo e anche Italiano. Questa mescolanza etnica, le condizioni di povertà
in cui versa il paese, ma soprattutto l’indifferenza della compagnia Americana
di fronte ai quattro autisti e alla tante morti legate all’incendio del pozzo,
grida fortissima la posizione politica di Clouzot e mette una distanza
ideologica enorme tra questo film è “Uomini d’amianto contro l’inferno”.

La differenza definitiva con il film di McLaglen è
nella messa in scena, senza nulla togliere al regista di “Chisum”, bisogna dire
che Clouzot gioca in un’altra categoria. Dopo averci fatto affezionare per bene
ai quattro malcapitati, il regista realizza un secondo tempo magistrale,
mettendo protagonisti e spettatori sullo stesso piano, ovvero quello di persone
in costante tensione.

I momenti tranquilli di questo film sono fatti così. Poi non ditemi che non vi ho avvertiti.

La paura inizia nel momento in cui le casse di nitro
vengono caricate sul camion e da lì in poi sarà il sentimento costante fino
alla fine della missione/film. Si sta in ansia di fronte ad ogni curva, mentre
i dialoghi dei personaggi si fanno sempre più lapidari ed iniziano a risuonare
tutti come le classiche ultime parole prima dell’esecuzione della sentenza. Ad
esempio, il personaggio che si fa la barba sul camion, la sua spiegazione cos’è
se non un manifesto riassuntivo della sua vita?

La morte funesta i protagonisti in maniera repentina e
inaspettata, quando colpisce lo fa in un lampo, e sul loro percorso,
praticamente qualunque cosa può ucciderli: una gomma bucata, un
ostacolo da superare, basta un attimo e di questi personaggi rimane solo il
ricordo e qualche oggetto un tempo importante in vita, come un orologio
ricevuto in regalo dalla moglie o un biglietto del metrò.

“Ma su ‘sto camion prende solo Radio Maria? Siamo proprio nati sfigati…”

Ho tenuto il meglio (o il peggio, fate voi) per la fine:

tutto il secondo tempo del film è un capolavoro di
tensione costante che ti sfianca, ma in una singola scena Clouzot si supera, quella dell’esplosione del masso che blocca la strada è una tortura che dura
svariati minuti, una roba da annodamento delle budella, guardandola stavo
letteralmente friggendo, una di quelle cose che ti fa iniziare a fissare i
bordi dello schermo in cerca di un time out. Tra questa scena e il primo piano
sul volto di Yves Montand, mentre pesta sull’acceleratore, durante
l’attraversamento della pozza d’acqua (altra scena che metterà a dura prova la
vostra resistenza emotiva), il film sottolinea la potenza del Cinema ed è
esemplificativo del fatto che ci sono film Horror e ci sono film che fanno
paura. “Vite Vendute” appartiene sicuramente alla seconda categoria.
Onestamente l’ho trovato un film magnifico, quando
qualcuno riesce ad usare il mezzo cinematografico con tale potenza, malgrado le
sofferenze, non si può che apprezzare totalmente. Adesso sono curioso di vedere
la versione diretta da Friedkin nel 1977, mi sembra abbastanza significativo il
fatto che uno diventato celebre con un Horror, abbia scelto proprio un soggetto
come questo che fa paura per davvero.
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