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Winning Time – L’ascesa della dinastia dei Lakers (2022): Showtime!

«I Lakers non riescono
a smettere di essere i Lakers»
Federico Buffa

Ci sono franchigie
che trascendono il gioco a cui storicamente appartengono, quelle squadre che
sono diventate un marchio, il Manchester United, i New York Yankees e
ovviamente, i Los Angeles Lakers che dalla loro hanno un vantaggio aggiuntivo,
anzi due, il primo quello di essere collocati nella mecca del Cinema americano, fin da
quando nel 1960 si spostarono da Minneapolis alla città degli angeli,
portandosi dietro il loro “lacustre” nome, il secondo vantaggio? Essere di
fatto una lunga soap opera più o meno da quando alla proprietà subentrò la
famiglia Buss, ben rappresentata dal dottor Jerry Buss, personaggio di cui sono popolate le storie che di norma, piacciono proprio ad Hollywood, quindi fatto dal
sarto per i Lakers.

Viene quasi
da chiedersi come mai l’industria dell’intrattenimento, abbia deciso di
adattare la telenovela dei lacustri della città degli angeli solo oggi, in
fondo il fondamentale libro “Showtime: Magic, Kareem, Riley e la dinastia dei
Los Angeles Lakers” è una lettura obbligata per ogni appassionato di Basket in circolazione da un pezzo, i cui
diritti di sfruttamento sono stati concessi solo nel 2014, dopo una trattativa
tra il giornalista sportivo Jeff Pearlman e lo sceneggiatore Jim Hecht, l’accordo?
Una bottiglia di vino analcolico, una tavoletta di cioccolato e un pomodoro, storia
vera e si, anche questo fa parte della mistica dei Lakers.

I nuovi arrivati, quelli pronti a dare inizio alla dinastia.

Forse l’interessa
suscitato da operazioni come The Last Dance deve aver fatto da molla, ma
quello era un documentario, pilotato nemmeno tanto nell’ombra da Sua Maestà
Michael Jordan, però con un certo dovere nei confronti del realismo, lo schema
di gioco a cui si devono attenere tutti i documentari. “Winning Time – The rise
of the Lakers dynasty” fa qualcosa di diverso, qualcosa che apprezzo molto, si
attiene ai fatti e non dimentica mai di essere fiction, per assurdo trattandosi
dei Lakers e della loro telenovela senza fine, a volte i fatti sono più
incredibili della finzione, quindi l’unico modo di raccontarli è optare per uno
stile frizzante e puramente cinematografico, romanzando certo, ma qualcosa che
già di suo pare fiction.

Avete presente
quando in
The Last Dance sul più bello, Dennis Rodman molla i playoffs e
si perde a Las Vegas? Una trovata del genere in un film sarebbe stata
considerata pessima sceneggiatura, bene la storia dei Lakers è piena di momenti
di questo genere, molti sono riassunti in questa miniserie assorta (per
fortuna!) a prima stagione, visto che nel momento in cui vi scrivo, “Winning
Time” è già stata confermata per una seconda stagione e mi sembra il minimo!
Non solo nel mare magnum di serie che ho visto di recente, questa è l’unica che
mi è piaciuta per davvero, ma ci sono ancora decenni di storie incredibili da
raccontare, fermarsi alla cavalcata della stagione NBA 1979-80 sarebbe stato un
delitto.

Un sorriso perfetto per Los Angeles.

La serie creata da Max
Borenstein, Jim Hecht e con lo zampino di Adam McKay (lo conoscete tutti per Don’t Look Up, ma il ragazzo è ammanicato più del dottor Buss) esce negli Stati
Uniti per HBO e si vede, qui da noi la trovate su Sky Atlantic, disponibile dal
2 giugno, giorno in cui sono iniziate le finali NBA e no, non è certo un caso.
Il fatto che sia una serie HBO si capisce immediatamente dall’inizio: il dottor
Jerry Buss avvinghiato ad una bionda, in linea di massima guardabile infilata
nel suo letto, le parla delle due cose che ama di più al mondo, il sesso e la
pallacanestro, non necessariamente in quest’ordine ma paragonandole, potrà sembrare
il solito inizio “acchiappone” alla HBO, invece è la fiction che inquadra alla
perfezione un personaggio che attorno al 2013, quando ormai viaggiava comodo sugli
ottant’anni è stato ancora avvistato, tutto intento a broccolare l’infermiera ben più giovane di lui, assunta
per somministrargli la cura al male che lo ha portato via (storia vera), quindi
ben chiare in testa le parole dell’avvocato: i Lakers non riescono a smettere
di essere i Lakers.

