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Vittime di guerra (1989): la guerra a cosa serve (assolutamente a nulla)

Lo abbiamo affrontato in tutte le rubriche monografiche
dedicate ad ogni regista qui alla Bara Volante, ora anche per De Palma arriva
il momento del film della vita, il primo dopo la totale consacrazione, quindi
bentornati al nuovo capitolo della rubrica… Life of Brian!

Sul finire degli anni ’80 Brian De Palma è considerato non
solo un Autore con la “A” maiuscola, ma uno che manda a segno film spacca
botteghini come Gli Intoccabili, insomma
è il momento di riscuotere, l’andamento della filmografia di Brian da Newark da
qui in poi sarà tutta così, un film “sicuro” (virgolette obbligatorie)
alternato ad uno personale e più sentito. Con tutta Hollywood che pende dalle
sue labbra, De Palma tira fuori dal cassetto un’idea che inseguiva dagli anni ’70
che gli stava più che a cuore, citando le immortali parole dei Temptations
cantate da un altro ragazzo piuttosto famoso del New Jersey potremmo riassumerla
così: war, what is it good for? Absolutely nothing.

Ciao America! Iniziava
con un servizio televisivo, la cronaca quotidiana dei combattimenti americani
in Vietnam e le dichiarazioni del presidente Johnson che ribadisce l’importanza
della presenza Yankee laggiù. Ma in quel film la critica all’intervento degli
Stati Uniti nel Viet “fottuto” Nam prende una deriva volutamente grottesca, in
linea con il momento della carriera di De Palma, etichettato come il Godard americano.
Allo stesso modo, bisogna cercare un altro segno di continuità nei precedenti
titoli firmati da Brian di Newark che fece storcere più di un nasino quando si
svincolò dal caldo abbraccio del suo Maestro Alfred Hitchcock, per dirigere un
film di Gangster come Scarface,
legittimato per davvero all’interno della filmografia di cui fa parte, proprio
da un secondo titolo a tema come Gli Intoccabili.

Tutto questo per dire che ad Hollywood, forse, nessuno si
aspettava un film di guerra da De Palma in quel momento della sua carriera, ma “Casualties
of War” è Depalmiano al 100% molto più di quanto il pubblico alla sua uscita
non riuscì a comprendere, visto che sarà stato anche un progetto molto sentito
da De Palma, ma è stato ignorato al botteghino, arrivando ad incassare poco più
di diciotto milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, al
netto di una spesa di circa ventidue milioni dello stesso conio.

Dimmi che sei un film di Brian De Palma, senza dirmi che sei un film di Brian De Palma.

Di sicuro il pubblico non ha amato “Vittime di guerra”
perché è un film che non si guarda a cuor leggero, inoltre è uno di quelli che
punta chiaramente il dito contro le violenze perpetuate dai soldati americani in
Vietnam, senza che ci sia la minima possibilità di ambiguità sulla posizione di
De Palma in merito, totalmente critica, aggiungo giustamente come nota
personale. Mettiamoci, poi, anche il fatto che Brian da Newark sarà stato al “sicuro”
a guardare indietro al Vietnam dall’anno 1989, se avesse avuto la possibilità
di dirigere “Vittime di guerra” negli anni ’70 come avrebbe voluto lui, sarebbe
stato un modo di infilare il dito in una ferita ancora aperta, anche se a De
Palma il film politico e di critica sociale interessa fino ad un certo punto.
Il regista nelle varie interviste non ha mai nascosto il fatto di considerare
questo tipo di titoli quasi dei film istantanei, il più delle volte poco
artistici, un peccato grave per uno come lui da sempre grande studente del
mezzo cinematografico, una sfumatura di “Casualties of War” non è stata colta,
anche per via della concorrenza.

