
Prendete morfina e lacci emostatici, il sergente Quinto Moro vi porta in guerra a sanguinare con il nuovo film diretto da Alex Garland.

Dopo una guerra inventata (o magari profetizzata) nel riuscito Civil War, Alex Garland torna ad imbracciare il fucile la macchina da presa per raccontarci un pezzetto di guerra, più in ruolo di supporto al neoregista Ray Mendoza che proprio sul set di Civil War aveva fatto da consulente. Mendoza però, da veterano dell’Iraq aveva la sua storia – vera – da raccontare. La A24 stavolta si limita a distribuire e mettere il nome in cartellone, ma non i soldi del budget, 20 milioni che sono spiccioli per una produzione odierna ma sono stati strizzati a dovere. Peccato che il film abbia incassato davvero poco (soprattutto in UK) ed abbia avuto una distribuzione a macchia di leopardo, con l’uscita italiana tardiva e in un periodo estivo infelice per gli incassi, oltreché circondato da titoli di ben altro appeal commerciale. Non ha aiutato neanche il visto censura, né il rivangare le porcate della guerra in Iraq che ad americani e britannici non fa certo piacere. Fatto sta che il film merita eccome.

Garland si sta cucendo addosso una discreta etichetta da autore politico, e lo sta facendo da tempi non sospetti. Dopo esser passato per l’horror, le distopie e il giornalismo, a questo giro si butta nella guerra vera e propria, appoggiandosi all’esperienza di chi come Mendoza l’ha vissuta. Eppure il fatto che si tratti dell’operato americano in Iraq nel 2006 appare quasi superfluo, un modo per localizzare nel tempo e nello spazio un episodio a sintesi di cos’è la guerra, spogliata da tutti gli orpelli e gli artifici narrativi tipici del cinema.
Garland e Mendoza si sono dati una regola in stile Dogma 95, ovvero girare solo eventi che sono realmente accaduti. E non lasciatevi spiazzare dall’incipit con le donnine in body a fare aerobica con musica a tutto volume, con la truppa in divisa che si dimena ed esulta tra ettolitri di testosterone. Son ragazzi.

La didascalia iniziale mette l’accento sulla ricostruzione a partire dai ricordi. Ray Mendoza, che firma regia e script a quattro mani con Alex Garland, è un ex Navy SEAL – quelli che Clint Eastwood ci ha insegnato essere più tosti dei marines – e non uno qualsiasi: uno che quel giorno c’era come operatore radio e il suo personaggio è presente nel film.
Finita l’intro, di musica non ne sentiremo più, perché il film punta ad un realismo di quelli esasperanti, quasi insostenibili – e che a una fetta di pubblico potrà non piacere. La Compagnia Alpha 1 deve conquistare una posizione d’appostamento, sceglie una casa abitata da civili iracheni e ne prende possesso (tenendo di fatto in ostaggio le famiglie che ci vivono). Da questo momento assistiamo alla ricostruzione di quei novanta minuti d’inferno.
Non c’è nessun obiettivo militare, nessuna missione cruciale, solo novanta minuti di guerra pura e semplice. Niente cazzate, solo piombo, urla dei feriti, caos e smarrimento di uomini che per quanto addestrati sono in balia degli eventi.

Per dieci minuti vediamo solo l’attesa – noiosa e via via più snervante – dei soldati appostati e impegnati solo a spiare gente da un buco nella parete, prendendo nota dell’aspetto di ogni tizio sospetto che guarda nella loro direzione. Ovviamente è la quiete prima della tempesta (tempesta di cosa potete immaginarlo: inizia per emme). Quando un iracheno decide di insegnare agli americani che il voyeurismo non è ben visto da quella parte del mondo, inizia il delirio.
Ancor più che la sensazione di claustrofobia e dello stare in trappola, è il senso d’impotenza a permeare tutta la pellicola, che si svolge interamente in un ambiente chiuso. La casa occupata dai soldati da nido sicuro diventa una prigione, la trappola per topi da cui sembra impossibile fuggire nonostante l’enorme dispiego di mezzi militari che gli americani possono vantare. E non c’è niente di bello, di epico o di edificante nell’operazione di salvataggio per recuperare i soldati intrappolati e spappolati.

