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We Summon the Darkness (2020): Ronnie James Dio perdonali perché non sanno quello che fanno

Nel cast del film di oggi, recita Alexandra Daddario che
forse è anche il principale motivo di interesse per il pubblico non per forza
appassionato di commedie Horror a sfondo satanico/Metallaro. Quindi sbrighiamo
subito la formalità, la risposta alla domanda a cui state pensando è questa: no, per
quello dovrete andare a rivedere la prima stagione di “True Detective”
(sporcaccioni!).

Come sapete da tempo ho smesso di fare uso di trailer
cinematografici, per “We Summon the Darkness” ho voluto togliermi una curiosità
e guardare il trailer dopo aver visto il film. Una conferma su quanto le
anticipazioni pubblicitarie possano essere dannose, perché di fatto il trailer
spiattella già tutta la trama compresa l’unica svolta del film.

Didascalie che nessuno leggerà mai e dove trovarle.

Bisogna dire però che non me la sento di prendermela con chi
ha montato il trailer, “We Summon the Darkness” è uno di quei film il cui
incipit dura mezz’ora, nel senso che se vi raccontassi quelle due informazioni
necessarie a farvi capire di che parla la trama, anche cercando di omettere
quante più informazioni possibili, dovrei di fatto coprire i primi trenta
minuti di film, su una pellicola che dura novanta minuti, non proprio il
massimo lo so.

Diretto da Marc Meyers (quello di “My Friend Dahmer” che
aveva un tono tutto diverso), “Evochiamo l’oscurità” prometteva una commedia
horror piena di Heavy Metal, qualcosa in stile “Deathgasm” (2015) con un cast
leggermente più popolare, ma il risultato finale ha un ritmo alterno al netto
di abbastanza emoglobina sparsa, quella non manca bisogna dirlo.
Alexis (Alexandra Daddario), Valerie (Maddie Hasson) e
Beverly (Amy Forsyth) sono tre amiche metallare nell’Indiana del 1988
(comodamente ricostruita in Canada), si capisce che siamo negli anni ’80 perché
alla radio della loro macchina passano pezzi con chitarre distorte, ma
soprattutto perché il film le prova tutte per ricordarci ad ogni minuto utile:
«Ehi amico! Sono i magnifici anni ’80!» dandoci dentro con un elenco immotivato
di nomi di gruppi, anche se poi per la maggior parte del film, il gruppetto
allargato di protagonisti non fa altro che parlare di Cliff Burton dei
Metallica. Quindi diciamo che a cultura Metal, siamo un po’ alle aste.

“Propongo un brindisi al vecchio Cliff”, ” A Cliffy!”

Le tre belle figliole in viaggio devono raggiungere un
grande concerto Metal (che però sembra girato nel retrò di un centro
commerciale, vabbè) ma sulla loro strada fermandosi a fare benzina trovano
anche un vero e proprio classico dei film horror: il vecchio che ti mette in
guardia di non proseguire il tuo viaggio!

Sul serio quando ho visto “Il vecchio che mette in guardia i
protagonisti” ho pensato che questo film doveva davvero avere delle idee
rivoluzionare per ribaltare i clichè, oppure in alternativa, doveva essere
affetto da una mancanza di idee demotivante. Un lancio di moneta, cinquanta e
cinquanta, provate ad indovinare a quale delle due categorie fa parte “We
Summon the Darkness”? Esatto, quella sbagliata.

Quiz: trova tutti gli oggetti anacronistici per l’anno 1988.

A ben guardarle le tre ragazze sono a loro volta fatte con
lo stampino, la bionda scalmanata Valerie si alterna con “miss brava ragazza”
Beverly, abbracciando il loro ruolo dall’inizio alla fine del film, l’unica
sorpresa potrebbe essere la presenza di Johnny Knoxville, nei panni del
telepredicatore John Henry Butler, un ruolo che sembra una strizzata d’occhio
al cameo di Ozzy in Morte a 33 giri,
perché se fai interpretare un Pastore della chiesa a Johnny Knoxville è chiaro
come il sole che nel corso della storia lo vedremo tornare, una versione
umanoide della pistola di Cechov insomma.

