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Warrior – Stagione 1: Bruce Lee disse Kung, e Kung Fu

Anno 1967, la serie televisiva “Il calabrone verde” chiude i
battenti, l’attore che sfoggiava notevole talento marziale nei panni di Kato,
un ragazzo di nome Bruce Lee (potreste averne sentito parlare) resta senza lavoro
e propone ai dirigenti della rete la sua idea per una serie televisiva intitolata
“The Warrior”.

A grandi linee sarebbe l’idea di un cinese che sbarca nel
vecchio West e vaga per il Paese raddrizzando torti, un modo perfetto per il
Maestro Bruce Lee di usare l’industria dell’intrattenimento per portare avanti
la sua filosofia di arti marziali applicate alle vita. Qui le fonti si fanno
confuse, nessuno si sbottona, sta di fatto che una serie tv di questo tipo
viene messa in produzione e va in onda all’inizio degli anni ’70, in intitola “Kung
Fu” la trama è più o meno la stessa, solo che ad interpretare il cinese
protagonista è un americano, donatore sano di carisma ma parecchio legnoso quando
si tratta di arti marziali, David Carradine. L’America non era pronta per un
protagonista cinese (storia vera).
Shannon Lee, figlia di Bruce (e sorella minore di Brandon)
di fatto ha dedicato la vita a proteggere le memoria paterna, i metodi sono
anche discutibili ammettiamolo, si sa che non è facile mediare con i parenti
delle celebrità, ma resta il fatto che dagli appunti paterni tira fuori l’idea
per “The Warrior”. Quello che sto cercando di dirvi è che nessuno ha pensato di
pubblicizzare questa serie con una frase di lancio del tipo, “Da un’idea di Stefano Accorsi Bruce Lee” ma Cinemax
l’ha prodotta lo stesso.

Il Maestro Bruce Lee, sempre quello più avanti di tutti.

Tra i creatori della serie troviamo due nomi piuttosto
affidabili, Jonathan Tropper (quello di “Banshee”) e il regista Justin Lin,
dieci episodi che da noi sono passati su Sky Atlantic e che mi sono
smangiucchiato in due o tre serate, il risultato è sicuramente molto diverso da
quello che aveva in testa il Maestro Bruce Lee, ma il quantitativo di botte non
è affatto male.

Il protagonista Ah Sahm è interpretato da Andrew Koji, uno
che non può nemmeno permettersi di allacciare le scarpe a Bruce Lee, però
appena sbarcato si guadagna subito la nostra simpatia, lo sbirro della dogana
che prende a male parole i cinesi, prima si becca pan per focaccia («Sapere la
lingua ti autorizza a fare lo stronzo», «No però aiuta non trovi?») e poi si
becca una randa di mazzate e basta.

Beh, tutto sommato ho visto certi piloti di serie iniziare peggio dai.

Ah Sahm mezzo americano, mezzo cinese ha sostenuto il
tremendo viaggio con un unico obbiettivo, ritrovare la sorella scomparsa Xiaojing
(Dianne Doan) ma si ritrova nella San Francisco del 1870, nel bel mezzo delle
guerre Tong per il dominio di Chinatown. Qui fa amicizia con uno che ha una
faccia da schiaffi quasi quanto la sua Young Jun (Jason Tobin) e mentre sei lì, che hai quasi voglia di verificare come mai malgrado le impostazioni che promettono
lingua Inglese, tutti parlano cinese, succede una mossa che adoro: Il regista
ruota la macchina da presa attorno ai protagonisti in modo rocambolesco e dal Cantonese stretto i personaggi iniziano a parlare
Inglese (oppure Italiano, se guardate la serie doppiata) in modo da essere
comprensibili anche da noi occidentali. John McTiernan aveva fatto quasi lo stesso in
Caccia a Ottobre Rosso, sono mosse
che apprezzo.

La serie stupisce perché non è “solo” una serie di botte e
arti marziali (anche se non ci sarebbe nulla di male, anzi!) più che altro
sembra di guardare un Peaky Blinders
ambientato a Chinatown, in cui l’ambientazione in un bordello, garantisce il numero
minimo di nudi, poppe e sesso che nel primo episodio di una serie moderna non
possono mancare. La differenza con tutte le altre serie che usano le scene di
sesso per convincere gli spettatori a continuare a guardare, e che qui Ah Toy (Olivia
Cheng) la proprietaria del locale – molto interessata alle grazie del
protagonista – diventa un personaggio ricorrente, lei e le sue ragazze, e in
questo si nota l’impronta data da Jonathan Tropper alla serie.

Questa sera il menù prevede qualcosa di esotico.

