Home » Recensioni » Wall Street (1987): l’avidità salverà la disfunzionante società che ha nome America

Wall Street (1987): l’avidità salverà la disfunzionante società che ha nome America

Spero abbiate indossato il vostro Armani più costoso e vi siate impomatati i capelli, perché pronti o no, oggi ci gettiamo avidamente sul nuovo capitolo della rubrica… Like a Stone.

Con Platoon già nelle sale, Oliver Stone doveva affrontare i “lupi alla porta” delle prime recensioni, toste per un film che volutamente, non le mandava a dire. Nel tentativo di restare concentrato e non farsi tirare dentro al vortice, il regista faceva quello che conosceva meglio: scriveva. Nello specifico un lavoro a quattro mani con Stanley Weiser, un copione intitolato inizialmente “Greed”, incentrato sull’alta finanza. Perché passare da scenari di guerra con pallottole che fischiano a scenari dove la guerra si fa investendo milioni di dollari? Come accade spesso con il nostro Oliviero, la risposta va cercata in famiglia.

Dopo aver combattuto durante la Seconda Guerra mondiale, papà Louis Stone passò la vita a lavorare come agente di cambio, tutta la scala di valori sui cui è stata improntata la vita (e di conseguenza) il cinema del celebre figliolo si può riassumere nel punto di equilibrio tra un padre, americano e anche piuttosto conservatore e una madre di origini francesi decisamente più leggera nell’approccio. Solo il divorzio dei suoi genitori ha segnato Stone più del Vietnam, le origini di “Greed”, diventato poi “Wall Street” una volta iniziate le riprese, stanno davvero tutte qui.

Split screen Depalmiano per il cameo di turno di Stone.

Le ricerche necessarie a rendere più realistica possibile la trama, hanno portato Stone a frequentare un manager, un consulente della Drexel Burnham diretta da Mike Milken. Di gerarchia e violenza nell’esercito Stone ne aveva avuti per tre o quattro vite, e quando si parlava di maneggiare, guadagnare e sperperare enormi quantitativi di denaro, il regista e sceneggiatore pensava di aver visto tutto ai tempi della sua trasferta a Miami, quella in cui ci ha quasi lasciato le penne (lui e sua moglie Elizabeth), ai tempi in cui si era calato nell’ambiente della criminalità locale per scrivere il copione di Scarface. Per sua stessa ammissione, quello che aveva visto in Vietnam e a Miami, non poteva minimante prepararlo alla normale routine nell’alta finanza, per atteggiamento, linguaggio, aggressività nemmeno minimamente celata e numero di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti stampati sopra guadagnati e sperperati, militari e criminali erano delle educante a confronto degli yuppie di “Wall Street”. Il nuovo fronte su cui si combatteva per l’anima dell’America, questa volta era interno.

Stone ha sempre vissuto piuttosto bene i suoi contrasti, anche interiori, la sua volontà di cercare sempre la verità, nei temi trattati e nello stile, ha fatto di lui un autore difficile da etichettare, anche se di appellativi gliene sono stati incollati addosso molti, nessuno lo rappresenta pienamente. Per alcuni è il “Macho man” della sinistra americana, per altri uno sporco conservatore di ultra-destra, la verità come sempre sta nel mezzo, essenzialmente Stone nei veri valori americani ci crede, non per forza poco, ma è anche abbastanza intelligente da non accettare le cose come stanno, tutto quello che “sporca” quei valori va criticato, non in base a posizioni di schieramento o partito, ma in nome della verità e perché no, anche della giustizia.

Il nuovo Vietnam del nostro Oliviero Pietra.

Salvador puntava il dito contro la politica estera americana, Platoon diceva la verità sulla guerra del Vietnam, quindi nel 1987, in piena Reaganomics era il momento di scagliarsi contro i reati dei colletti bianchi. Il risultato è un film che parla di alta finanza a volte anche in termini tecnici, ma profondamente arrabbiato con quel mondo, una sorta di Una poltrona per due con a’ cazzimma al posto della satira al vetriolo e lo sbeffeggio, cifra stilistica tipica di Landis. In parole povere un’opera in grado di dire la verità imprimendosi a fuoco anche nella cultura popolare, insomma un Classido!

