
La prima volta che ho visto “Waterworld”? Nel cinemino di provincia del mio paesello alla sua uscita, in una sala incredibilmente piena, andai insieme a mio padre perché ehi, KEV! In fondo era stato lui a portarmi in sala a vedere Balla coi Lupi, a regalarmi la VHS di Robin Hood principe dei ladri, che scherziamo? Esce un “fumettone” (come lì chiama il signor Cassidy Senior) con Costner non si va a vederlo?
Ricordo due cose di quella serata, una ragazza seduta dietro di me che sulla scena della vela-paracadute in CGI mi urla nelle orecchie «Si vede che è finto!» e mio padre, che davanti ad un piccolo Cassidy non proprio convintissimo su tutto – specialmente il finale – spara la sua profezia: «Finirai per rivederlo mille volte in VHS» (storia vera).

Già pochi giorni dopo, la profezia auto avverante era in movimento, con i Lego avevo fatto un catamarano (giallo, perché avevano tanti mattoncini gialli, che volete quelli avevo!) come quello del film, ed in effetti io “Waterworld” l’ho rivisto davvero un numero vergognoso di volte, perché è ovviamente un Western, con Kevin Costner non potrebbe essere diversamente, “Il cavaliere della valle solitaria” con le moto d’acqua, perché è Mad Max nell’oceano, tutta bella robina che è troppo nelle mie corde per non finire a rivederla in VHS mille volte.
Un film bistrattato “Waterworld”, che da anni fa parlare più della sua disastrosa storia produttiva e che ha creato un falso mito, quello di un clamoroso flop, per un film i cui costi di produzione sono letteralmente esplosi in faccia a tutti, 175 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati, al netto di un incasso casalingo iniziale ridicolo ma non così basso (sono corsi tutti a vederlo per poterlo demolire) ripagato con l’estero e l’home video. In realtà il vero film post-apocalittico di Costner che ha raccolto risate al botteghino è stato “L’uomo del giorno dopo” (1997), ma nessuno se lo ricorda, perché nel bene o nel male, “Waterworld” ha colpito l’immaginario, il classico film pieno di difetti, come la balena in CGI dagli occhi giganti che però quando se li mangia il nostro mutante branchiato («Vuoi un occhio?») sono minuscoli, tutti dettagli che vi fanno capire quante volte io abbia visto quello che è a tutti gli effetti un… BRUTTISSIMO di rete Cassidy!

Mi sembra giusto ricordare che gli intenti di questa non-rubrica sono sempre gli stessi: parlare di quei film che sono ciambelle riuscite senza il buco, ma con carattere da vendere, capaci di fare a loro modo la storia, non una celebrazione del brutto fine a sé stessa, ma un modo per ricordarci che non si patteggia con i sogni di gloria cinematografici del KEV, che infatyi non ha mai perso il vizio.
Lo sa bene lo sceneggiatore David Twohy, uno dei mille che ha rimaneggiato gli altrettanti copioni di quell’altro grande e fighissimo disastro intitolato Alien3. Uno che ha ricevuto la richiesta di scrivere mettendo nuovamente le mani su qualcosa che era in piedi da un pezzo, una sorta di Mad Max sull’acqua, precedentemente sceneggiato da Peter Rader, un copione che aveva fatto un luuuuunghissimo giro, era stato considerato troppo costoso da girare, era finito in un cassetto a prendere polvere per anni e poi, nel 1989, era finito tra le mani di un mito come Lawrence Gordon, il produttore che ha finanziato tutto il nostro immaginario che era pronto a produrre quel copione intitolato…

Rader scopre presto che vendere un copione ad Hollywood e scriverne uno per farne un vero film, sono due campionati, se non proprio due sport diversi, dopo otto revisioni Gordon gli indica la via della porta, il primo dei tanti fatto camminare sulla passerella dei pirati e gettato a mare. Intanto però bisogna trovare qualcuno che questo copione – quando e se mai sarà pronto – lo diriga, dalla sua agenda Gordon pesca il numero di telefono di Kevin sì, ma Reynolds.
Forse del successo del suo principe de ladri in calzamaglia, è l’uomo giusto, è motivato, mentre per il ruolo del mutante senza nome con le branchie dietro le orecchie, vengono considerati TUTTI, da Bruce Willis a Mel Gibson, Reynolds da parte sua ha solo una richiesta: prendete chi vi pare, ma non Kevin Costner.

