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War Pigs (2015): Io ti spiezzo il terzo Reich in due

La sapete che in originale, il camion guidato da Furiosa
in Mad Max Fury Road, quello che in italiano hanno adattato nel fighissimo
BLINDOCISTERNA, si chiama War Pigs?

Immagino conosciate tutti la prima traccia omonima del celeberrimo
disco “Paranoid” dei Black Sabbath…
Uhm… Ok, questa la prendo un po’ alla larga, sapete che
Obama usa una pallina di gomma anti-stress nei suoi momenti più tosti alla Casa
Bianca? Bene, io invece nel mio piccolo, al lavoro ho un maiale di gomma che
quando lo schiacci fa BRIIIIKK! Da usare per stemperare lo stress (storia vera).
Perché vi sto dicendo tutte queste cose? Perché volevo
fornirvi qualche esempio di “War Pigs” migliore di questo film.
Se date un calcio al muro, probabilmente vi cadranno
addosso 25 titoli di film bellici usciti solo per il mercato Home Video,
molti di questi non avendo un grosso Budget, o dei nomi di richiamo da piazzare
in cartellone, finiscono spesso per focalizzarsi su una singola idea, a volte
smaccatamente di genere, per cercare di raccontare una storia, anche perché, diciamocelo,
i film di guerra funzionano quando hanno i soldi per far scoppiare le cose e
far morire male gli attori famosi che ci sono nel cast. Ecco, “War Pigs”, invece,
cerca di fare il film bellico di Serie A, con un budget raccimolato grazie ad un
Kickstarter ed un giorno di questi voglio capire anche io come funzionano ‘sti
Kickstarter, Crowcosi e robe varie, che un po’ di dannata pecunia farebbe comodo
anche a me, della serie: pochi maledetti, ma subito.

“Ragà colletta per la birra di Cassidy, forza! Svuotare le tasche…”.
Il film è davvero convinto di avere a disposizione un
budget gigante, ma quando realizza di avercelo piccolo pare dire: “L’importante
è saperlo usare!”, quindi non si preoccupa più di affidarsi ad una trama
tremendamente generica e strapiena di situazioni già viste. Luke Goss (Death
Race 2 e 3 ma anche parecchia roba con Guillermo Del Toro) è un ex ufficiale
declassato per aver disobbedito agli ordini, troviamo un gruppo di soldati
senza rispetto per l’autorità da sacrificare per la solita missione suicida
(possa Lee Marvin perdonarvi tutti…), le solite linee nemiche da attraversare,
il leader che si conquista la fiducia del gruppo e un generico (e non spiegato)
piano segreto del Reich da fermare… Novità? Nemmeno l’ombra.
Il film comincia con l’addestramento dei soldati, a mio
avviso anche un po’ troppo lungo in termini di minutaggio, se non altro, in
tutto questo tempo, riusciamo quanto meno a distinguere i personaggi uno dall’altro
e sono quasi pronto a giurare che di alcuni di loro, ricordavo anche il nome!

“Forza gente una bella fila ordinata, è il momento della foto di classe, i più alti dietro”.
A questo punto della storia, dovrebbe entrare a gamba
tesa il momento di sacrificio, il finale epico (tipo Fury per fare un esempio
recente), pochi eroi a cambiare il corso della storia, invece, ciccia! Perché
tutto si risolve con qualche sparatoria assurda in cui muoiono tutti, ma
nessuno spara ai protagonisti (di fatto intorno a loro vengono colpite solo le
anonime comparse), la tensione manca, la noia timbra il cartellino e il finale è
francamente fuori dal mondo, a memoria mia non ricordo un film del genere che
si concluda senza lasciare a terra nemmeno uno dei protagonisti.

“Stai scherzando vero? Il finale buonista? Non sapevo di essere alla Disney”.
A questo disastro, aggiungete anche uno dei nomi di
richiamo che dovrebbe nobilitare l’operazione, ovvero Mickey Rourke, che di
fatto recita svogliato nella stessa identica parte che faceva nel primo Expendables,
con l’unica differenza che qui indossa un cappello da Cowboy bianco.
Ora, sono abbastanza sicuro che abbiano cercato di
spiegargli che proprio quel tipo di copri capo risultasse due righe
anacronistico in un film ambientato durante la seconda guerra mondiale, ma
evidentemente è stato l’unico modo per convincerlo a recitare (si fa per dire…)
le battute. Me lo immagino dire: “Ok accetto, ma voglio un cappello da Cowboy
bianco, una cassa di Whisky e due ballerine di Lapdance Vietnamite”, dopo una
lunga trattativa Rourke deve essere sceso a quattro bottiglie, ma è rimasto
irremovibile sulla presenza del cappello.
Chiudo il capitolo Rourke dicendo che ormai la sua
faccia, farebbe sembrare quella di Marv di Sin City il volto di un Dio Greco,
non so se è passato di nuovo dal chirurgo, o se è la vita loca che lo ha ridotto
così, ma ormai nel più classico caso di vita che imita l’arte, è diventato
uguale ad uno dei suoi personaggi, Johnny il bello, però PRIMA dell’operazione.

La vita che imita l’arta, che imita la vita, che imita l’arte, che imita il cappello di Mickey Rourke…

Chi si salva in questa tragedia? Solo uno: Dolph Lundgren,
se riuscite a sorvolare sul fatto che quando apre bocca, si sforza di dare una
nota di Francese al suo classico accento “Svenglese”, anche perché qui
interpreta un soldato della legione straniera (portandosi a casa il premio “Jean-Claude
Van Damme Approved” per il 2015). Per fortuna ogni volta che lo inquadrano si
mangia larghe porzioni di film nemmeno fosse Godzilla libero di vagare per
Tokyo, ci crede più di tutti e ha il carisma, il fisico e il background giusto
per non andare sotto, nemmeno nella pochezza di questo film, a mio avviso Dolph
è un’icona, un fisico da vichingo applicato ad un cervello da scienziato
nucleare, se solo avesse anche un agente all’altezza del suo personaggio…
Ancora devo digerire l’idea che lo vedremo nel sequel di “Un Poliziotto alle
elementari”, perché sì, uscirà “Kindergarten Cop 2” con Dolph al posto di
Swarzy.

“Ero invidioso del cappello di Mickey ok?”.
Un agente, per questo uomo… SUBITO!
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