Il film che ha permesso alle storie sul Vietnam di popolare
il cinema americano degli anni ’80 è stato Fratelli nella notte, da cui sono nati poi le sue versioni più spudoratamente action
come Rambo II e i vari “Missin in
action” con Chuck Norris. Inoltre, lo sceneggiatore di Scarface, ovvero Oliver Stone, nel frattempo era riuscito
finalmente a portare al cinema la sua storia sul Vietnam estremamente sentita,
con il grande successo di “Platoon” (1986), seguito a ruota da “Full Metal
Jacket” (1987) e “Good Morning, Vietnam” (1987), insomma la diga
si era spaccata e l’idea all’avanguardia di De Palma al pubblico del 1989 deve
essere sembrata solo un modo per seguire il filone caldo del momento.

Andavamo sempre in giro a cercare un certo Charlie (cit.)

La storia è tratta da fatti realmente accaduti nel 1966,
raccontati da Daniel Lang prima in un articolo inchiesta e poi in un romanzo
che David Rabe ha trasformato in una sceneggiatura. La storia è raccontata dal
punto di vista del soldato Sven Eriksson (un Michael J. Fox in cerca di ruoli
drammatici, per scrollarsi di dosso il giubbotto smanicato di Marty McFly),
durante il suo turno in Vietnam il suo plotone, comandato dall’esaltato sergente
Tony Meserve (un Sean Penn già abbondantemente in rampa di lancio) decide per
ritorsione nei confronti dei nemici e di una mancata licenza presso il locale
bordello, di rapire una ragazza ritenuta erroneamente una Vietcong di un
villaggio locale, per abusare di lei sessualmente. Insomma, io ve l’ho detto che
non è un film che si guarda a cuor leggero, anche perché il METAFORONE sulla politica
americana colpevole di andare a stuprare gli altri Paesi del mondo con la
scusa di “portar loro la democrazia” è solo la prima e più superficiale delle
chiavi di lettura del film, anche se è quella che ti colpisce sui denti come
spettatore.

«Ehi tu porco, levale le mani di dosso» (cit.)

Proprio come Ciao America!
Anche “Vittime di guerra” comincia con un altro presidente americano intento a
parlare in tv del conflitto, questa volta si tratta di Nixon prossimo allo
scandalo Watergate, giusto per rimarcare uno dei sottotesti del film, ovvero l’assenza
di un’autorità in grado di vegliare in modo attento e responsabile sugli orrori
commessi in guerra, s’inizia con Nixon alla tv e si arriva fino al monologo
del tenente Reilly (Ving Rhames) quando cerca di convincere Eriksson che “tanto
le cose vanno (male) così e tu ragazzo, non ci puoi fare niente”. Disillusione
nei confronti dell’autorità totale.

Ad un’occhiata veloce e distratta “Vittime di guerra” è
tutto qui, un film talmente dritto nel suo messaggio anti-bellico da essere
chiarissimo, verrebbe voglia quasi di archiviarlo così o magari di aggiungere
qualcosa sugli attori, come, ad esempio, due giovanissimi (e magrissimi) John C.
Reilly e John Leguizamo. Il primo è perfetto nel caratterizzare uno il cui
intelletto sembra un gradino sotto la media, tanto da diventare il classico
personaggio tonto, ma pericolosissimo, quello che crede nella politica dell’uomo
forte, tanto da paragonare il personaggio di Sean Penn a Gengis Khan e pronto a
seguirlo nel cuore di tenebra della sua follia, insomma uno di quelli che da
anziano ti aspetteresti di vedere con un berretto rosso in testa con su
scritto “Make America great again”.

«Grande? Quanto grande? L’america è già un posto grandissimo»

Il soldato Diaz di John Leguizamo è ancora più sfaccettato,
perché capisce la portata del crimine di cui non vorrebbe macchiarsi, ma per
non restare fuori dal branco e discriminato (dopo le minacce di accusarlo di
omosessualità o di collaborazionismo con i Vietcong) cede e diventa a sua volta
colpevole della doppia violenza sulla ragazza rapita (Thuy Thu Le) che prima
viene distrutta come donna dallo stupro di gruppo e poi come essere umano
quando viene uccisa. Ve l’ho già detto che non è un film che si guarda a cuor
leggero, vero? Ok, andiamo avanti.

Ultimamente non posso fare un post sulla Bara senza che spunti John Leguizamo.