Come mai? I due erano grandi amici ai tempi dei rispettivi esordi, per altro fulminanti con Fandango, ma sul set di Robin Hood l’aria tra i due è diventata torrida, questo non gli ha impedito di imbarcarsi in un’altra produzione disastrosa, con Costner solo nei panni di produttore, ma sempre un progetto matto come “Rapa Nui” (1994), una roba che andrebbe studiata nei manuali di cinema per essere davvero spiegato dalla scienza, di quel film ricordo solo gente che pagaia, una robe che altrove avrebbe potuto dirigere solo Mel Gibson che inizia a spargere il seme nella testa dei giornalisti cinematografici: Kevin Costner + acqua + grande budget = flop assicurato. Per uno come Costner, IL DIVO degli anni ’90, uno che ha volato così in alto da attirarsi anche diversa antipatia, un bel modo per dipingersi un bersaglio sul sedere, reso ancora più grosso proprio da “Waterworld”, in cui i due Kevin si sono ritrovati insieme. Come abbia fatto Gordon a convincerli è un segreto più dell’esistenza di un film come “Rapa Nui”.
Otto riscritture non bastano, quindi questo è lo scenario che si è trovato davanti David Twohy, storie tesissime tra i Kevin, chiunque che gli chiedeva di aggiungere qualunque cosa nel copione, tipo togliere il trono a forma di conchiglia del capo dei cattivi e dare al tutto un tono più cupo, con il budget che lievita Twohy si ritrova a passeggiare sulla stessa passerella dei pirati del suo collega, ormai al comando della nave ci sta Kevin Costner, perché Reynolds la mattina scriveva il copione con Twohy e il pomeriggio finiva di montare “Rapa Nui”. Quindi Costner ne approfitta per prendersi il film e farsi assumere il miglior “Script doctor” in circolazione, quello stesso Joss Whedon che aveva contribuito a Toy Story e più tardi, creato Buffy, che si ritrova alla Hawaii a fare il dattilografo, sotto dettatura di ciò che voleva Costner nel film, avete presente Totò e Peppino e la scena della lettera? Uguale (storia vera).

Quando la produzione inizia poi, il KEV scopre quello che Spielberg aveva già capito nel 1975, l’oceano non segue la pianificazione, i set ricreati fisicamente sono fantastici, ma mettere tutte quelle persone, tra comparse e membri della troupe sull’acqua costa, e tanto, anche in termini di sacrifici. Il nostro Kevin dorme in un hotel di lusso, tutti gli altri? In cuccette improvvisate su una chiatta galleggiante poco distante a cui l’architetto che le ha progettate, ha ooops! Scordato di mettere i bagni. Tra alte temperature, clima che cambia, uragani e l’acqua, quella potabile, centellinata come si faceva proprio sulle navi pirata, di Storia Vere così su “Waterworld” ne trovate milioni, si parla più di queste che di un film che è stata una guerra tra i due nemici-amici con lo stesso nome, Kevin, inteso come Costner ha rinunciato alla percentuale sugli incassi pur di avere il “final cut” del montaggio, il tutto per non lasciarlo a Kevin, inteso come Reynolds. Lavora con gli amici eh?

Alla sua uscita come detto, con due anni di anticipo, Costner sperimenta l’odio che poi verrà semplicemente spostato su un altro titano cinematografico, grandissimo, dal carattere difficile e per questo amato il giusto, come James Cameron, il cui Titanic per la stampa, avrebbe dovuto essere un disastro già prima di uscire, come sapete non è stato così, a ben guardare nemmeno per “Waterworld” che i suoi soldi li ha fatti, perché anche a rivederlo oggi, i soldi spesi si notano, e le trovate folli che ai tempi della prima visione mi lasciarono poco convinto, sono ancora lì a testimoniare che questo “fumettone” (cit.) ha carattere da vendere, perché quella sera avevano ragione tutti, anche l’ignota ragazza seduta dietro di me.
Le proiezioni di prova hanno fatto sanguinare gli occhi al pubblico per via di un abuso di pessima CGI, che per questo è stata centellinata, risultava vecchia già nel 1995, ma molta di essa, anzi quasi tutta, è stata utilizzata per cancellare il vistoso trucco prostetico con cui il KEV ha recitato, una massa di plastica dietro le orecchie che i dirigenti della Universal, senza troppi giri di parole, definirono come una sorta di vagina dietro le orecchie del protagonista, fatta sparire con il sudore di mille animatori piegati in due sulle tastiere (storia vera).