Lo zampino di McKay
si nota perché “Winning Time” ha uno stile spigliato, un aspetto quasi da documentario
degli anni ’70, che alterna (finte) riprese in formato Super 8 all’aspetto sgranato
della pellicola d’epoca, un tocco finto retrò utilizzato con sapienza che aiuta
(anche grazie alla notevole colonna sonora piena di pezzi “black”) a calarsi nell’atmosfera
spensierata di questa sorta di “Boogie Nights” (1997) con la pallacanestro al
posto del porno, il dottor Buss probabilmente avrebbe apprezzato il mio
paragone ardito.

Lo Yin e Yang, Magic e Kareem.

Ho usato l’aggettivo
spigliato perché “Winning Time” infrange costantemente la quarta parete, anche
più di “The Office” dove almeno lì il trucco del finto documentario era dichiarato
come una tripla di tabella, ma qui viene spinto ancora all’estremo, ogni personaggio
della serie si rivolge al pubblico per aggiungere dettagli alla narrazione, e le
sovraimpressioni che compaiono vicino ai nomi dei tanti personaggi in gioco,
variano dall’esilarante all’omaggio spudorato, quindi divertitevi non solo a
leggerle tutte, ma a godervi il modo in cui la serie di HBO omaggia l’NBA, la
sua storia, i suoi campioni e la tradizione dei Giallo-Viola, ad esempio l’impossibile
e forzatissimo cameo di Kobe Bryant è talmente spudorato da risultare
irresistibile, ma come questo potrei citarvene mille, perché “Winning Time” ha
il ritmo del gioco dei Lakers di Magic Johnson, corre, non alza mai il piede
dall’acceleratore e dieci episodi si bevono con una facilità irrisoria, sono già
pronto per la stagione due, come al campetto per la prossima partita.

Da fanatico di
questo giochino con la palla a spicchi, devo dire che “Winning Time” è proprio
la serie per me, la cura per i dettagli è a tratti maniacale, la storia trova
il modo di regalarci chicche come il dietro le quinte del cameo di Kareem
Abdul-Jabbar (interpretato da Solomon Hughes, un po’ troppo grosso fisicamente
per il numero 33, però decisamente in parte) nel film L’aereo più pazzo del mondo e se il modo in cui tratta il bambino vi sembra poco cortese,
citofonare Jeff Ament, bassista dei Pearl Jam per conferma, che sul suo incontro
con il suo eroe ci ha scritto una canzone.
 

Vi sfido a riconoscere se questa è una scena del film o della serie.

Inoltre la serie ci
porta anche alla prima di “I pesci che salvarono Pittsburgh”, una follia che
malati della palla a spicchi, anzi credo di essere l’unica persona che conosco ad
averlo visto, nel caso ci leggiamo nei commenti. Ora non vorrei farmi prendere
troppo dall’entusiasmo manifesto per la serie distribuendo sorrisi come Magic,
ma ci tenevo a sottolineare quanto “Winning Time” sia imprescindibile per gli
appassionati con una precisazione: la storia la raccontano i vincitori o come
in questo caso, la squadra che sta di casa ad Hollywood, quindi è normale che Larry
Bird venga rappresentato come l’Anti-Cristo (anzi, sul suo “Trash talking”
secondo me sono stati anche edulcorati), il Boston Garden sia l’inferno sulla
terra e Red Auerbach una sorta di Mefisto con sigaro, che non a caso ha il
volto e il corpo di Michael “Vic Mackey” Chiklis, scelta di casting
impeccabile, anche se ora vorrei un “Winning Time” anche in Bianco-Verde per
riequilibrare i piatti della bilancia. 

