Home » Recensioni » Wind River (2017): Non è un paese per indiani

Wind River (2017): Non è un paese per indiani

Taylor Sheridan dev’essere un altro che al pari del sottoscritto, si fa delle gran risate quando
sente qualcuno utilizzare la solita frase fatta per cui il western al cinema è
un genere morto e sepolto. La sua risposta a questo cliché si chiama “Wind
River” ed è anche uno dei migliori film che vi possa capitare di vedere… Grazie
Sergio per la dritta!


Presentato in
tutti i festival che contano in giro per il globo e qualche settimana fa anche
al Torino Film Festival, “Wind River” è la seconda fatica da regista di Taylor
Sheridan, uno che, però, ha decisamente fatto la gavetta, in televisione come
attore, tra le altre cose, era il vice capo sceriffo David Hale in “Sons of
Anarchy” e più recentemente ha scritto la sceneggiatura di “Sicario” (2015)
diretto da Denis Villeneuve e del bellissimo Hell or High Water.
“Wind River”
idealmente con i due film qui sopra citati forma una specie di trilogia, tre
pellicole che s’impegnano a mostrare una moderna frontiera americana, se Hell or High Water era ambientato nel
Texas dei giorni nostri, “Wind River” raccoglie il testimone di alcuni
classici western come Corvo rosso non avrai il mio scalpo e sposta la vicenda tra le nevi, non quelle dello Utah
come nel film di Pollack, ma quelle del Wyoming.



Decisamente un film per gli amanti della neve… Non tu Lapo!

Cory Lambert (un Jeremy
Renner da applausi) è una guardia forestale, ma dimenticatevi il Ranger Smith
che si faceva scippare i cestini dall’orso Yoghi, duro e di poche parole come
solo gli eroi western possono essere, il nostro Cory è un cacciatore esperto
con una grande mira e un talento a seguire le tracce, la scoperta che fa un
giorno tra le nevi della riserva indiana di Wind River, però, è troppo anche per
lui.

Occhio-di-falco, figlio adottivo di Chingachgook della tribù dei Mohicani.

Il corpo senza
vita di una giovane ragazza di origini indiane, poco vestita, con evidenti
segni di violenza sessuale sul corpo, morta dopo i dieci chilometri di corsa
mezza nuda a meno venti, “Quanto si misura la voglia di vivere di qualcuno?” commenta
Cory, ma il ritrovamento fa pensare che per scegliere una morte del genere, la
ragazza stesse scappando da qualcosa di anche peggiore.

Ad indagare l’FBI
manda l’agente più vicino in quel momento, quindi da Las Vegas arriva Jane
Banner (Elizabeth Olsen) totalmente impreparata al clima locale, tanto che
passa dal perizoma alla tuta da sci per seguire Cory nell’indagine. Cioè, non è
che la Olsen arrivi proprio in perizoma, madonna state calmi cazzarola! Ma che
fame avete!? Volevo dire che persino i locali la prendono per i fondelli per il
suo abbigliamento, in una delle poche battute di un film che sfoggia
dialoghi davvero ben scritti.



Non ho ancora
capito in che rapporti sia con le altre famigerate Olsen, ma la trovo sempre
bravissima.

Ad indagare pochi
agenti tra cui il veterano Ben (il mitico Graham Greene) un manipolo di uomini
(e una donna) che partono in motoslitta per indagare sulla brutta morte della
ragazza, si ritroveranno a smuovere un po’ di sassi e a far agitare i serpenti
che ci vivono sotto, vipere velenose del tipo che camminano a due zampe.

“Wind River” è un
film bellissimo, diretto con mano fermissima da Taylor Sheridan che al suo
secondo film sembra uno che non abbia fatto altro nella vita che dirigere, nei
suoi 110 minuti Sheridan ci porta in una cittadina dove in molti sanno e quasi
nessuno parla, in cui la convivenza tra bianchi e nativi non è un problema che
non si è mai risolto davvero, al massimo è rimasto sommerso sotto la neve.