Il film è maniacale nella ricostruzione delle conversazioni radio – non sempre comprensibili, ci sta – e delle procedure che di solito non si vedono al cinema (tipo l’ossessione per dove si trova l’attrezzatura, il dover recuperare un martello a costo di esporsi al fuoco nemico).
“Warfare” è letteralmente l’antitesi dei film che romanticizzano conflitti e soldati, che distorcono la dinamica degli eventi per dare una qualche lettura che giustifica e glorifica il sacrificio, col fallimento che è sempre temporaneo e bilanciato da un’aura di successo. Ma non usa nemmeno moralismi né una retorica antimilitarista spicciola e buonista. Per fare un film politico sulla guerra basta mostrarla per quello che è, senza artifici di trama, senza orpelli, senza cazzate. Non ci sono contentini per il pubblico, niente battute sagaci né concessioni al puro spettacolo. Un caos controllato, imbrigliato in schemi e procedure che danno solo l’illusione di arginare la macelleria su corpi e menti dei giovani soldati (la scelta di un cast giovane è tanto voluta quanto veritiera chi sta in prima linea).

Il film non si dimentica d’essere uno scorcio di guerra in Iraq e forse Garland sente la responsabilità del suo Paese nell’appoggiare George-pistola-fumante-Bush. Per il regista britannico “la realtà è piena di messaggi”, perciò non serve aggiungerne altri. Basta la realtà dei collaborazionisti iracheni mandati fuori per primi, i soldati che devono mentire per ottenere supporto, o quell’inquadratura finale sulla strada, con gli iracheni che escono a decine dai nascondigli come chi ha scacciato l’invasore al costo della distruzione della propria terra. Se volete, c’è tutta una metafora da home invasion su piccola e larga scala: la famiglia in ostaggio e la casa distrutta da un lato, i guerriglieri e la città devastata dall’altro mentre i soldati se ne vanno lasciando, insieme alle macerie, la sensazione che sia successo tutto per nulla.

Tecnicamente non gli si può dire niente. La regia segue i soldati da vicino in spazi stretti, niente inquadrature ricercate, pochissime scene in esterni, stile asciutto nell’attesa come nel caos. Fotografia e montaggio fanno il loro dovere mentre spicca il comparto sonoro, pulito e avvolgente, con la resa della sordità post esplosioni che non è non il solito fischio e suoni attutiti.
Un avvertimento ai deboli di stomaco, pur non insistendo oltre il dovuto sulle mutilazioni non manca la dose di ferite scoperte. Consiglio di vederlo in sala e possibilmente senza interruzioni (la pausa di metà film in questi casi è una bestemmia).
Ed ora… Il parere non richiesto del soldato Cassidy
“Warfare” ha un inizio fulminante, perché si gioca subito le chiappe del video di Call on me (non fate finta di non conoscerlo…), oltre ad essere le uniche donne che il nostro plotone vedrà, da immagino, parecchio tempo, è anche l’unica musica che sentirete nel film, i nostri ragazzi esaltati non avranno altri motivi di gioia fino ai titoli di coda, per un’operazione che urla realismo ad ogni fotogramma, quasi al limite del documentario, perché Alex Garland sembra fare sua la lezione di un film bellissimo e ignorato di Brian De Palma, possiamo dire che “Warfare” è il suo Redacted.

La volontà di confermarci, ad ogni fotogramma, quello che tutti sappiamo, ovvero che la guerra non ha senso, perché rappresenta solo il lato peggiore della razza umana, è chiaro, nobilissimo e ultra condivisibile, quello che mi chiedo e che in effetti già so, interessa a qualcuno? No, perché “Warfare” è finito in sala ad agosto e gli è andata di culo, visto da in uno strambo Paese a forma di scarpa, Redacted è uscito in una sola sala, quella del festival del cinema di Venezia e poi ciccia, visto che non ha mai trovato una distribuzione.
“Warfare” è più di un esercizio di stile che però, predica ai convertiti, distante milioni di anni luce dal patriottismo fa un errore gravissimo, che determina la distanza tra uno bravo che però non sono mai riuscito ad apprezzare in pieno come Garland e un Maestro come De Palma, il secondo sceglieva facce anonime senza affidarsi a nessun attore famoso, Garland inoltre nel finale fa uno scivolone clamoroso. Rompe la quarta parete, dedica un sacco di minuti alla scena finale in cui gli attori, incontrano i veri reduci, i personaggi che hanno interpretato, dando un calcio al secchio del latte della credibilità, 95 minuti senza respirare portandoci nel cuore di tenebra dell’orrore e poi questo lungo finale che sembra dire: tranquilli era tutto finto. No, mi dispiace Alex, nemmeno questa volta diventeremo amici, so che piangerai calde lacrime (ma anche no).
Un ringraziamento al sergente Quinto Moro per aver recensito il film. Vi ricordo che potete trovare i suoi racconti cliccando fortissimo QUI.


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