Menzione speciale per Sean Penn che qui incarna il tipo di
americano che lui stesso molto probabilmente odia, visto il suo impegno civile
e il suo arcinoto impegno contro tutte le guerre in giro per il pianeta. Penn s’inventa
un accentone di Brooklyn perfetto per la faccia da pazzo che si ritrova, hanno
aiutato le storie appena un po’ tese sul set con Michael J. Fox. Pare che i due
grandi amici non lo siano stati mai, Penn accentuava ogni contatto fisico richiesto
dal copione sollevando il gomito come un giocatore di basket non visto dall’arbitro,
nel duello verbale finale tra i due personaggi nella tenda, quando il suo
sergente minaccia qualcosa all’orecchio di Eriksson, pare che a Penn sia
partito un non proprio lusinghiero “Television actor” rivolto a Fox che, dopo
aver incassato (anche fisicamente) per tutto il tempo della riprese, si è
scagliato per davvero contro Penn, quindi, quando lo vedete sinceramente furioso
in quella scena, diciamo che era una buona parte di recitazione, ma non proprio
tutta, ecco (storia vera).

«Cosa sei McFly, un fifone?» (cit.)

In realtà, “Vittime di guerra” non è solo un film diretto da
un regista a cui premeva per davvero prendere una posizione politica, è
soprattutto un titolo diretto da uno che stava all’apice dalla fama, certo, ma
anche della sua forma artistica, le musiche del Maestro Ennio Morricone
(ascoltate la sua colonna sonora per intero, perché è davvero bella) ci ricordano quanto cinema ci sia in questo
film, perché De Palma lascia da parte il suo amato Thriller in favore di un
film di guerra, ma non tradisce minimamente la continuità interna del suo
cinema.

Come inizia “Vittime di guerra”? Con Eriksson in
metropolitana (cosa dico sempre delle scene in metro nei film? Ecco, appunto)
che vede una ragazza orientale qualche posto più in là. L’atto di vedere, fa
cominciare ancora una volta la storia per De Palma, anzi, fa iniziare un lungo
flashback/sogno che è una mossa che De Palma riprenderà in “Femme fatale” (prossimamente
su queste Bare). Da qui inizia un film di guerra drittissimo anche nella sua
posizione politica che, però, ha dentro tutte le ossessioni tipiche del cinema
di Depalmiano.

L’atto di guardare è sempre il motore delle storie di De Palma.

Lo sguardo e il doppio sono ovunque in “Vittime di guerra”, De
Palma sembra dividere costantemente lo schermo tra destra e sinistra, ma anche
tra sopra e sotto, come a voler ribadire attraverso l’uso dell’immagine le
posizioni opposte dei suoi personaggi, qualche esempio? Quando i soldati si
fanno la barba dopo la libera uscita revocata, a sinistra dello schermo
troviamo Fox e il resto del plotone, a destra, in una sorta di “Split dopier”
molto Depalmiano, ci sta Sean Penn che dallo sguardo capiamo stia già
macchinando qualcosa di orribile.

Ma allo stesso modo, la prima scena in Vietnam, non solo
mette in chiaro il fatto che De Palma sappia girare anche scene di guerra senza
problemi, ma racconta per immagini il tormento di Eriksson a cui, comunque, il
suo folle sergente ha salvato la vita, nella scena in cui De palma divide
ancora lo schermo e i personaggi, sopra Fox con le gambe incastrate e sotto, la
minaccia del tunnel con dentro i soldati Vietcong.

Una cosa così, il film è pieno di questi momenti.

“Vittime di guerra” è tutto così, caratterizzato da un modo
sottilissimo (ed estremamente cinematografico) di suggerire concetti chiave al
pubblico, dentro un film che ad una prima occhiata sembra “solo” una drittissima
critica alla guerra. Anche nel momento chiave, quello più doloroso da guardare
per noi spettatori, ovvero lo stupro di gruppo alla ragazza, De Palma
sottolinea le differenze, tiene noi spettatori a distanza dalla violenza che
possiamo sbirciare (giusto perché il voyeurismo e i rischi che comporta, non
manca mai nel cinema di De Palma), ma allo stesso tempo mette una distanza
ideale tra i soldati che seguono fedelmente il loro sergente e Diaz che, invece,
è il più recalcitrante, inquadrato più in primo piano e illuminato da una luce
più calda rispetto a quella che illumina il branco, almeno fino al momento in
cui lo stesso Diaz non si unisce alla violenza.

