
Un oggetto antico diventa il cuore di “Whistle – Il richiamo della morte”, l’horror diretto da Corin Hardy in arrivo nelle sale italiane dal 19 febbraio. Ho avuto modo di vederlo in anteprima l’altra sera, quindi ringrazio Echogroup e Midnight Factory per l’organizzazione della serata: per una volta mi hanno fischiato le orecchie per un buon motivo.
Ora, un po’ di musica a tema per la prossima porzione di post, alzate il volume e cliccate QUI prima di continuare a leggere: Al centro della storia c’è un ehecachichtli: visto che ho fatto i compiti, posso dirvi che si tratta di un piccolo aerofono azteco, di solito in argilla o ceramica e con la forma di un teschio umano. Consacrato a Ehecatl, divinità del vento da cui prende il nome, non è solo uno strumento musicale che piacerebbe a un metallaro, secondo la tradizione è stato ribattezzato “fischietto della morte”, perché il suo suono accompagnava le anime dei defunti – incluse quelle sacrificate – verso l’aldilà. Tutto questo bellissimo spiegone per dirvi che Corin Hardy e Owen Egerton devono aver pescato questa informazione un po’ come ho fatto io, solo che loro hanno deciso di costruirci sopra un film horror.

Lo ammetto, ero partito prevenuto, Corin Hardy è lo stesso che ha diretto “The Hallow” (2015) ma anche quel coacervo di salti paura (anche noti come jump scare) che è il famigerato “The Nun” (2018). Visto che quel film è molto popolare presso la Generazione Z, la sceneggiatura di Owen Egerton — adattamento di un suo racconto — lega il destino dei protagonisti a una profezia che incombe su di loro ben prima che ne comprendano la portata, ovviamente i protagonisti sono giovanissimi.
Adolescenti ai margini, mai davvero integrati, etichettati come “strani”, bersagli facili di bullismo, insomma, beh… adolescenti. La più rappresentativa del gruppo è Chrys (Dafne Keen, che sta cercando con fatica di costruirsi una carriera dopo aver colpito al cuore tutti, spesso con gli artigli, accanto a Logan), nuova arrivata a scuola, con il suo stile da gotichella, diventa la prima a entrare in possesso del fischietto della morte. Sul come un antico artefatto azteco finisca nell’armadietto di una ragazzina del liceo, meglio non farsi troppe domande.

Con lei finiscono coinvolti Ellie (Sophie Nélisse), Noah (Percy Hynes White) e Grace (Ali Skovbye), testimoni dell’iscrizione enigmatica che compare sull’oggetto. Per decifrarla il gruppetto si rivolge al professor Craven, qui non so cosa mi abbia strappato più un sorriso, l’omaggio a uno che professore nella vita lo era davvero e che al mondo dell’horror due o tre cosette le avrebbe anche regalate in linea di massima, oppure il fatto che a interpretarlo sia quel mito di Nick Frost, ormai accasato nel caldo abbraccio del cinema dell’orrore.

Al grido di «Col fischio o senza?» (cit.) i ragazzi iniziano a utilizzare il fischietto con grande leggerezza, solo per scoprire che quell’aggeggio non evoca i morti… li crea, nel senso che ti trasforma in un ex vivo in un tempo ridicolmente breve. Peggio del fischio dell’arbitro, perché mette in moto sì una corsa contro il tempo, ma soprattutto una gara a eliminazione fisica per sottrarsi al sistematico reclutamento di nuove vittime.
Presentato in anteprima al Fantastic Fest lo scorso autunno, “Whistle” si rivolge — come storicamente ha sempre fatto il genere, quindi non rompete con commenti da Boomer e ogni tanto studiate — al pubblico più giovane. Non è altro che l’ennesima rielaborazione di tematiche alla Final Destination, ma con in mezzo un artefatto inquietante, insomma, è Final Destination – SIMMIA, ma senza l’umorismo nerissimo di cui è capace Oz Perkins.

Per i personaggi di “Whistle” la maledizione diventa un percorso, per Chrys e i suoi amici è un confronto obbligato con paure, insicurezze e senso di esclusione, perché la minaccia non fa altro che anticipare il modo in cui ragazze e ragazzi sono già destinati a “morire” socialmente, ne viene fuori un racconto di formazione in chiave nera, dove la sopravvivenza passa attraverso la presa di coscienza. Messa giù così pare roba da “Elevated horror”, che poi è il modo fighetto con cui quelli che si vergognano di dire che amano i film dell’orrore chiamano il nostro genere del cuore.
Ma vi ricordo che è sempre e comunque il nuovo film di Corin Hardy, non certo uno con grandi pretese autoriali, la sua materia sono i salti paura e le sequenze roboanti. Seguendo la regola dei primi cinque minuti, quelli che determinano l’andamento di un film, “Whistle – Il richiamo della morte” inizia proprio con il fischio dell’arbitro su un campo da basket, un tentativo abbastanza palese di accaparrarsi la mia benevolenza, tana per Corin!

Spero solo che Hardy non si metta mai in testa di girare un film sulla pallacanestro, perché qui mette in scena — per fortuna per pochi secondi — alcune delle sequenze di gioco meno credibili di sempre. Il prologo si chiude con uno dei giocatori che finisce carbonizzato sotto la doccia, con effetti in CGI così così.
A tenere meglio banco è il cast femminile: Dafne Keen è molto credibile nel ruolo della gotichella in cerca del suo posto nel mondo e al suo fianco c’è un altro talento pescato da quella fucina di future interpreti che risponde al nome di Yellowjackets, ovvero Sophie Nélisse.
In generale aleggia un sapore un po’ retrò. Inevitabile, quando metti in scena un horror con un gruppo di adolescenti, il pensiero va subito a [INSERIRE-QUI-TITOLO-DI-FILM-HORROR-A-VOSTRA-SCELTA]. Corin Hardy sembra più interessato a orchestrare morti spettacolari — alcune non proprio coerentissime con le regole che il film si autoimpone — che a costruire tensione. Abbiamo ragazzini sospesi a mezz’aria, piegati in due come delle grazielle, trasformati in involontari donatori di sangue da lame invisibili, se volete l’emoglobina, quella non manca.

“Whistle – Il richiamo della morte” resta un po’ quel prodotto che ordini su internet sperando sia Final Destination e nella scatola trovi qualcosa di simile… ma con in omaggio un fischietto azteco. Ovviamente non manca il finale che prova a chiudere con una bella mano di vernice nera su tutto, lasciando magari una porticina aperta in caso di buona risposta al botteghino, anche questo è mestiere, vero Corin Hardy?
Ringrazio ancora Echogroup e Midnight Factory per l’invito all’anteprima, il film sarà in sala dal 19 febbraio e poi a stretto giro nel loro catalogo. Intanto sono contento di essere andato in avanscoperta per voi, di fischietti sul campo da basket ne ho fatti entrare in azione tanti con il mio gioco, quindi sono abituato.


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