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Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (1971): psichedelici dolciumi di natale

Lo ammetto: avevo altri piani per il film natalizio di oggi, ma questo disgraziato 2016 ci ha privati di un sacco di personaggi illustri, tra i quali il grande Gene Wilder, motivo per cui “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” diventa quasi una scelta obbligata.

Ma, siccome non amo i “Coccodrilli” (sono stoppacciosi, diceva Obelix) per me questo classico con Gene Wilder è una scelta obbligata per il semplice fatto di essere uno di quei titoli che alla fine, finisco a rivedere almeno una volta l’anno fin da quando ero bambino, la sera del 24 Dicembre sempre e soltanto Una poltrona per due, mentre almeno una mattina del periodo natalizio era dedicata a questo film, ah! Pardon, l’ho chiamato classico, ma da queste parti hanno un altro nome!

Penso che lo sappiano anche i muri (di marzapane) che questo film è ispirato al romanzo di Roald Dahl “La fabbrica di cioccolato” (1964), dalla sua abbondante produzione di libri per ragazzi sono stati tratti parecchi film, come “Fantastic Mr. Fox” di Wes Anderson, oppure un altro titolone della mia piccolezza “Chi ha paura delle streghe?” diretto da Nicolas Roeg, basta dire che a breve vedremo anche Steven Spielberg cimentarsi con un racconto di Dahl con il gigante gentile di “The BFG”.

Mel Stuart è stato il primo a portare sul grande schermo un romanzo di Dahl, una cosa che non è stata tutta pesche e crema, o cioccolato visto il tema. Per trovare i fondi per dirigere il film, Stuart mostrò il libro al produttore David L. Wolper, che gli disse: “Fermo lì, te lo do io il gancio giusto!”. Sì, perché il produttore era in trattative con i tipi della Quaker Oats Company un’azienda di Chicago che produceva cioccolato, quel vecchio Wolpone di Wolper convinse la compagnia a produrre il film, anche se non avevano nessuna esperienza in questo campo, l’idea era quella di cambiare nome in “The Willy Wonka Candy Company” (nome che ha mantenuto anche se è stata assorbita dalla Nestlé) e d’invadere il mercato con la tavoletta al cioccolato promozionale battezzata “Wonka Bar”, la stessa che si vede nel film.

Il “Product placement” non è certo stato inventato negli ultimi anni.

All’inizio sono tutti felici e contenti, esistono foto di un sorridente Roald Dahl mentre visita il set del film, peccato che lo scrittore sia saltato su tutte le furie dopo aver letto la sceneggiatura, colpevole secondo lui di aver spostato troppo l’attenzione da Charlie a Willy Wonka. La leggenda, confermata dalla figlia di Dahl, è che lo scrittore si rifiutò per tutta la vita di vedere questo film, una sera per errore ne vide pochi minuti, durante un passaggio televisivo in una camera d’albergo e appena realizzò che si trattava proprio del film di Mel Stuart spense la tv. Uno che conosce il significato della parola rancore il nostro Roald.

«Quello laggiù invece è il bersaglio con la faccia di Stuart, con cui Roald Dahl si allena»

Il casting del film non dev’essere stato malaccio, pare che Peter Sellers volesse la parte di Willy Wonka con tutte le forze, anche se la produzione spingeva per avere Jon Pertwee che dovette rifiutare perché era ancora sotto contratto con la BBC per il ruolo del (terzo) Doctor Who.

La cosa buffa è che uno ad uno, sono stati presi in considerazione anche i Monty Python, ma TUTTI i Monty Python, Eric, John, Graham, Michael e i due Terry sono stati contattati a turno e poi bocciati in gruppo perché considerati non abbastanza famosi per sostenere un ruolo da protagonisti. Mettiamola così: la storia avrebbe dimostrato il contrario. E il Pythoniano in me fantastica su ognuno di quei matti sotto il cappello di Willy Wonka, ci sarebbe stato da ridere! La chiacchiere raggiunsero improvvisamente lo zero quando al casting si presentò Gene Wilder, che non dovette nemmeno aprire bocca, Mel Stuart puntò il dito urlando “Assunto!” (storia vera).