Non era così cattivo dai tempi di “The Shield”.

Vendere “Winning
Time” agli appassionati di basket è più facile che per Jerry Buss acquistare
una franchigia perdente («Niente colazione oggi, vado a compare i Lakers»), la
difficoltà sta nel convincere chi non è minimamente interessato alla Pallacanestro
a non perdersi la miglior serie in circolazione al momento, quindi, «Guardatemi
le zampe, bastardi» (cit.) che sto per fare la mia magia. 

Di cosa si occupava
la famiglia protagonista della soap “Dinasty”? Non lo sa nessuno, eppure quella
serie è stata una delle più amate dal pubblico per decenni, la famiglia Buss si
occupa di basket ma il vero obbiettivo (dichiarato) del protagonista è quello
di iniziare una dinastia (che guarda caso in inglese si dice proprio “Dinasty”),
una squadra in grado di passare da zero ad eroi, grazie al Rookie, il giocatore
al primo anno meraviglia di nome Earvin “Magic” Johnson (Quincy Isaiah, che
sembra nato per la parte). Se una storia ha dei personaggi interessanti, carismatici,
ed è piena di svolte in grado di incollarti allo schermo, il fatto che voi
conosciate tutti i personaggi (reali) è quasi secondario, persino la vostra più o meno
scarsa passione per il gioco con la palla a spicchi passa in secondo piano, perché
i Lakers non riescono a smettere di essere i Lakers e la loro telenovela ruota
attorno alla pallacanestro proprio dal 1979, solo che ora per seguirla, non dovrete tenere d’occhio le 82 partite a stagione del campionato NBA, ma vi basterà guardare questa serie.
 

Cosa sarebbe stato
se Jerry Tarkanian non avesse avuto amici, diciamo con i capelli impomatati e
pettinati all’indietro laggiù a Las Vegas? Quale sarebbe stato il destino della
squadra se l’innovatore del gioco, Coach Jack McKinney (Tracy Letts) quel
giorno fosse rimasto a casa e resto sul vago, perché non voglio rovinarvi il
colpo di scena che conclude 1×05 (“Pezzi di un uomo”)? Se Pat Riley fosse stato
meno motivato oppure Paul Westhead ancora più soggetto allo stress? Per altro,
bentornato Jason Segel, scelta perfetta per la parte.
 

Benvenuti ad una nuova puntata di “How I met your mother coach”

Il gioco del trono
in casa Lakers è storia antica, in più di un momento nella lunga storia della
dinastia Giallo-Viola la realtà ha superato la finzione e questa serie trova il
modo di rendere omaggio ad entrambe, per altro assemblando insieme un cast che
è quello con cui di solito si vince il campionato, iniziato dal migliore,
perché anche qui, gli eventi hanno svoltato, ancora una volta a favore dei
Lacustri. 

La prima scelta per
il ruolo chiave, quello su cui è costruita tutta la serie, ovvero il dottor
Jerry Buss, era già saldamente nella mani del mio preferito, Michael “Capoccione”
Shannon, cosa sia successo non è chiaro ma per le solite inconciliabili divergenze
creative Shannon ha lasciato il posto ad un panchinaro di lusso, arrivato a bordo
un paio di settimane prima dell’inizio della riprese (storia vera). John C.Reilly ha ringraziato lo scarso preavviso, più tempo gli avrebbe permesso
di realizzare la sfida, ovvero calarsi nel riporto e la camicia aperta di un
personaggio “Larger than life” come direbbero i nostri cugini yankee come il dottor Buss. Con la stessa voglia di lanciarsi nel vuoto del suo personaggio, Reilly
qui manda a segno una prova magistrale, non mi stupirebbe vederlo portare a
casa qualche premio e francamente se li meriterebbe tutti, che fosse un grande
attore capace di emergere anche tra facce molto più note della sua, lo sapevamo
già, qui sembra fatto dal sarto per la parte.
 

Le folli notti del dottor Jerry Buss (quasi-cit.)

La serie che parte
dal dottor Buss diventa corale, come una trama dedicata alla pallacanestro
(gioco di squadra) deve per forza essere, l’arroganza da veterano di Norm Nixon
(DeVaughn Nixon), l’ansia di essere tagliato di Michael Cooper (Delante Desouza),
persino le sfaccettature di quell’enigma umanoide irripetibile che risponde al
nome di Kareem Abdul-Jabbar sono rese alla grande. Ogni personaggio in “Winning
Time” è prima di tutto scritto alla grande e recitato meglio, come tutte le
serie, abbiamo voglia di seguirli perché hanno ancora molto da dare al pubblico,
spero che l’evoluzione sia costante, perché uno che meriterebbe non una parte in
“Winning Time”, ma una serie tutta sua è Jerry West. 

“Chi è questo Cassidy che parla di me? Con quel nome di sicuro tifa Celtics, bastardo!”

Mister Logo, l’uomo
che con la sua silhouette è diventato l’omino su sfondo bianco, blu e rosso
della NBA (ma non possono dichiararlo, altrimenti dovrebbero ricoprirlo di
soldi) qui viene ritratto come iracondo, propenso alla violenza e tormentato,
ad interpretarlo poi, uno specialista in cattivi come Jason Clarke che anche
lui qui, recita come raramente gli ho visto fare. Riassumere West così è
ovviamente riduttivo, parliamo di un genio nello scovare il talento dove altri
vedono un bel buco nell’acqua, e come tutti i geni, tormentato, incapace spesso
di relazionarsi con chi non ha i lampi di genio che per lui, sono la normalità,
qui a tratti sembra un comprimario di lusso, con punte da spalla comica, sarà
fondamentale per le prossime stagioni della serie tanto quanto gli altri, come
ad esempio Adrien Brody. 

Quando ho realizzato
che il nasone di Adrien Brody avrebbe interpretato Pat Riley, no iniziato a
ripetere “No” come il Michael Scott del già citato “The Office”, poi con il
passare dei minuti ho visto emergere tutto il Pat Riley all’interno di Adrien
Brody, lampi di futuro ma anche del talento dell’attore che ha solo il compito
di raccontare uno degli allenatori più vincenti e iconici della storia della
NBA, basta dire che la sua pettinatura all’indietro e i suoi completi italiani
costosi, sono stati scippati da Michael Doulgas per vincere un Oscar nei panni di Gordon Gekko in “Wall Street” (1987) perché i Lakers sono anche questo, anzi
forse sono soprattutto questo.
 

Facile che nella prossima stagione, vedremmo Brody pettinato come Gordon Gekko.

La tua immagine conta,
specialmente dalle parti di Hollywood, chiedetelo pure a Jerry West, quello
vero che restando fedele al suo personaggio, ha fatto causa alla HBO pretendendo
scuse  formali (storia vera), perché
tutto questo fa parte della mistica dei Lakers, una storia di vittorie come la
cavalcata della stagione 1979-80, di scontri interni e sul parquet, una
telenovela senza fine che da oggi può diventare avvincente per tutti grazie a “Winning
Time”, perché parliamoci chiaro, se i personaggi sono carismatici e i colpi di
scena ad effetto sono sostenuti da una trama solida, il pubblico si affeziona,
succeda da sempre per i Giallo-Viola succederà anche a voi quando guarderete “Winning
Time”, perché tanto ve l’ho appena venduta e ci tengo a sottolineare che i
Lakers nemmeno mi piacciono, io sono sempre stato sponda Celtics… scusa John

Solo per darvi un’idea:
ci aspetta la vera faida tra Magic e Larry “The Legend”, la malattia di Jonhson e
il suo ritorno, gli anni oscuri senza titoli e poi come nella più classica
delle tradizioni di Hollywood, il ritorno in grande stile con Kobe e Shaq
allenati dal fidanzato della figlia del proprietario, Jeanie Buss, qui
interpretata dall’adorabile Hadley Robinson. Sul serio “Winning Time” ha
materiale per almeno altre tre o quattro stagioni tutte sul livello di questa, quindi fate come i Lakers dello Showtime, correte a vederla e non voglio
sentire accuse di avervi rovinato le sorprese future, questi sono solo i Lakers
che non riescono a smettere di essere i Lakers.

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