La storia è quella del giovane Bud Fox, rampante broker della Jackson Steinem & Co. Di origini orgogliosamente operaie che però vorrebbe fare il salto, arrivando a lavorare per il suo mito, lo squalo in persona, quello che ha fatto soldi anche vendendo le quote della Nasa poco prima del disastro dello Space Shuttle Challenger, il leggendario Gordon Gekko.

«I post di Cassidy mi fanno aumentare la pressione, devo misurarmela»

Ecco perché sulle note sincopate composte da Stewart Copeland (non proprio la pizza con i fichi), la città che non dorme mai si sveglia e Stone ci porta, macchina da presa a mano, negli uffici della Jackson Steinem & Co. Come se fossimo nuovamente in una trincea in prima linea, solo che qui i soldati non utilizzano un M16 ma un telefono, non hanno una divisa mimetica ma camicia e cravatta come Marvin, il “compagno di banco” del protagonista, interpretato da solito pretoriano di Stone, il mitico John C. McGinley al secondo ruolo con il regista, ma tenente il conto, perché il tassametro corre.

«Sai di che è fatto il mondo? Di bastardi! Bastarda la glassa, bastardo il ripieno» (cit.)

Il primo nome che piaceva tanto a Stone per il ruolo di Bud Fox? Tenetevi forte perché sto per chiedervi di immaginarvi tutto “Wall Strett” con Tom Cruise nei panni del rampante broker. Ora ditemi se quel suo sorriso che si chiama gli schiaffi e la voglia di arrivare lassù di Tommaso Missile, non sarebbe stata impeccabile per il ruolo di “Sprint” come lo chiama Gekko. Ci sarebbe stato tempo, modo e maniera per Stone di lavorare con Cruise, ma per ora il regista ha deciso di tornare al fronte con i soldati che conosceva, ecco perché Charlie Sheen qui, regala un’altra delle migliori prove della sua carriera nel ruolo, proprio perché in grado di sfoggiare quell’innocenza che per stessa ammissione di Stone nella sua autobiografia, Sheen junior nella vita non aveva e a proposito di Sheen, parliamo anche della prima generazione.

No, non state vedendo doppio, è solo una doppia razione di Sheen.

Papà Martin, come abbiamo visto aveva rischiato di finire a recitare in Salvador, dopodiché, ha provato, forse per salvaguardare il figliolo, a convincere il regista a cambiare il finale di Platoon optato per qualcosa di meno tosto (storia vera), insomma prima o poi quei due insieme, avrebbero dovuto finire nel radar di Stone. Proprio l’etica e la formazione molto religiosa di Martin Sheen, lo rendevano perfetto per la parte del padre di Bud Fox, anche perché parliamoci chiaro, chi meglio di lui su questo gnocco minerale che ruota attorno al sole poteva sapere meglio di tutti cosa significa avere Charlie Sheen come figlio? Mi immagino il giorno in cui Stone ha chiesto al giovane Charlie: «Nel film per la parte di tuo padre, avremmo per le mani due attori: Jack Lemmon o tuo padre Martin. Con chi ti sentiresti più a tuo agio a recitare?» la risposta di Charlie potete facilmente intuirla in base al casting del film (storia vera).

Lo sapevate che l’avrei usata questa.

A proposito di selezione degli attori, anzi delle attrici, quella pazzarella di Sean Young avrebbe voluto fortemente interpretare la protagonista femminile Darien, Stone non la riteneva adatta nemmeno dopo il suo provino ma questo non ha impedito l’attrice di rompere i co… Ehm, fare il diavolo a quattro per tutto il tempo sul set, dopo essere stata scientificamente spostata di lato, nel ruolo di Kate la moglie di Gordon Gekko. Parte per cui Sean Young avrebbe dovuto avere mooooolti più minuti, peccato che i continui ritardi, la condizione, diciamo così, “alterata” con cui l’attrice si presentava sul set e il suo continuo scapricciare, l’ha portata al licenziamento e al taglio netto dei minuti dedicati a Kate Gekko (storia vera). Parliamo del regista che è riuscito a sopportare quell’enorme spaccamaroni di James Wood tornando anche a lavorare con lui, ma Sean Young no, lei gioca in un’altra categoria.

«Non ascoltate Cassidy, quello è pazzo»

Poco male, visto che il cambio in stile cestistico è avvenuto all’interno della squadra di Blade Runner, con Daryl Hannah preferita nel ruolo di Darien e premiata con il solito inutile (e qui anche inspiegabile) Razzie Award, nello stesso film che ha visto Michael Douglas portarsi a casa il premio più ambito di tutti per la recitazione, quindi sì, è ora di aprire il libro al capitolo Gordon Gekko.

Che Micael Douglas sappia recitare ruoli passivo aggressivi lo sappiamo, che sappia recitare anche quelli aggressivi, non è una novità, ma è con Gordo Gekko che non solo si è portato a casa un Oscar per la sua prova, ma si è anche impresso a fuoco nella cultura popolare, dando corpo, voce e capello impomatata ad uno dei più micidiali cattivi della storia del cinema. Ufficialmente basato sulla figura del multimiliardario Ivan Boesky, in realtà lo sappiamo tutti chi è la vera fonte di ispirazione del personaggio, come tanti ad Hollywood Douglas è appassionato di pallacanestro, negli anni ’80, nella città del cinema, il basket voleva dire una sola cosa: Los Angeles Lakers. I completi Armani, quella pettinatura, la spavalderia e la costante aggressività di uno che applicava Sun-Tzu ai ventotto metri del parquet, Douglas l’ha scippata a Coach Pat Riley, per applicarla quasi identica all’alta finanza entrando di diritto nella storia della settima arte. Il suo monologo sull’avidità, ancora oggi è uno dei più citati quando si parla di grandi monologhi nella storia del cinema.

Se pensate che quello a destra sia cattivo, non avete mai assistito un Time Out dell’originale a sinistra.

“Wall Street” inizia con un ritmo indiavolato perché se vuoi stare al passo dell’alta finanza, devi correre, Bud Fox lo scoprirà presto, infatti trovo sempre simbolica la scena in cui il protagonista, mendica cinque minuti con il suo eroe nel suo ufficio, e anche se il dialogo tra Sheen e Douglas dura un po’ di più, quando poi Bud esce dall’ufficio di Gekko, sull’orologio alle sue spalle le lancette si sono spostate effettivamente solo di cinque minuti, fateci caso la prossima volta in cui vedrete il film. Il tempo è denaro, il denaro è avidità e per farlo, non bisogna guardare in faccia nessuno, nel tentativo di entrare nel giro che conta e di “prendere l’elefante” (appropriato, visto che è anche l’animale simbolo del partito Repubblicano), Bud si gioca tutto, anche il rapporto paterno.

Carl Fox (Martin Sheen), colletto blu se ne esiste uno, una vita nella piccola compagnia aerea Bluestar, più che un lavoro una dedizione, con l’azienda nella buona e nella cattiva sorte, a sgobbare e sudare per i soldi che Gekko lascia di mancia nei ristoranti stellari dove fa colazione, quando rivela al figlio che la compagnia sta per uscire pulita da una causa guadagnandosi nuove rotte, il figlio Bud si “rivende” l’imbeccata per far fare soldi a Gekko entrando nelle sue grazie, ed è qui che uno dei temi cardine di “Wall Street” va a segno.

«Occhio ragazzo, adesso vedrai Cassidy divincolarsi durante un passaggio chiave»

Come in Platoon, vediamo nuovamente Charlie Sheen diviso tra due padri, che istintivamente verrebbero quasi da etichettare uno come Democratico l’altro come Repubblicano. Se sotto le armi erano i due sergenti, il bellicoso Barnes impersonato dalle cicatrici (finte) di Tom Berenger e l’altro, quello mezzo fricchettone di nome Elias Grodin con gli zigomi di Willem Dafoe, in questa nuova guerra combattuta al telefono (ma non per questo meno sanguinaria o con meno vittime), i due padri del personaggio di Charlie Sheen sono un altro Democratico come papà (anche biologico) Martin e l’altro Repubblicano, Gordon Gekko. Da dove vieni e dove vorresti arrivare, chi sei contro chi vorresti essere e chi, soprattutto, devi essere pronto a sacrificare per fare il salto. In guerra puoi perdere un arto o la tua salute mentale, qui il prezzo richiesto per lo stile di vita americano è solo il valore che riesci a dare alla tua anima.

Proprio perché Stone in fondo, ai valori di un America che lui ritiene giusta ci crede, alla fine l’arco narrativo di Bud Fox si risolve con un (mezzo) riscatto, l’allievo che supera il maestro senza perdere completamente la propria anima, ad una prima occhiata distratta quasi un lieto fine, per un altro dei “ragazzi americani” che popolano la filmografia di Stone, anche se le stoccate ciniche non mancano. Quando Bud inizia a fare la bella vita, spupazzandosi Daryl Hannah (quaranta minuti del montaggio finale che prevedevano molto più spazio per Darien, sono rimasti sul pavimento della sala di montaggio, tagliati da Stone. Storia vera) in sottofondo il regista si gioca i Talking Heads, che torneranno anche sui titoli di coda con la loro This Must Be the Place (Naive Melody), quando arriva il passaggio del testo che recita “Never for money, always for love”, beccami gallina se non è uno degli utilizzi più satirici della musica al cinema a cui io abbia mai assistito.

… Cover us and say good night. Say goodnight (cit.)

La verità per Stone è sempre la via da seguire, con la stessa voglia di raccontare il vero Vietnam sfoggiata in Platoon, in “Wall Street” Oliver Stone punta alla giugulare: sono i Gordon Gekko del mondo a determinare se domani mattina voi, avrete ancora un posto di lavoro, quanto costerà il latte, la benzina e a determinare il peso del contenuto del vostro portafoglio, quei soldi che vi siete duramente sudati e che per questa gente sono merda, quattro spiccioli a confronti dei capitali che muovono loro in un paio d’ore ogni giorno al telefono.

Questa dovrei usarla molto più spesso, anzi lo farò.

Eppure Gordon Gekko allo stesso modo ha il fascino dello squalo che si è divorato tutti i suoi simili, il predatore numero uno che in un’epoca iniziata sotto l’egida dell’presidente ex attore (e nemmeno uno di quelli bravi) è diventata sempre più individualista, vorace e in buona sostanza, avida. Quel denaro che non si perde, ma si trasferisce da un’intuizione all’altra, come giocando al casinò per Gekko è il capitalismo al suo meglio, poco importa se a farne le spese sono quelli in prima linea, soldati spediti in Vietnam o “Colletti blu”, Stone continua a raccontare come il sogno americano possa masticarti e sputarti.

La dedica finale sui titoli di coda di questo film di padri tra cui scegliere, non poteva che essere a Louis Stone (ricordato per il suo mestiere, stockbroker), venuto a mancare nell’anno in cui “Wall Street” è ambientato, il 1985. In un’annata cinematografica bella ricca, il film di Stone incassa bene, il figlio del mai abbastanza compianto Kirk si porta a casa l’Oscar e il lascito, fa di “Wall Street” una pietra miliare, da allora il nome Gordon Gekko è diventato un’espressione di uso comune per descrivere diversi concetti, molti dei quali legati all’avidità, quella decantata nel suo monologo.

Quando vedi il sorriso dello squalo è già troppo tardi.

A proposito di monologhi, ne arriverà uno molto meno famoso ma forse anche più incredibile tra sette giorni qui, su queata Bara. La rubrica continua e la prossima settimana trasmetteremo in diretta da Dallas, non mancate, vi voglio cattivi fino al midollo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  1. Appunto, riguardo al personaggio di Daryl Hanna: perché quell’incomprensibile Razzie a un’interpretazione perfettamente centrata nel rappresentare una totale subalternità per puro interesse? In quale altro modo avrebbe dovuto renderla, una condizione doppiamente patetica (schiava, e schiava per scelta) come quella? Ah, questi antesignani dei moderni “critici” sparsi nell’infernet, capaci solo di tramandare la loro inutilità di generazione in generazione…
    Un altro bersaglio centrato da Stone, “Wall Street”, con questa sua spietata e durissima istantanea della nascita di quella fetida finanza arrembante e sregolata che tanti danni avrebbe fatto nei decenni a venire, della quale tutti quei fottutissimi “yuppies” non rappresentavano altro che i primi segnali d’allarme. Oliver li aveva già colti perfettamente, quei segnali, e ci stava avvertendo, ma ad ascoltarlo davvero purtroppo non eravamo in molti (da noi, poi, ci si cantava addirittura sopra, vedi il brano di Luca Barbarossa): tutti gli altri hanno preferito illudersi che quella dei vari Gordon Gekko (e di chi li prendeva come modello di vita) fosse solo una fase provvisoria dalla quale si sarebbe poi usciti senza troppe conseguenze, ma l’illusione è durata poco…
    Ah, e sì, lo sapevamo che l’avresti usata quella (non l’avessi fatto, l’incontro fra i due Sheen in “Hot Shots 2” te l’avrei chiesto io) 😉

    • I Razzie spesso riescono a fare anche peggio degli Oscar, il che è tutto detto. No, non potevo proprio esimermi da quella Gif, dovevo chiudere il cerchio 😉 Cheers!

  2. Manca un fattore fondamentale nel descrivere il personaggio di Martin Sheen che non è solo un operaio ma anche un sindacalista che tiene ai suoi colleghi e che è rimasto fedele al suo ruolo. La scena in cui gli presentano Gekko per la prima volta nella nuova casa del figlio e in cui Sheen figlio si arrabbia con il padre citando Marx è da rivedere e imparare a memoria.
    Menzione d’onore per un piccolo ruolo, ma importante e sempre apprezzato, per Terence Stamp che a vederlo incute molto più timore di Gekko

    • Vero, non mi sono messo a fare l’analisi di ogni personaggio perché lo fa già molto bene la scrittura con cui sono stati sviluppati, ci sarebbe da citare anche Daryl Hannah, con la sua condizione di schiavitù dei confronti di Gekko, del tutto volontaria, per via dei vantaggi. Insomma che sia scritto bene questo film è innegabile. Cheers

  3. Da hippies a yuppies. E non so dire quanto ci abbiano guadagnato, nel passaggio.
    La contestazione e la ricreazione sono finite, e adesso ci si ammazza a voler copiare lo stile di vita di quelli che tanto si disprezzava.
    Ma siamo ancora nella giungla.
    Una giungla fatta non si foreste, fiumi e paludi. Ma di vetro, cemento e asfalto.
    E la droga circola ancora. E non solo quella che i colletti bianchi si sapranno in su per la canappia.
    Film che per certi versi appare quasi profetico, a rivederlo oggi. Come tanti, di Stone.
    Intendiamoci: gli anni 80 hanno dato e stanno dando tutt’ora tantissimo, e sono il primo a dirlo.
    Dal punto di vista della cinematografia, della musica, della moda.
    Ma hanno finito per stravincere su tutto, diventando il modello di riferimento per eccellenza.
    Anche imprenditoriale. Ma tra poco ci arriviamo.
    Ci stanno provando, a fare lo stesso coi decenni successivi. Ma non c’e’ storia.
    Ormai l’intera economia si basa sulla finanza, invece che sul lavoro che ne e’ diventato l’estensione puramente accessoria.
    Motivo per cui le cose stanno andando cosi’ male.
    Usi una cosa reale per rispettare parametri fittizi.
    Dati, grafici, tabelle, previsioni e proiezioni.
    Che in quanto assoluti sono irraggiungibili. E quindi accumuli solo debiti su debiti.
    Ma continuano a finanziarti, perche’ se chiudi crolla tutto.
    Un meccanismo perverso che si auto alimenta in modo quasi perpetuo.
    Ci vorrebbero meno Gordon e piu’ Carl, in giro.
    Tutto funzionerebbe meglio, credetemi.
    Colpiscono soprattutto il cinismo e l’insensibilità di chi fa parte di quel mondo
    A parte Bud, che sembra il classico giovanotto di belle speranze che in genere mettono a smazzare il lavoro sporco.
    Che poi scoppiano casini tremendi, e il loro capo se ne viene fuori con un candido “Io non c’entro niente, ha firmato tutto lui.”
    Tutti crogiolati nel loro edonismo egocentrico. Al punto da non capire quanto sia ingiusto ma soprattutto profondamente SBAGLIATO mettersi a giocare e lucrare con i soldi degli altri. Costati sangue, sudore e sacrifici.
    Poi uno si chiede cosa se ne fanno di un misero gruzzoletto, visti i miliardi che fanno girare.
    Sappiate che quella gente non sopporta l’idea che qualcuno abbia da parte qualcosa.
    Quelli vogliono TUTTO. E lo vogliono solo per se’.
    E come in un classico schema piramidale o di Ponzi, i primi che devi fregare sono quelli che si fidano.
    Amici, parenti, famigliari.
    Farsi venire remore, dubbi, rimorsi e crisi di coscienza equivale a venire sconfitti.
    Chi arretra, rallenta o si ferma e’ un debole, un rinunciatario.
    Un perdente. E a nessuno piacciono i perdenti.
    L’anima non e’ richiesta. Al massimo levi tutti gli specchi dal super – attico, almeno eviti di sputare addosso alla tua immagine riflessa quando gli passi davanti.
    La goccia che fa traboccare il vaso e’ quando viene tirato in mezzo suo padre.
    E vedendo quanto e’ stronzo Gekko, vien da pensare che lo fa apposta a volerlo mandare in rovina.
    Per vendicarsi dell’umiliazione.
    Adoro quella scena.
    Carl e’ l’unico a non incensarlo e a trattarlo per quel che e’.
    Uno che non ha mai lavorato neanche cinque minuti in vita sua.
    La penso uguale. Specie davanti a tutti i capi, capini e capetti che da me hanno di recente assunto un tanto al chilo.
    Che hanno la meta’ dei miei anni ma il quadruplo dell’arroganza, convinti gia’ di sapere tutto e che pretendono di insegnarmi come si lavora.
    Faccio l’operaio da piu’ di trent’anni. E per carita’, ascolto e rispetto tutti.
    Ma se mi consentite…almeno nel mio ambito non ho nulla da imparare da chi non ha mai saputo usare neppure un cacciavite.
    Pare che Tom lo volessero tutti, in quel periodo.
    Ma bonta’ sua, aveva gia’ millemila impegni.
    Ottimi Sheen padre e figlio, mentre Douglas…
    Il suo Gordon non sembra neppure umano.
    Pare uno di quei predatori a sangue freddo, come il cognome lascia intuire.
    Una presenza minacciosa e incombente anche quando non e’ in scena.
    Sembra davvero uno di quei rettiliani di cui parlano i tipici complottisti dell’ultim’ora.
    Se ci fosse il buon Nada, coi suoi occhialazzi neri vedrebbe un bel teschio con la faccia che pare formaggio ammuffito.
    Da vedere. E rivedere.

    • Qui di “Teste di morto” il film è pieno, Gekko ne è il capo. Cheers

  4. Visto che hai nominato il grande Kirk (non James T., l’altro… e sempre grazie ai Tre Caballeros per avermi fatto scoprire “L’asso nella manica”, film che mette Ansia!!! sapevatelo!) mi torna in mente di quando David Letterman – forse nella stessa puntata nominata da Crepascolo qui sotto – disse a Michael di quanto ormai avesse preso a somigliare al padre. Al che Michael gli rispose che il papà poco tempo prima guardando uno dei suoi (di Kirk) film, riconosceva se stesso ma non ricordava nulla di nulla del film. Nel mentre si rammaricava della sua memoria ormai fallace si accorgeva che quello sullo schermo non era lui ma il figlio Michael! Penso che un complimento più grande Douglas jr. non potesse riceverlo!
    Conunque, per propensione personale mi trovo più a mio agio nella guerra dei numeri della Strada del Muro piuttosto che quella più sanguinosa e letale che combatte Oliviero Pietra col suo Plotone.
    Ma sempre complimenti, Cassidy: li hai fatti neri!
    P.S. Complimenti anche al doppiatore d’eccezione che sfoggia qui in Italia Gordon Gekko. Per quanto io trovi più azzeccata su di lui la voce di Oreste Rizzini, che gli vuoi dire a un Giannini così?
    P.P.S. Ferro Azzurro ama Anacot Acciaio (informazione riservata, io non vi ho detto niente…)

    • Fa ridere perché hai citato il MIO film di Natale che poi beh, è quello quello, quello della vigilia 😉 No, non credo ci fosse complimenti più grande per il figliolo che comunque zitto zitto, due cosine di livello le ha anche fatte, anche da produttore. Parlavamo giusto ieri con i Caballeros di quanto io faccia lo sguardo da vitello che vede passare il treno quando si parla di doppiatori, conosco davvero solo Giannini gli altri non associo mai nome e voce… Orsetti! Orsetti! 😉 Cheers

  5. Carabara, ricordo un Mike Douglas, reduce da un intervento alla gola, raccontare a Dave Letterman di quando un tassista a NY gli aveva detto che aveva studiato economia perchè folgorato da Gordon Gekko. Mike aveva ribattuto qualcosa come che era il cattivo, ma il suo autista aveva esclamato che era cool o qualcosa di simile. Da quel che ricordo il Gekko della realtà prima era famoso per i suoi toupet. Non so perchè, ma da una descrizione che lessi al tempo, pensai a Danny DeVito nei panni del Pinguino. Nel film Stone e Douglas scelgono un altro approccio, ma qualcosa, secondo me, salvano nel momento in cui Gekko ricorda come i wasp lo hanno sempre guardato dall’alto in basso. Gekko è il male, ma si alza al mattino per guardare l’alba, è + veloce degli altri, sa riconoscere il talento, ha una vision ed una mission (diciamo così) e crede fermamente nella sua concenzione predatoria del multiverso. Non credo mai che vedremo un Henry Pym broker d’assalto microscopico, considerato il target Disney, ma sarebbe “un botto” come direbbe Crepascolino. Pensa solo cosa ne caverebbero Morrison o Milligan con una idea così. Ciao ciao .

    • Come si chiamava il tassista? Travis per caso 😉 Riassunto perfetto, un talento mostruoso ma votato al “lato oscuro” e più ci penso più mi rendo conto che Edgard Wright (perché è merito suo) nello scegliere il figlio di Kirk ci aveva visto lunghissimo, ma dalla sua cultura cinematografica, non mi aspettavo certo altro. Cheers!

  6. “Dati i quantitativi ampiamente documentati di deboscio vizioso delirante e dipendenze spinte molto mosse che si portavano appresso Douglas, Sheen, Hanna e 3/4 di cast e troupe, soprattutto in quel periodo, il Candidato si provi a quantificare le condizioni piroplastiche in cui versava Sean Young per essere considerata ingestibile su quel set”.

    (Quella Gif di Hot Shot 2 VA USATA SEMPRE ❤️)

    • Mettici tranquillamente dentro anche Stone che non ha mai negato i suoi vizi, ecco, poi arriva Sean Young e li asfalta tutti etichettata ingestibile da quella banda. Sean iconica così come quella Gif. Cheers!

Film del Giorno

Il mostro della laguna nera (1954): auguri Gill-Man!

Tra i compleanni di un certo peso, uno in particolare scaldava il mio cuoricino rettile di amante dei film di mostri, mi riferisco ai primi settant’anni del mitico Gill-Man, il [...]
Vai al Migliore del Giorno
Categorie
Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
Chi Scrive sulla Bara?
@2024 La Bara Volante

Creato con orrore 💀 da contentI Marketing