“Farò solo film ambientati su assolate spiagge, ho i piedi gelati!”.

I personaggi sono
tutti molto ben scritti e caratterizzati, ho trovato incredibile come Sheridan
sia riuscito a prendere per il bavero una serie di attori che ormai recitano
solo dentro una tutina da supereroe e a riportarli tutti insieme all’interno
di quello che una volta era il genere popolare per eccellenza, ovvero il
Western.

Jeremy Renner del
suo Occhio di falco, conserva giusto
la mira infallibile, ma mette su forse la sua migliore prova di recitazione dai
tempi di “The Hurt Locker” (2008), il suo personaggio ha dei legami con la nazione
indiana molto forte, ma, di fatto, ho trovato bellissimo come Sheridan abbia
scritto il personaggio di Cory come se fosse l’indiano del gruppo, quello
silenzioso e con lo sguardo rivolto all’orizzonte, bravissimo a seguire le
tracce.



Stringere gli
occhi, una mossa tipica di Clint Eastwood (o di chi è molto miope).

Quasi un antieroe
drammatico come il Ben Foster di Hell or High Water che riesce ad essere anche dolente, in un paio di scene Renner
crea il personaggio spremendosi una solitaria lacrima che potrebbe sembrare
fuori luogo su un volto da duro di frontiera, ma ci restituisse un personaggio credibile
per cui fare il tifo.


Ma la scena chiave, quella per cui la sua missione, quasi da revenge-movie diventa quella in cui il pubblico si ritroverà a fare il tifo si svolge sul portico, quando il padre della ragazza che un attimo spavaldo si rifiutava di parlare con la straniera mandata dall’FBI, con Corey si scioglie e gli affida il compito di vendicare sua figlia. Il film si apre con Corey che spara a dei lupi e, a ben pensarci, finisce nello stesso modo.
Elizabeth Olsen,
oltre ad essere molto guardabile, la trovo un’attrice bravissima sempre molto
abile a dare spessore ai suoi personaggi, il nerd in me non può non notare che
la sua agente di cognome faccia Banner come il suo compagno di squadra verde
negli Avengers, ma allo stesso modo Jane
è capace di esplodere. In certi momenti sembra quella fuori posto e giudicata
per abiti e sesso come la Clarice Starling di Jodie Foster, ma è anche quella
più determinata a portare giustizia. In una delle scene più coinvolgenti la
Olsen è in prima linea durante una sparatoria girata come il Dio del cinema
comanda.



Quando si passa
all’azione, questo film fa le cose sul serio.

Sì, perché “Wind
River” si prende il suo tempo per dare respiro alla storia, per farci
apprezzare la natura selvaggia, tanto bella quanto capace di ucciderti se non
ti dimostri all’altezza della situazione, ma è anche un film capace di svolte d’azione
coinvolgenti, violente ed estremamente realistiche, di fatto, un film che sta in
perfetto equilibrio tra pellicola di genere (in questo caso Western) e film d’autore
che poi sono quelli più complicati da realizzare, ma allo stesso tempo quelli
che vorrei sempre vedere.

Poco prima del
gran finale, “Wind River” cambia improvvisamente tono con una scena di
flashback che ci mostra lo stupro della ragazza (in questo periodo, complice la
rubrica su Verhoeven, hanno deciso di traumatizzarmi a vita) che è un discreto
schiaffo in faccia per contenuto e per cambio di passo alla storia, ma
che risulta totalmente efficace, perché se prima di quella scena speravamo che
Cory e Jane beccassero i bastardi, dopo vogliamo solo vederli morti ed è
quasi ironico che in quella che è una delle scene più emotive del film, sia
presente il sempre intensissimo Jon Bernthal, il nuovo Punisher in un ruolo quasi opposto a quello di Frank Castle. Ribadisco:
questo film sembra tanto la risposta di Taylor Sheridan al proliferazione di
tizi in calzamaglia nei film!