Non so se si è presentato vestito così, magari per qualche colloquio di lavoro si potrebbe tentare.

Ora, io quando penso a “Willy Wonka & the Chocolate Factory” la prima cosa che mi viene in mente, ma proprio così di getto, è la capriola che fa Gene Wilder quando entra in scena. Non sono in condizione di contare il numero di volte in cui ho visto e rivisto il film durante la mia vita, però mi ricordo benissimo che alla prima visione, quando vidi il celebre cioccolataio entrare in scena zoppicando, per poi cadere a terra e rialzarsi con una capriola tra gli applausi, mi restò indietro il fiato.

Il momento esatto in cui tutti i Natali, il mio cuore perde un battito.

Gene Wilder dopo aver letto il copione disse a Stuart: “Accetto il ruolo solo se posso entrare in scena così”, il regista chiese il perché di questa stramba richiesta, la risposta di Wilder centratissima: “Da quel momento in poi, nessuno saprà se sto mentendo o se dico la verità”, Stuart chiese: “Se ti dico di no, non farai il film?”, risposta di Gene Wilder: “I’m afraid that’s the truth.” (Storia vera).

Immaginatevi questo scambio di battute e la risposta finale pronunciate con la faccia da schiaffi di Wilder e poi ditemi se non ha fatto bene Stuart ad assumerlo senza nemmeno sentirlo parlare!

L’altro “trombato” illustre è stato il cantante Sammy Davis Jr. molto interessanto alla parte del venditore di dolciumi, quello che da il via alla prima canzone del film, la leggendario “The Candy Man Can” (e adesso so cosa vi canticchierete in testa per il resto della giornata tiè!), Mel Stuart gli rifilò il due di picche dicendo che uno famoso come lui, in un ruolo minore, avrebbe distratto troppo il pubblico dall’atmosfera favolistica del film, e a proposito di gente che se la lega al dito, Sammy Davis Jr. ha cantato “The Candy Man Can” in un infinità di suo concerti dal vivo per tutta la sua carriera (storia vera).

Vi devo anche raccontare la trama? No, sul serio, non avete passato tutti i Natali della vostra vita a seguire la ricerca del poverissimo Charlie Bucket (Peter Ostrum) dell’ultimo biglietto d’oro messo in palio dal misterioso Willy Wonka, per visitare la sua fabbrica e vincere una fornitura a vita di dolci Wonka?

Vedrai poi come sorriderà il tuo dentista.

Nonno Joe che lo accompagna? I quattro odiosi bambini (con gli altrettanto urticanti genitori) che visitano la fabbrica con lui? Il ciccio Germanico Augustus Gloop, l’americana “Ciancicante” Violetta Beuregarde, lo yankee teledipendente Mike Travis e l’inglese Verruca Salt il cui nome riassume anche il livello di simpatia? Dai, oh, facciamo finta che vi ho raccontato la trama e andiamo avanti, tanto a Natale lo avete visto anche voi cento volte questo film, non avete scuse.

Il film fu girato tutto in Germania, a Monaco per la precisione, da lì arrivavano anche i sei attori che impersonavano i mitici Umpa Lumpa, oppure Oompa Loompa se preferite la pronuncia originale, anzi sei uomini e una donna per amore di precisione, tutti con trucco e parrucco, se per caso avete notato che molti di loro andavano completamente fuori sincrono con il labiale delle canzoni, è solo perché non parlavano una sola parola di Inglese (storia vera)

I nanetti acrobati dai colori impossibili sono solo una delle tante trovate mitiche di questo film, ho sempre amato le loro entrate in scena estemporanee, sulle note del ritornello ipnotico “Oompa Loompa Doompa Dee Do” a ripulire la scena dopo che uno dei visitatori della fabbrica finisce fuori gioco e su questo lasciatemi l’icona aperta che ripasso.

Oompa Loompa Doompa Dee Do, Sei non fai occhio finisci laggù!

Non ho un rapporto facilissimo con i film musicali, mi piace il cinema, mi piace tantissimo la musica, ma faccio fatica a sopportare molti musical, il problema principale è che appena mi appassiono alla storia, parte una canzone che mi ricorda che quello che sto guardando è assolutamente finto e la mia sospensione dell’incredulità mi guarda dicendo: “Ma perché ti ostini a guardare i musical?”.

C’è davvero una manciata di film musicali che riesco ad apprezzare, quello con i fratelli Blues, qualcuno con i Muppet e sicuramente “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” per una semplice ragione, anzi due: le canzoni sono sufficientemente mitiche da piacermi e la messa in scena è talmente fittizia, favolistica e folle, (tre parole in fila con la “F”… Figo!) che il fatto che qualcuno inizi a cantare, risulta la cosa più normale che possa accadere!

Le musiche composte da Leslie Bricusse e Anthony Newley mi resteranno incollate addosso più del caramello sui denti, ad esempio, sarà impossibile non canticchiare “Pure Imagination” insieme a Gene Wilder, un pezzo talmente famoso che è stato suonato e reinterpretato davvero da chiunque! Anche se il mio preferito è senza ombra di dubbio “The Candy Man Can”, nei miei momenti più naif mi torna sempre in mente, non vi dico che bellino al lavoro, nei momenti peggiori di stress quando me ne esco con “Chi può farlo? L’uomo delle caramelle!”, ma i miei colleghi lo sanno che sono un tipo strano.

Una generazione cresciuta a caramelline colorate, che detta così suona male.

Ma ancora più delle canzoni, quello che apprezzo davvero di “Willy Wonka & the Chocolate Factory” è la sua mattissima atmosfera generale, ad un primo livello di lettura, è una storiella buonista e conservatrice, con un messaggio drittissimo: i cattivi vengono puniti e ai buoni succedono cose belle. A ben guardarlo, invece, è il film che meglio riesce ad incarnare la natura delle favole dei fratelli Grimm, quelle piene di bambini divorati o abbandonati nei boschi a morire.

Sì, perché se pur immerso in un’atmosfera colorata ai limite (e ben oltre) il kitsch più estremo, questo film è una favola con tocchi di pura psichedelia, se non addirittura horror, il Willy Wonka di Gene Wilder è talmente fuori di melone che sembra fuggito dal manicomio di “Alice nel paese delle meraviglie” per diventare un’autorità nel campo dei dolciumi, Wilder, con lo sguardo allucinato, è capace di rispondere alle domande dei bambini con delle trovate nonsense spiazzanti e spassose, ma il mio momento preferito è il giro in battello nel tunnel.

«Siete sull’ascensore per l’inferno di cioccolato, in discesa!» 

In un attimo Willy Wonka passa dall’essere un eccentrico signore ad un pazzoide che predica frasi da fine del mondo, mentre sullo sfondo scorrono immagini davvero al limite dell’horror: galline con la capoccia mozzata ed altre cosette del genere. Ogni volta che vedo quella scena capisco quanto il buonismo si sia divorato il cinema moderno, ma anche che tra questo film e la Alice della Disney (quella vera, quella del 1951), laggiù nel Bosco di Holly ai tempi andavano forti francobolli, cartoni, cartonicini e pilloline di vari colori.

Neuroni sacrificati sull’altare della psichedelia.

Anche perché il bello di “Willy Wonka & the Chocolate Factory” è proprio il suo essere stucchevole ed esageratamente colorato, proprio come una visita in un posto dove si producono dolciumi, ogni scena è caratterizzata da effetti speciali gioiosamente vecchia scuola, ma soprattutto fisici, le bolle che fanno svolazzare Charlie e Nonno Joe, ma anche la schiuma che ricopre i protagonisti mentre sono a bordo della macchina di Willy Wonka, tutta roba che gli attori hanno potuto toccare, con cui si sono sporcati come farebbero i bambini giocando, su un set quasi interamente commestibile, pensate che la cascata di cioccolato, era composta principalmente da acqua, ma con parti di crema e cioccolato, motivo per cui a fine riprese aveva un odore non particolarmente godibile (storia vera). Ah! Ho detto QUASI interamente commestibile, il fiore da cui Gene Wilder prima beve e poi mastica una foglia, era fatto di cera, che Wilder ha continuato molto professionalmente a masticare in attesa dello “Stop” del suo regista.

«Potete mangiare tutto quello che vedete, vi consiglio il funghetto»

Poi parliamoci chiaro: io non sono propriamente un grande fan dei bambini. Mettiamola così: di fronte a quegli esserini con manine e piedini piccolo ho delle reazione alla Alan Grant (“I bambini puzzano” Cit.) e quando vedo certi genitori mi sento davvero Willy Wonka, quando suo malgrado si ritrova a dover gestire il Signor Salt o la Signora Gloop, siete liberi di pensare che io sia una brutta persona, ma trovo sempre divertente quando Wilder spiega che il paffuto Augustus dev’essere rimasto incastrato da qualche parte delle tubature per il cioccolato, anche perché Mel Stuart non ci dà la risposta all’unica domanda che sarebbe lecito porsi: “Ma che fine fanno i bambini cattivi del film?”. Meditate gente, meditate…

Che poi parliamoci chiaro, non è tutta ‘sta gran perdita eh.

Sono sicuro che siate a conoscenza del fatto che esiste un remake di questo film e di Alice nel paese delle meraviglie, entrambi diretti dallo stesso regista e del tutto ignorabili, proprio perché hanno negato la natura lisergica delle storie originali, sostituendola con edulcorato buonismo, ma in termini di lascito, il film di Mel Stuart è stato una bomba atomica di cioccolato sganciata sulla cultura popolare come ne abbiamo viste poche nella storia del cinema.

Marilyn Manson ha campionato dialoghi del film inserendoli nel suo primo disco “Smells Like Children” del 1995 e il video della sua canzone “Dope Hat” è ispirato al giro nel tunnel di questo film, giusto per ribadire il concetto di quanto quella scena sia degna dell’etichetta di horror. Sono certo che se siete fan dei Simpson, ricordate la versione della famiglia di Springfield di “The Candy Man Can”, in quello che ancora oggi è uno dei miei episodi preferiti di quella serie (9×22 – Trash of the Titans).

Devo citare una certa immagine di un satirico Gene Wilder con il costume da Willy Wonka? Sono certo di no, se mi state leggendo vuol dire che siete connessi ad Internet e quel meme (anche se non è il nome più corretto) è una delle immagini (non porno) più popolari in rete.

«Quindi vedrai il mio film per Natale eh? che cosa originale»

Insomma, non so più nemmeno quante mattinate natalizie ho passato a vedere questo film, questo sarà il primo senza Gene Wilder, ma sicuramente non l’ultimo, perché il cinema anche se è un mondo di pura immaginazione ha il potere di rendere immortali le sue icone, quindi potremmo sempre visitare la fabbrica di cioccolato per tutti i prossimi Natali da qui all’infinito.

Ora mi faccio un sorso di questa ottima bevanda e me ne svolazzo via, la Bara Volante sarà in modalità vacanziera per qualche giorno, si rivediamo con il solito ritmo verso il 7 o il 9 di Gennaio, insomma giù di là, o su di là, dipende da che punto state guardando il calendario.

In ogni caso qualche post estemporaneo arriverà anche nei prossimi giorni, non vi liberate di me così facilmente, voi intanto fate i bravi, ricordatevi di Augustus e Veruca Salt, ma soprattutto, tantissimi auguri di buon Natale e di buone feste a tutti quanti voi! The Candy Man, oh the Candy Man can…

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