Al concerto le tre ragazze incontrano tre ragazzotti,
metallari, arrapati e pieni di birra (aprono diciotto lattine in dodici secondi
senza berne davvero nessuna) quindi decidono di spostare la festa del dopo
concerto nella casa del papà di Alexis poco distante. Che mi ha fatto domandare
come mai le tre ragazze, abbiano viaggiato tanto in auto se poi avevano una casa
vuota ad un tiro di schioppo dal luogo del concerto, vabbè non formalizziamoci sulla logistica!

Più che l’uscita da un concerto Metal sembrano i corridoi della scuola.

Dopo qualche giochino alcolico uno dei due gruppi getterà la
maschera rivelando di essere parte della setta che terrorizza l’Indiana (inteso come lo Stato, non la moglie di Toro Seduto) con i
suoi omicidi a sfondo Satanico. Vorrei dirvi che è una sorpresa, ma l’unica svolta
della trama è anche facilmente intuibile, quindi da qui in poi “We Summon the
Darkness” inizia a sfoggiare un po’ di sanguinamenti e delle situazioni che
dovrebbero giustificare l’etichetta di “commedia horror”.

Il piccolo assedio dentro casa tiene banco, ma siccome il
film si è preso la prima mezz’ora di pellicola per presentarci i sei
personaggi, se non altro come spettatori siamo in grado di ricordarci i loro nomi e non risultano essere semplici
adolescenti destinati a venire macellati. Ma “We Summon the Darkness” ha dei
difetti di banalità che non riesco a non attribuire alla mancanza di idee del
suo sceneggiatore Alan Trezza, che aveva già scritto un film con Alexandra
Daddario ovvero Burying the Ex, un
altro titolo che nemmeno la regia di Joe Dante era riuscito a risollevare dalla
banalità dei personaggi.

“Che ora è?”, “L’ora di evocare l’oscurità!”

“We Summon the Darkness” fallisce miseramente nella parte
Metal del suo DNA, le tre ragazze hanno jeans troppo stretti e capelli non
abbastanza cotonati per essere ambientato nel 1988 (il ripasso di qualche film del 1988 avrebbe giovato, anche
solo per una consulenza estetica), ma il vero problema è che sembra di guardare
qualcuno che si atteggia da metallaro senza avere una vera passione per la
musica. L’unico pezzo Metal nel film è “Black Funeral” dei Mercyful Fate (per
altro una cover), dopodiché l’unica altra canzone famosa che si sente nel film
è “Heaven is a place on earth” quindi non propriamente Heavy Metal, ecco.

Siamo distanti chilometri da film dove per lo meno è
palpabile la passione per il Metallo, titoli come Lords of Chaos ad esempio. Ma dove “We Summon the Darkness” fa un
grosso buco nell’acqua è nel tentativo di critica, quando il personaggio di Johnny
Knoxville (come facilmente intuibile) torna in scena, la svolta che porta con sé
è banale, diciamo che la critica alla religione in questo film è approfondita
come la conoscenza dell’Heavy Metal dei suoi autori.

“Elencami la discografia dei Black Sabbath”, “Perché mi fai queste domande difficili?”

Il risultato finale è che “We Summon the Darkness” procede
dritto filato per la sua strada, non annoia ma non sorprende, anzi abbraccia
tutti i cliché possibile avvolgendosi dentro come se fossero la coperta di
Linus, ma di positivo ha una Alexandra Daddario che senza togliersi mai la
giacca di pelle (sporcaccioni ve l’ho già detto vero?), riesce a fare la pazza
quanto basta, il che mi sembra anche giusto, visto che con quel suo aspetto
angelicato e gli occhioni azzurro chiaro, sembra una bambola, solo che qui
sembra più che altro una bambola assassina, quindi se questo film verrà
ricordato per più di dodici minuti, sarà solo per la conferma del suo talento,
anche se su esso aleggerà sempre la domanda del primo paragrafo di questo post.

Insomma, speravo nella commedia Horror metallara del 2020,
invece è arrivato un film ben confezionato ma senza una sola idea nuova,
Metallo non troppo affilato che intrattiene alzando il volume ma si dimentica
in fretta, se poi l’idea era quella di risultare scioccanti con qualche
pentacolo è una critica alla religione, non ci siamo proprio, qui non si riesce
ad irritare nessun Dio, nemmeno quello più importante, ovvero Ronnie James.
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