Cosa resta di “Waterworld” oltre alla gag dei Simpson (se ti citano loro, vuol dire che sei qualcuno), un film grosso, con una costruzione di un mondo curata nel dettaglio, con dei set realistici che sono un vero spettacolo per gli occhi, la riprova che al cinema, dove tutto è finto, più cose reali riprendi, più il tuo fine ne trarrà vantaggio. “Waterworld” inizia come una puntata di Ken il guerriero, invece delle esplosioni atomiche sulla faccia della Terra, vediamo il classico logo Universal con le calotte polari che si sciolgono, un film in fissa con il surriscaldamento globale, ben più di ora, che invece di preoccuparci abbiamo dato un nome più morbido alla questione per fare spallucce con più semplicità.

Un film dove nella prima scena il protagonista piscia in un vasetto, la distilla, la ripulisce e poi se la beve e questo è il vostro (anti) eroe senza nome, che naviga in un mondo dove sulle piattaforme dei mercanti si parla una neolingua come il PortoGrechese, e dove i cattivi… Fumano, perché ehi! Siamo negli anni ’90! È appena passata la regola che impedisce ai buoni di fumare al cinema, quindi i cattivi di chiamano Smokers e venerano il Capitano San Joe (Hazelwood), una specie di schettino ante-litteram responsabile di uno dei più tragici disastri ecologici del globo, la fuoriuscita di petrolio nell’oceano della petroliera Exxon Valdez, che guarda un po’ è proprio la casa galleggiante di questi cattivoni, comandati dal più cattivo di tutti.

Insieme a Speed, direi che “Waterworld” fa parte della trilogia, no, quatrilogia, no aspettate un momento forse è un esalogia, oh insomma! Io non so più quante parti da mitico cattivo sopra le righe abbia fatto Dennis Hopper, ormai ho perso il conto, so solo che lui è l’unico sul set che se l’è spassata, d’altra parte un bagno solo e poca acqua è un problema per chi è uscito vivo dalla produzione di “Apocalypse Now”? (1979). Il suo Diacono è un lurido capitano uncino con i denti neri, che fuma troppo, non si cura dell’uso di fiamme libere sulla sua petroliera e non ricorda i nomi dei suoi sottoposti («Provate a chiamarlo Chat!»), insomma è un bastardo che amiamo odiare, mentre il film mette su l’archetipo narrativo più vecchio del mondo: un pistolero senza nome arriva in città, fa amicizia con una bambina, ammalia una bella signora, combatte i cattivi, salva tutti e poi cavalca verso il tramonto come Shane, il cavaliere della già citata valle solitaria.

Tutto questo è ultra cesellato, dalla selezione dei costumi di scena, ai nomi dei personaggi, come la piccola Enola, la Rin di Ken Shiro di turno, la Messia con la mappa per Dryland tatuata sulla schiena che porta il nome del bombardiere che ha sganciato la bomba.

La sua mamma adottiva è un’attrice simbolo degli anni ’90, Jeanne Tripplehorn, che è una tentazione vivente, e sta lì per garantire la sotto trama amorosa che, con il KEV in circolazione, non può mancare. Cosa c’è di più classico ed eroico per un protagonista di film americano, che rifiutare il sesso? Nulla, il Sub-Mariner di Costner inizialmente lo fa per evitare di diffondere la sua mutazione, poi più avanti nel corso del film non si fa troppi problemi (anzi!) e quello che mi piace di “Waterworld” è anche questo, la trama sarà anche un archetipo costruito sopra dei cliché, ma finisci per affezionarti ai personaggi, banalmente quando il nostro pesciolone Kev fa salire Enola ed Helen sul suo catamarano, è un uomo single che fa entrare delle donne nella sua vita, la sua barca segue l’andamento dell’auto di ogni maschietto passato da sigle a sposato, ovvero un gioiello tirato a lucido che diventa una sorta di incasinatissimo scuolabus, con i disegnini su tutto lo scafo.