“Vi ho preso il numero di targa, vi punirò con comodo più tardi”.

Voglio provare ad
alzare un po’ l’asticella: “Wind River”, a suo modo, non si limita ad essere un
western moderno, ma raccoglie anche un altro testimone, quello dei film western
revisionisti, schierati dalla parte degli indiani. Il personaggio di Jeremy
Renner sarà pure biondo con gli occhi azzurri, ma qui più che Tex Willer sembra
il Tiger Jack della situazione e quasi allo stesso modo, anche i cattivi
assassini e stupratori sono bianchi, non vorrei scomodare “Sentieri
selvaggi” (1956), ma il ribaltamento è voluto e sotto gli occhi di tutti,
sottolineato anche dalla frase finale che conclude il film.

“Mi spieghi
perché ti sei truccato come uno dei Kiss?”, “Ha parlato Tex Willer!”.

Ma “Wind River” è
una pentola che bolle sul fuoco che per tutto il tempo sprigiona un ottimo
odore, ma a cui Taylor Sheridan solleva di colpo il coperchio solo nel finale,
dove l’azione esplode violenta e brutale, dando il via ad un finale da
revenge-movie che, per fortuna, se ne frega di essere politicamente corretto, anche
i peggiori predatori prima o poi trovano qualcuno più cattivo di loro.

I dialoghi del
film sono davvero ottimi, Sheridan riesce spesso con una sola frase azzeccata a
scolpire un personaggio, oppure a dargli una frase maschia, ma del tutto in linea
con il tono del film. Al resto ci pensano le musiche del film, Nick Cave e Warren
Ellis ormai sono due specialisti del genere western ed esattamente come Hell or High Water mandano a segno un’altra
colonna sonora perfetta, d’altra parte un’altra tradizione dei film western è
quella di avere delle musiche memorabili e con quei due possiamo dormire sonni
tranquilli.



Cosa vogliamo
criticare ad un regista che dirige un western indossando un cappello western?

Taylor Sheridan
dirige un film che ad una prima occhiata sarebbe facile associare al modo di fare
cinema dei Fratelli Coen, tanto che ad un certo punto il personaggio di Elizabeth
Olsen si esibisce nella mossa “Colpo alle gambe, colpo in fronte” che sembra
quasi una citazione a “Crocevia della morte” (1990) proprio dei due fratellini
del Minnesota, però, per nostra fortuna, Sheridan è ammirevole anche perché non
cerca di imitare e scimmiottare nessuno, riuscendo a dare al film un ritmo
solenne oltre che esplosioni di violenza girate alla grande, il “Mexican
Standoff” tra le nevi vi terrà incollati allo schermo, menzione speciale per il
montaggio sonoro, che fa tuonare i colpi del winchester di Cory come se fossero
le campane del giorno del giudizio, ma perché cacchio siete ancora qui a
leggere e non siete già andati a vedervi il film?!

“Fermo o sparo!”
, “No tu fermo o io sparo!”, “State tutti fermi o ci spariamo!”.

Insomma “Wind
River” è un film bellissimo, uno dei pochi che ho visto quest’anno che mi è
piaciuto subito, si è guadagnato qualche ulteriore punto nei giorni successivi
alla visione e che potrebbe guadagnarne altri dei prossimi giorni, se poi la
nostra distribuzione decidesse pure di farlo uscire nelle sale di uno strambo
Paese a forma di scarpa, non sarebbe male, grazie!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Trunk – Locked In (2024): bagagliaio che te ne vai lontano da qui chissà cosa vedrai

    Mille piattaforme di streaming e il risultato? Passi ore a sfogliare in cerca di qualcosa da guardare, oppure metti su un’altra volta il blu-ray di Grosso guaio a Chinatown e [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing