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Wild Bill (1995): Il re della collina

Una tensione a competere da parte di tutti quelli che
vorrebbero mettere la loro firma sulla tua bara, solo per poter dire di aver battuto
il migliore. La costante sfida di dover essere sempre all’altezza della
propria, spesso enorme fama, tutto questo vuol dire essere…King of the hill!

Il successo di “Balla coi lupi” (1990) segna i primi anni ’90,
per uno come Walter Hill che si è sempre definito essenzialmente un regista
western, è un invito a correre anche se il mezzo disastro al botteghino di Geronimo, avrebbe fatto cambiare idea a
qualunque persona di minor carattere. Ma siccome qui parliamo di Walter Hill,
ormai a secco di incassi degni del suo talento (e della qualità dei suoi film)
da troppo tempo, pensate che possa essere un problema? Con la caparbietà dei personaggi
dei suoi film e la volontà di continuare ad esplorare le leggende del West in
modo realistico, Gualtiero punta il bersaglio grosso, difficile credere che non
abbia visto un po’ di se stesso, nell’uomo nato con il nome di James Butler
Hickok, ma per sempre ricordato come Wild Bill.

Proprio per questo Walter Hill si rimette a scrivere, la
sceneggiatura del film è sua ed è ispirata al racconto “Deadwood” di Pete
Dexter, i cui diritti di sfruttamento sono stati acquistati dai produttori Richard
e Lili Zanuck nel 1986 e proposti a svariati registi, tra i quali Sydney Pollack e
Barry Levinson, prima di finire nella mani giuste, quelle di un regista di “uomini”
come il nostro Gualtiero.

Un regista di film Western, nel suo elemento naturale.

Ma la volontà di Hill di realizzare un film sulla vita di Wild Bill Hickok parte da ancora prima, dal 1980, quando in un teatro di Los
Angeles il regista vide il dramma “Father and Sons” di Thomas Babe,
sugli ultimi giorni di vita nella cittadina di Deadwood di Wild Bill e del suo
figlio illegittimo Jack McCall.

Tutto questo viene rielaborato nella sceneggiatura di Walter
Hill che, ammettiamolo, è l’uomo giusto per raccontare l’ultimo miglio della
vita di una leggenda del West come Wild Bill. Sì, perché secondo i produttori Hickok
era una specie di Rockstar e quando si parla di rock e di western, nessuno può essere migliore di Walter Hill, in
particolare, se il protagonista lo interpreta uno che se non fosse stato un
grande attore, avrebbe potuto tranquillamente calcare i palchi di tutto il
mondo, uno dei miei preferiti di sempre: Jeff Bridges.

Motivi di stima nei confronti del signor Jeff Bridges: Aggiungete anche questo film alla lista.

Gualtiero Collina e Goffredo Ponti si annusano, si stimano
da subito, infatti volano parole di stima per la professionalità reciproca, unico
problema: Jeff è un attore che punta alla prestazione migliore, quindi,
vorrebbe ripetere ogni scena per assicurarsi di avere il meglio nel girato
finito. Walter Hill, invece, nel rispetto del suo stile, dirige con meno ciak
possibili, ma malgrado questo tra i due fila tutto alla grande e il film ne
guadagna.

Dài non giriamoci attorno: nessuno verrà mai a consigliarvi
di cominciare da questo film se volete fare la conoscenza del cinema di Walter
Hill, eppure considero “Wild Bill” drammaticamente sottovalutato. Certo, ha un
secondo atto che s’incarta un po’ su se stesso, ma a ben guardarlo è un film
che non vuole andare da nessuna parte perché non può andare da nessuna parte.
Al pari del suo protagonista è legato mani e piedi alle aspettative che la
frase “Directed by Walter Hill” si porta dietro, che altro non sono che l’equivalente
cinematografico della fama di pistoleri di Hickok. Ma allo stesso tempo non può
andare da nessuna parte perché Wild Bill è un personaggio dal destino segnato, ogni
cosa nella sua vita è diventata leggendaria, persino le carte che aveva in mano
al momento della sua morte (assi e otto) negli Stati Uniti sono diventati un
modo di dire: la mano del morto.

“Oh ma questa bara non doveva essere volante? Mi sa che ci hanno fregato qui”

Proprio in questo sta tutto il fascino decadente di “Wild
Bill”, un film che comincia in bianco e nero, al funerale di Hickok, dove a rimpiangerlo
per davvero ci sono solo quelli che forse Wild Bill lo hanno conosciuto davvero
– se qualcuno può dire di aver mai conosciuto l’uomo dietro alla leggenda –
ovvero Calamity Jane (Ellen Barkin perfetta, ma che resta comunque troppo bella
per la vecchia Calamity) e l’inglese dal carattere troppo irruento, per questo
più adatto ad un posto come l’America, il narratore della storia Charley Prince
(John Hurt che tiene bassi i gradi di separazione con la saga di cui Hill è
patrigno, quella di Alien).

“Signora Barkin, la ricordo in: Nei panni di una bionda”, “Io invece mi ricordo di te in: Nei panni di un’incubatrice per Xenomorfi”.

La struttura di “Wild Bill” è quasi episodica, perfetta per
tramandare gli aneddoti e le storie vere o presente tali su una leggenda
vivente della frontiera come Wild Bill Hickok. Quindi vediamo il nostro sparare
senza guardare a bicchieri appoggiato sulla testa di un cane, oppure sfidarsi
al galoppo con Indiani, ma anche avere la meglio da solo contro sei cacciatori
pronti a fargli la pelle, in una sparatoria a breve distanza dentro un capanno
che mi mangio il cappello e tiro un morso agli speroni se Tarantino non è andato
a rivedersela dieci volte prima di dirigere almeno uno dei suoi film!

Quando poi Wild Bill si lancia in una grossa rissa contro un
plotone di soldati, realizzi che il film è iniziato solo da dieci minuti e hai
già visto tre o quattro scene madri buttate nel mucchio, proprio per farci
capire che con Hickok funziona così, la storie sulla sua grandezza arrivano
prima dell’uomo.

Wild Bill, benedetto figliolo, ma non puoi usare lo specchio per raderti come fanno tutti?

Quando Walter Hill inizia davvero a raccontarci l’uomo
dietro alla leggenda, lo fa in modo diretto, nel suo puro stile senza fronzoli,
una sparatoria fulminea in strada e Wild Bill stende per errore il suo vice, un
problema di vista, un glaucoma non curato regalino della frequentazione con
troppe donnacce e altrettante bottiglie. Hickok è il pistolero più veloce del West, quello che tutti vorrebbero uccidere solo per potersi vantare di averlo
fatto e non solo non ci vede più bene come prima, ma ha appena ucciso un
innocente davanti a tutti. Senza uscire mai dal personaggio che si è costruito,
ringhia minacce contro tutti i presenti e quando resta solo in strada, piange l’amico
morto e siccome nessuno dirige film di uomini come Hill, il regista inquadra il
personaggio da lontano, coperto dalla tesa del suo cappello. Dettagli, ma il rispetto
con cui Walter Hill si approccia alla leggenda è tutto lì da vedere.

Il ritratto che emerge del personaggio è antispettacolare e
inglorioso, come a voler togliere i lustrini dalla leggenda e allo stesso
tempo rendendole onore, la scena che riassume l’approccio di Hill arriva nel
finale, con Wild Bill che cammina a centro strada, in mezzo al fango evitando
le passerelle posizionate apposta per non sprofondare con gli stivali, ma andando dritto verso i suoi nemici, camminando dove tutti possano vederlo fa parte
della teatralità e del mito che Wild Bill si è costruito con il tempo.

Hai sempre gli occhi addosso, quando sei il re della collina.

Gualtiero ci porta per mano attraverso tutti i momenti della
vita del suo protagonista, anche quelli meno nobili, come nel riciclarsi attore
(pessimo) nello spettacolo di Buffalo Bill (interpretato da un pretoriano di
Hill come Keith Carradine). La volontà
è quella di raccontare ancora una volta gli uomini prima del loro mito, come in
I cavalieri dalla lunghe ombre, ma con
un approccio ancora più rugginoso, anche se non meno cinematografico.

Per alcuni flashback Walter Hill sceglie il bianco e nero e
le inquadrature sghembe della macchina da presa, per simulare gli stati mentali
alterati (dall’alcool e dall’oppio delle fumerie cinesi) che annebbiano la
mente del protagonista, il tutto con scene che riescono ad essere memorabili pur
non avendo nulla di glorioso, come il duello di pistola legato ad una sedia,
contro un avversario che è un’altra vecchia conoscenza del cinema di Walter
Hill, ovvero Bruce Dern.

“Aspetta, frena quella spider!” (Cit.)

Ci siamo fatti un’idea del romanticismo nei film di Gualtiero
in Strade di fuoco, qui viene ribadito che per gli uomini d’azione, gli affari
di cuore sono considerati solo un imbarazzo. Ecco perché il rapporto tra lui e Calamity
Jane è a dir poco conflittuale, persino quando fanno il bagno insieme, lui la
tratta come uno strano uomo con le tette (passatemi la brutta immagine), un
rapporto che sta a metà tra Jack e Reggie,
ma anche tra quello tra Tom Cody e McCoy. Non credo sia un caso che vengano beccati con le braghe calate da Jack
McCall e i suoi sgherri (tra cui il solito James Remar) proprio quando i due si
decidono finalmente a darci dentro. Perché tutto in questo film deve finire in
modo inglorioso, se non proprio grottesco.

Il romanticismo al tempo dei duri.

Qualche tempo fa ho finito di leggere l’ottimo “Paradise sky”
di Joe R. Lansdale, è la storia del pistolero nero Deadwood Dick, ne hanno tratto anche un bel fumetto (anche se molto
più edulcorato) e credetemi, non volevo finirlo perché ci campavo su quell’libro,
Wild Bill Hickok e Calamity Jane sono due personaggi nella storia, Lansdale li
spoglia proprio del loro mito e più leggevo più pensavo che Walter Hill ha davvero
battuto per primo strade che altri si sono trovati a seguire dopo di lui, anche
in altri campi, non per forza cinematografici.

Il modo in cui Hill introduce la cittadina di Deadwood è
magnifico («Questa città più la vedo e più mi fa pensare alla Bibbia, quella parte
che viene prima della collera di Dio») è una prosecuzione abbastanza naturale, il fatto che il primo episodio della serie tv omonima, sia stato diretto proprio da
Walter Hill, anzi non sarebbe male che la serie trovasse spazio in questa
rubrica dedicata a Gualtiero, vediamo cosa riuscirò a fare in tal proposito.
Dove “Wild Bill” ci mostra il suo protagonista come un uomo,
è anche nei suoi errori, per la sua fama Hickok ha lasciato indietro affetti
(molto ben rappresentati dalla bellissima Diane Lane) e gli errori commessi sono pronti a
tornare per fargli pagare il conto. Jack McCall il figlio illegittimo ha il timore
referenziale nei confronti di un padre che odia per averlo abbandonato e che
per di più è una leggenda venerata da tutti, infatti Wild Bill non lo considera
mai una minaccia, anzi alla prima occasione utile lo “sculaccia” in pubblica
piazza nemmeno fosse un bambino.

“Secondo te dovrei avere paura di quello che in “Scream” faceva Linus? Tornate dalla tua coperta ragazzo”

Parliamoci chiaro: David Arquette è perfetto quando deve fare
la parte dello scemone tipo Linus nella saga di “Scream”, come cattivo non è
credibile, proprio per questo funziona ancora di più, specialmente opposto a Jeff
Bridges che se lo divora in termini di carisma, esattamente come accade ai corrispettivi
personaggi. Lo scontro tra di loro è inevitabilmente segnato, lo sappiamo già
tutti come finirà la storia e Walter Hill è bravissimo a scoprire le carte
poco alla volta, tenendo il pubblico sul filo, in tensione fino alla fine.

Hill oppone un “buono” che è un cortocircuito di errori ed idiosincrasie
umane e un “cattivo” che avrebbe anche delle argomentazioni, ma è un codardo
che non vuole sparare e risulta comunque impossibile fare il tifo per lui. Se
nel cinema di Walter Hill la distinzione tra buoni e cattivi non è mai stata
netta, qui lo è meno che mai, normale che alla sua uscita il pubblico rimase
spiazzato da una presa di posizione così volutamente anti spettacolare.
Non manca poi un certo spirito critico nei confronti dell’America
stessa, Jack McCall è determinato a voler punire il sistema rappresentato dal
padre, ma uccidendolo non fa che trasformare l’uomo in mito, il funerale che apre e chiude la pellicola – dando al film una certa circolarità – è una fiera del
grottesco, dove le persone adorano il feretro del morto, ammirati più dal mito, che dall’uomo dietro alla leggenda.

“Che aspetti spara!” , “Non riesco se mi guardate, mi emoziono”

Walter Hill, invece, con il suo approccio diretto e solido
come una roccia, tiene conto di entrambi, Jeff Bridges risponde con un ottima
prova, il suo Wild Bill come ci si aspetta da un pistolero come lui, non ha
paura di morire, più che altro è stanco di vivere e per far trasparire questa
differenza, ci vuole davvero un gran talento.

No, è abbastanza chiaro che nessuno potrebbe considerare “Wild
Bill” tra i capolavori immortali di Walter Hill, nemmeno il pubblico alla sua
uscita, che lo premiò al botteghino con la bellezza di due milioni di fogli
verdi con sopra le facce di altrettanti presidenti spirati, al netto di una
spesa di trenta milioni (ammazza che botta!), ma allo stesso tempo è innegabile
che un film così “crespucolare” (aggettivo che non può mancare scrivendo di
western come questo) non si meriti nemmeno l’anonimato. Un altro film
solidissimo e con un’idea di cinema molto chiara, in una filmografia che
ribadisco (e lo farò fino alla fine della rubrica) è davvero invidiabile.
Nessuno più di Wild Bill Hickok ha rappresentato il concetto, molto
americano, dell’essere il re della collina, un primato che va conquistato con
la fatica, che può durare anche pochissimo e che ti rende il bersaglio di tutti
quelli che sono pronti a farti le scarpe per ritrovarsi al tuo posto. Non stavo
pensando a questo film in particolare quando ho sfornato il titolo della
rubrica (storia vera), ma mi rendo conto che proprio questo, potrebbe essere il
film più autobiografico della carriera di Walter Hill.

“Aspetta! Wild Bill terrebbe la pistola molto più alta di così, dammi qua che ti faccio vedere”

Un regista che ha il western come nord polare magnetico, da
sempre anticipato dalla fama dei suoi capolavori, ma dimenticato prima del
tempo. Come Wild Bill qui, verrà glorificato da tutti, quando passerà la cassa
da morto con lui stesso a bordo – così quasi cito Caparezza e, intanto, auguro cento
anni di salute a Gualtiero! – da tutti, tranne che qui. Qui lo sappiamo da
tempi non sospetti chi è il re della collina, mai avuto un solo dubbio.

Questa rubrica continua tra sette giorni, ci vediamo qui, se
siete vivi sparate. E se siete ancora vivi, sparate due volte.
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