Inoltre tutti i soldi spesi si vedono e si sentono tutti, la fotografia di Dean Semler (scusate se è poco) è fantastica, la colonna sonora di James Newton Howard ogni volta, che come ad ogni film musicato da questo compositore, mi ricorda che la signora Howard, era indecisa se chiamare il figlio «Minchia ma che bella la colonna sonora di questo film, chi l’ha composta? Aspetta che ora controllo, ah beh ovvio è di» Newton Howard, ma poi, per amore di sintesi, ha optato per James.
Malgrado gli enormi casini produttivi, il ritmo del film non ne risente minimamente, in tutto il primo atto succede sempre qualcosa, e i protagonisti devono correre correre corree (o nuotare nuotare nuotare se preferite), forse la prima scena in cui rallenta un po’ è l’arrivo del mercante Kim Coates, che con le sue idee lascive di scambio, mi ha regalato il tormentone «Mezz’ora mezz’ora mezz’ora mezz’ora…», ma è anche il momento in cui l’Ictior sapiens protagonista si schiera e decide di non abbandonare le due donne, mettendo così fine alla sua vita da single.

Ci sono anche momenti faciloni, come il deus ex machina della mongolfiera, che guarda caso, compare proprio quando i protagonisti ne hanno più bisogno, ma che si perdona perché in precedente, quel «Mi dispiaceeeee!» urlato dall’uomo che vola via per errore nel primo atto, è talmente sentito da farsi perdonare il trucchetto narrativo nel finale, e poi in mezzo c’è la mia parte preferita, non è impossibile intuire quale sia.
Quando è ora di andare a salvare Enola a bordo della Exxon Valdez, il nostro Mad Shane Shiro detto KEV viene fuori in tutta la sua figaggine, la ragazzina gli fa da coro greco, caricando il Diacono di paura nei confronti di uno che è l’unico della sua specie, forse un eroe di sicuro un anti-eroe, che non ha nome così la morte non può trovarlo e che si nasconde nell’ombra anche con il sole a picco, tutta roba che carica leggermente le aspettative.
Ho sempre trovato significativo il fatto che quando questo “Cugino” si presenta sul ponte della Exxon Valdez è l’unico che non voga, guarda in faccia il cattivo e si tira giù gli occhialoni, come prima di lui aveva fatto solo James Coburn (scusate se è poco), dopodiché non guarda più in faccia nessuno, nemmeno Jack Black pilota dell’aereo che viene malamente abbattuto.

So cosa state pensando, al finale, il nostro Sub-Mariner sostiene di aver navigato tutto il mondo senza mi trovare una terra emersa, salvo poi nel finale, PUFF! Eccola, bastava arrivarci volando? Improbabile come l’assenza di decompressione, ma nel finale questo film pieno di acqua che erroneamente tutti ancora credono, abbia fatto acqua da tutte le parti si rilassa, si gioca questa trovata da niente, anche se trovo significativo che i primi animali che i personaggi vedano una volta messo piede sulla terra ferma, siano proprio dei cavalli, con il KEV di mezzo, mi sembra normale.

“Waterworld” è un fumettone a cui non manca il carattere, a distanza di trent’anni è un blockbuster allo stesso tempo ancora fresco, per via dei temi ecologisti tutti piuttosto urlati ma anche fuori dal tempo, perché banalamente oggi i film così, sono un trionfo di CGI non per forza migliore di quella della scena della vela-paracadute, ma non hanno tutti questi set realistici così curati. La profezia del signor Cassidy Senior si è avverata, dopo trent’anni sono ancora qui a riguardarmi questo film pazzo, roba in puro stile Bara Volante, anche se scrivere questo post ha comportato difficoltà paragonabili a quelle della produzione del film stesso, non avrei mai perso questa festa per niente al mondo… “Auguri Waterworld” ah! Se invece volete approfondire il gran casino produttivo, fatevi una nuotata fino all’isola del Zinefilo.


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