Eriksson, poi, è l’ennesimo maschietto del cinema di De Palma
consumato da un’ossessione, quando si mette in testa di denunciare i suoi
camerati all’autorità militare, la scena del suo attentato, con la granata
lanciata dai suoi commilitoni nel bagno per farlo fuori è il classico momento
barocco e un po’ esagerato che De Palma utilizza sempre così bene per
sottolineare i concetti, portando anche un po’ di sana suspence nella sua
storia, perché quella scena è davvero un oggettino ad orologeria in grado di
inchiodarvi alla poltrona.

“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire” (Albert Einstein)

Lo sguardo e la distanza tornano un argomento narrativo
fondamentale nel finale, De Palma nel documentario omonimo del 2015 si lamenta
del fatto che la produzione per motivi di minutaggio, gli abbia fatto tagliare
la scena in cui l’avvocato incalza Eriksson (storia vera), ma il nostro Brian
da Newark si è rifatto con il processo ai colpevoli, inquadrati singolarmente,
con un primo piano impietoso su ognuno di loro, mentre gli accusatori parlano
come voci fuori campo, un po’ come se fossimo noi spettatori ad incalzare Meserve
e i suoi uomini per farli confessare. Insomma, non solo De Palma è pienamente in
controllo del mezzo cinematografico, ma ribadisce la sua distanza etica dagli
orrori della guerra, mostrandoceli usando nel modo migliore la settima arte,
perché, citando la celebre massima Depalmiana, “la macchina da presa mente in
continuazione, mente ventiquattro volte al secondo”. Lo fa anche qui, per
raccontare una storia finta utilizzando al meglio il cinema, ma per far
arrivare al pubblico un messaggio chiaro e tristemente reale, un tema che
diventa palese nella scena conclusiva.

Il finale di “Vittime di guerra” è una sorta di risveglio
per il protagonista, sprofondato per anni nell’esatto opposto di un sogno, un
incubo americano che ancora lo tormenta. Quando la ragazza orientale sulla metropolitana
si avvicina ad Eriksson è una sorta di Donna che visse due volte, visto che non è la stessa ragazza del Vietnam, ma è interpretata
dalla stessa attrice che chiede al protagonista frasi che con il realismo non
hanno nulla a che spartire, prima gli chiede se le ricorda qualcuna che
conosceva, poi lo consola sul fatto che il brutto sogno ora è finito, insomma
un finale volutamente fintissimo, perché De Palma utilizza la finzione cinematografica
per assolvere e dare pace all’ossessione del suo protagonista, l’unico davvero
non colpevole in quel plotone.

Puoi togliere Hitchcock a De Palma, ma non togliergli l’Hitchcock che si porta dentro.

Con un umorismo beffardo e nerissimo, però, dopo aver usato
il cinema per inchiodare i colpevoli e assolvere il protagonista, De palma conclude
il film con una scritta che ci ricorda che nella realtà, invece, i colpevoli
sono stati assolti per i loro crimini, un modo di muoversi su due binari, tra
finzione e realtà, con la prima utilizzata per raccontare la seconda che
risulta ancora più drammatica e violenta di un film che ve l’ho detto che non
si guarda a cuor leggero, vero?

A voler essere precisi, il concetto di doppio è talmente un’ossessione
per De Palma che a suo modo anche “Vittime di guerra” nella filmografia di
Brian da Newark ha un suo doppio, visto che “Redacted” è una specie di gemello
di questo film, ma avremo modo di parlarne nel corso della rubrica che per
oggi termina qui, ma che tornerà all’inizio di gennaio, sempre di venerdì, dopo la pausa per le feste. Anche perché inizieremo a trattare gli anni ’90 di Brian De Palma, insomma trattenete il fiato, perché
questa non è una rubrica, ma una maratona!

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