I personaggi sono ben più che schematici ma coloriti, si va
dall’eroe dei lavoratori Irlandese, protettore dell’invasione contro questi stranieri che vengono qui, ci rubano il lavoro, le donne e sporcano ovunque, Dylan
Leary (interpretato dagli occhi piccoli e ravvicinati di Dean Jagger, perfetto
per il ruolo), fino ad arrivare ai due sbirri, “Big Bill” O’Hara (Kieran
Bew) e il suo giovane compare appena arrivato dal Sud, e per assurdo forse l’unico occidentale NON razzista della serie, dettaglio che tutti gli
altri personaggi non perdono tempo a fargli notare.

Mettiamoci anche Penelope Blake (Joanna Vanderham) la
giovane e bionda moglie del viscidissimo sindaco, che snocciola dialoghi ultra
progressisti in favore degli orientali, e poi ovviamente mette gli occhi su Ah
Sahm.

“Mia adorata, in quante guise t’amo? Lascia che io le enumeri: Una in mille, due in duemila, tre in tremila…”

Insomma “Warrior” non si gioca personaggi innovativi,
proprio per niente, diciamo che sono tutti molto classici ma perfetti per
scatenare le dinamiche tra di loro e bisogna dire che per essere una serie in
cui le arti marziali la fanno da padrone, il resto si lascia comunque seguire
con un certo grado di interesse, nulla di innovativo ma ben fatto e con buon
potenziale per le prossime stagioni (la seconda è già stata confermata),
insomma una cosa del tipo: Vieni per le botte, ti fermi per la trama.

Se negli anni ’60 una serie così non era possibile, oggi è
chiaro che nel 2019, i rimandi alla situazione mondiale (e a quella americana
in particolare) si notano tutti, la volontà di critica alla politiche sull’immigrazione
di Mr. Arancione è molto visibile, a scapito a volte della credibilità storica
per certi dialoghi, ma tutto sommato non aspettatevi da ma una critica verso
qualcuno che si discosta da “The Donald”.

“Si, stiamo parlando con te Mr. Arancione”

I dieci episodi di “Warrior” si seguono con grande facilità,
a metà stagione arriva anche un episodio che fa storia a se (1×05 “The
Blood and the Sh*t”) in cui i due protagonisti si ritrovano impegnati in
una vicenda che porta la serie in piene atmosfere da film western, e che
termina con un piccolo assedio nel saloon, tutta roba che sembra messa dentro per
conquistarmi.

Quello che non mi ha convinto in pieno è il protagonista, quando
riuscirete a smettere di notare il modo in Andrew Koji tiene i mignoli
sollevati passando per un imitatore scarso del Maestro Bruce Lee, inizierete a
notare che è un personaggio completamente diverso, la spavalderia di Lee la
sfoggia solo all’inizio, poi diventa uno costretto a resistere colpo su colpo,
però vi giuro che quando si mette in posa imitando Bruce Lee, viene voglia di
spegnere la televisione.

Ma solo a me più che Bruce Lee sembra la versione cinese di Chef Rubio? Si vero?

Errore da non fare, perché i combattimenti arrivano
puntualmente ad ogni episodio, ma non sono mai infilati a forza tipo il famigerato
scontro che iniziava sempre al minuto venti di ogni episodio di Buffy, qui l’azione
è sempre funzionale alla storia, e per fortuna le viene dedicata molta
attenzione e molti minuti.

Le coreografie di combattimento sono ottime e variegate, non
sembra mai di stare guardando sempre la solita scena, ma una lotta adattata
alla situazione, al luogo dove avviene e a chi sta combattendo, anzi se avete
un occhio un minimo allenato, si possono notare bene i diversi stili di
combattimento dei personaggi, con gli Irlandesi fortissimi ovviamene sui pugni
e i cinesi beh, su tutto il resto delle specialità.

Specialità a confronto: Cina vs Irlanda

La regia è ottima, niente macchine da presa ballerine, ma
sempre tenute alla giusta distanza per mostrare al meglio i colpi, come accade
nello scontro tra il protagonista e Li Yong il campione del cattivissimo Long
Zii, qui interpretato da uno specialista, infatti possiamo ritrovare i pugni e
la faccia sempre incazzata di Joe Taslim.

Hey Joe, where you goin’ with that punch in your hand? (Quasi-cit.)

“Warrior” sarà nata anche da un’idea di Stefano Accorsi
Bruce Lee, ma è chiaro che è una serie del 2019, con quel tipo di cura per il
dettaglio, pensata anche per continuare – se il pubblico dimostrerà gradire –
nel tempo. Se al Maestro Bruce Lee fosse stata data la possibilità di fare la
sua “The Warriror” sarebbe stata molto diversa, probabilmente con una struttura
ad episodi verticale piuttosto che orizzontale come è normale oggi, ma il succo
è un altro: Se un idea di Bruce Lee è ancora così valida oggi, abbiamo un’altra
conferma di quello che già sapevamo, quella rarità umanoide proveniente dalla Cina
(con furore) era davvero un uomo del futuro capace di vedere più avanti del suo
tempo, oltre che di menarti fortissimo, vabbè quello lo davo per scontato.

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