
Carino il giochino da “Infernet”, escono due film di super eroi ad un paio di settimane uno dall’altro e bisogna per forza dire che uno è bellissimo e l’altro no. Allo stesso modo, escono un paio di Horror in sala e anche qui, riparte la rumba: «Questo è l’Horror dell’anno!», «No, QUESTO è l’Horror dell’anno!», insomma posso dirlo? Secondo me ci siete rimasti sotto con Barbenheimer.
Da parte mia sono un tipo molto più semplice, mi godo due film di super eroi e due horror in sala, questi due in particolare, conferma del fatto che se esiste un genere che gode ancora di ottima salute, è proprio quello dove vengono ammazzate (malamente) più persone sullo schermo.
Ad esempio, Zach Cregger dopo Barbarian, che avevamo potuto gustarci sul piccolo schermo di casa, se ne esce con questo “Weapons”, un film molto in continuità con quello precedente, e non solo per l’apparizione anche qui di Justin Long in un piccolo ruolo (ma non nei panni dello stesso personaggio, anche se sarebbe stato fighissimo) perché quello che dico sempre sui film Horror, vale anche per “Weapons”.

Cosa dico sempre? Che i film dell’orrore sono la diretta continuazione delle favole, non è un caso se – anche a livello tematico – l’ultima fatica di Cregger mi abbia fatto pensare ad Oz Perkins, perché ha qualcosa di Longlegs a livello di atmosfere e qualcosa di Gretel e Hansel a livello di temi. Potremmo dire che è un ottimo film di Perkins non diretto da Perkins o ancora meglio, che sembra il solido adattamento di un romanzo di Stephen King che il Re non ha mai scritto, perché Zach Cregger ha fatto i compiti, l’orrore che si nasconde dentro sacche di quotidianità di facciata e che si manifesta in una piccola cittadina, ovvero l’applicazione della lezione Kinghiana.

La trama, scritta, diretta e prodotta da Cregger ci porta a Maybrook in Pennsylvania, una notte alle ore 2.17, tutti i bambini della stessa classe, ad esclusione del vessato Alex (Cary Christopher), corrono fuori dalle loro case, con le braccia aperte come un piccolo stormo di pennuti per scomparire, lasciando la comunità attonita. La prima sospettata è la maestra Justine Gandy (Julia Garner, attrice prezzemolina che apprezzo sempre di più e regina delle uscite estive) additata come strega con tanto di scritta sulla sua auto, anche perché quella parola in inglese, suona come un’altra che però inizia per “B”. No, non Babbano.

Tra i padri arrabbiati, in ansia per il destino dei diciassette scomparsi troviamo anche Archer (Josh Brolin), ma il bello di “Weapons” consiste anche nel suo scoprire le carte poco alla volta, attraverso capitoli nominativi (uno per ogni personaggio chiave) che tratteggiano e approfondiscono i personaggi molto bene, passando dalle indagini solitarie di papà Archer, al poliziotto baffuto e disilluso Paul (Alden Ehrenreich) con cui Justine ha una storia, per arrivare ad Alex, su fino al tossichello del paese ovvero James (Austin Abrams), per arrivare alla spaventosa Gladys, ma di Amy Madigan parleremo più avanti, si merita il suo spazio, quindi lasciatemi l’icona aperta.
Se Bring her back provava ad inquietare senza fare uso di “Salti paura” anche noti come “Jump Scare”, “Weapons” ci riesce dilatando i tempi e utilizzando bene questa tecnica, anche qui mi tocca giocarmi di nuovo una delle mie carte preferite, personalmente trovo più sinistro qualcosa che ad una prima occhiata risulta non minaccioso, ma abbastanza strano da essere percepito come alieno, rispetto a qualcosa di canonicamente pericoloso, come un energumeno che ti insegue con il machete in mano.
“Weapons” nella prima parte è tutto basato sulle apparizioni di Gladys, sugli incubi di Justine, anzi, a dirla tutta anche sugli incubi negli incubi della maestra, un espediente classico che Cregger utilizza molto bene perché come detto, è uno che ha fatto i compiti.

Le apparizioni di Gladys, ultra truccata, con parrucca arancione, fanno del personaggio una sorta di nonna del Joker con qualcosa di Lynchiano, insomma tutta roba che funziona se la sai utilizzare e il regista sa come farlo. “Weapons” dura due ore e personalmente, non ho avvertito troppi cali di ritmo, nemmeno quando la storia anticipa qualcosa (come la movimentata scena del benzinaio) per poi riavvolgersi e prendersi il suo tempo per arrivare ad illustrarci come mai molti dei protagonisti si sono ritrovati a menarsi al distributore e ve lo dico subito, il motivo non è fare l’ultimo pieno prima di partire per le vacanze.
Ecco, quello che si potrebbe criticare a “Weapons” è quella che per me non è nemmeno una vera critica nel senso negativo del termine, ovvero essere un film che si prende il suo tempo per sviluppare e raccontare i personaggi, per disporli tutti sulla scacchiera, prima di farli muovere in un finale decisamente movimentato che potrebbe risultare divisivo, una parte di pubblico davanti alla soluzione del mistero potrebbe pensare «Ah, tutto qui?», altri invece potrebbero apprezzarla molto, perché è il momento in cui Cregger ci fa capire che anche lui, come tutti noi, amava i film di Wes Craven e non tira via la mano su sangue, mascelle staccate, facce massacrate e tutto quel bel colore rosso che piace tanto a noi appassionati di Horror.

Insomma “Weapons” è un film che gioca bene sul velluto di uno spunto di partenza Kinghiano, non tira via la mano sul sangue perché non ha nessuna intenzione di “elevarsi” (verbo non scelto a caso) sulla massa degli altri Horror, ma solo di farne parte anche perché riesce benissimo a parlare dell’aria che tira nella società americana (quindi nel mondo occidentale) senza fare pipponi o lanciando i temi in faccia al pubblico. Risulta inevitabile nella sparizione di un’intera classe e nella disperazione dei genitori, leggere il sotto testo di quei drammi scolastici, in qui qualche studente si presenta a scuola armato, lasciandosi alle spalle solo lutti e domande che forse, sono destinate a restare senza risposta, in ogni caso tutte molto dolorose.

“Weapons” si mette in scia a questo sentimento senza urlarlo, ma ricordandosi di essere sempre un film dell’orrore destinato al grande pubblico, molto basati sul cast e sulle loro singole prove, Josh Brolin è intenso e molto arrabbiato, Benedict Wong conferma il suo essere molto di più di una spalla di supporto prendendosi un ruolo che era più facile sbagliare che azzeccare, come invece ha fatto, persino il girovagare tossico di Austin Abrams risulta funzionale ai fini di trama e atmosfera e Alden Ehrenreich qui, è riuscito a far intravedere di nuovo quell’attore con potenziale che da tempo, sembrava un po’ perso.

Bravissima Julia Garner nel riuscire a gestire un personaggio che è prima l’unica sospettata, quindi con tutto l’odio addosso, che progressivamente si rivela parte di un disegno un pelo più complesso, ma la mia preferita del lotto, non ho dubbi, resta la mitica McCoy di Strade di fuoco, ovvero Amy Madigan.
Nella stessa carriera Madigan è riuscita a sfornare personaggi come Chanice in “Io e zio Buck” (1989) oppure zia Gladys, un essere diabolico che calamita l’attenzione ad ogni sua entrata in scena, anche in ombra e con un paio di forbici in mano. Come detto per alcuni la risoluzione del mistero sarà “troppo semplice” (qualunque cosa voglia dire), perché seguendo proprio la lezione Kinghiana, ci sono due modi di raccontare storie Horror, il primo è quello di suggerire, non mostrare il mostro (ah-ah) e non aprire idealmente quella porta svelando il mistero, l’altra è spalancarla e farlo. Zach Cregger che di porte chiuse e stanze segrete si è già rivelato specialista, qui porta a compimento la trama e nell’ultimo capitolo dedicato ad Alex, risolve un mistero che se funziona, è anche grazie all’ottimo lavoro del cast, Amy Madigan sugli scudi.

Ma anche qui, la risoluzione di questa favola nera non è un lieto fine, proprio come quando una tragedia colpisce inaspettatamente una comunità, anche quando tutto si risolve, il dramma lascia degli strascichi che forse, non si risolveranno più, anche per questo tra i messaggi a mio avviso fin troppo urlati e sottolineati di Bring her back, ho preferito l’orrore di Zach Cregger, uno che non ha voglia di “elevarsi” ma sembra qui per restare, anche perché per tensione, atmosfere, cura generale e per quel manifesto gusto a non tirare via la mano quando è ora di mostrare il sangue, io di Horror come “Weapons” ne vorrei vedere uno al mese. Vedete, alla fine sono di bocca buona, no?
Il nostro ha già dichiarato di avere altre storie legate a quella di “Weapons”, anche se per ora è al lavoro sull’ennesimo rilancio di Resident Evil (dita incrociate), eppure anche qui, da King sembra aver preso quella capacità di creare storie che sembrano ambientate tutte nello stesso “universo”, infatti se fossi in Justin Long, terrei il telefono acceso, penso che ci saranno altri ruoli per lui in futuro, insomma il genere Horror è un’arma e anche bella carica.


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