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XX – Donne da morire (2017): Di mamma ce n’è una sola (per fortuna!)

Riusciremo mai in
questo strambo Paese a forma di scarpa, a liberarci dall’ossessione del
sottotitolo a tutti i costi? Ne dubito fortemente, se non altro ci pensa
Netflix a sopperire ad un’altra italica mancanza, quella della distribuzione di
certi titoli, con buona pace di Pedro Almodóvar e Christopher Nolan.


Se non bastasse
la locandina inutilmente ammiccante, ci mettiamo anche l’utilissimo
sottotitolo, che distrae dal titolo, la doppia X dei cromosomi, che come tante
puntate di “Siamo fatti così” ci insegnano, sono quelli femminili, perché
questo film, oltre ad essere un horror antologico dove ogni episodio è diretto da una
donna.
Parliamo subito
dell’elefante(ssa) al centro della stanza, non credo che l’Horror sia un genere
ad appannaggio esclusivamente maschile, non credo che nessun genere
cinematografico sia vincolato ai cromosomi di chi dirige, basta dire che due
degli horror più riusciti degli ultimi anni come Babadook e l’ottimo Raw,
sono stati diretti da due donne, volete sentire la mia? Non è questione di
sesso, ma di talento.
Elefante(ssa) al
centro della stanza, secondo estratto, “XX” mi ha attirato più per la sua
natura antologica, che per il sesso della sue registe, quando si tratta di
Horror (e non solo) sono per le pari opportunità, se sai raccontarmi una bella
storia di paura, con me sei sempre il benvenuto o la benvenuta, proprio per
questa ragione, trovo un po’ palloso il fatto che un antologico Horror con
quattro episodi diretti da solo donne, si traduca in un clamoroso tre su
quattro a tema maternità, eh che palle cacchio!



Gli intermezzi con le bambole per nulla inquietanti, no no.

Tutto il discorso
sui generi e poi mi fate un film che per tre quarti parla di maternità, come a
ribadire un non detto per cui una regista donna possa solo trattare questo
tipo di tematiche, quindi mettiamola così: sono sicuro che qualcuno più
motivato di me potrebbe usare questo film come esempio di una Hollywood brutta,
sporca, cattiva e fallocentrica che impedisce a registe di talento di dirigere
produzioni di livello, però se poi tre corti su quattro sono a tema maternità,
sembra un po’ come continuare a fissarsi l’ombelico, oppure io e Roxanne
Benjamin non ci abbiamo capito niente di tutta l’operazione, io perché non
capisco l’universo femminile e la loro spiccata sensibilità si contrappone al
mio gretto materialismo maschilista (cit.) e Roxanne perché ha diretto un
segmento che è uno slasher veloce veloce e, quindi, si è tagliata fuori da sola
dal tema maternità.

Detto, questo,
“XX” non è certo l’horror antologico che vi cambierà la vita (o che vi
spiegherà i misteri dell’altra metà del cielo), però il mio amore per questo
formato mi convincerebbe a vedere di tutto e questo, pur senza brillare, un
paio di momenti li fa, quindi li analizzerò con voi in ordine di come i
segmenti si presentano nel film. Pronti? Via!

A fare da
collante ai quattro episodi, troviamo una presentazione con bambole animate in
stop-motion, appena appena inquietanti, diretta dalla specialista
dell’animazione a passo uno Sofìa Carrillo e se già pensate che le bambole di
loro possano essere spaventose, aspettare di vedere quelle della Carrillo, poi
ne riparliamo.
The Box
Diretto da Jovanka
Vuckovic, che al suo attivo ha parecchi cortometraggi e, per altro, si vede,
perché è quella che tra tutte sfrutta meglio il formato antologico, capace di
mantenere l’efficacia della storia, senza perdersi in lungaggini inutili.
La storia è
semplicissima: la mamma Natalie Brown (specialista, visto che fa la
madre-strigoi del piccolo cagacazzo protagonista anche in The Strain) sta tornando a casa con i
figli in metro, quando il piccoletto incuriosito da una scatola che un signore
tiene in braccio, deve per forza guardarci dentro. Ah, ma allora vedi che la
Brown deve per forza interpretare la parte della madre di un bambino
rompicoglioni?



Così impari a farti i fattacci tuoi la prossima volta!

Insomma, il bimbo
guarda dentro la scatola e quello che ci vede dentro lo turba così tanto che
decide di smettere di mangiare, anche se i giorni di susseguono scanditi da
scritte che appaiono a pieno schermo (come in Shinning, infatti il bambino si
chiama Danny) e le leccornie non mancano, oddio leccornie, abbiamo prima le
“Spaghetti Meatballs” il tipico piatto italiano (secondo gli americani), poi la
serata Thailandese a portar via e poi quella nduja e soppressata con cipolle
soffritte.

Qui si aprono
svariate possibili chiavi di lettura, dette anche METAFORONI, sì, perché
possiamo vederci l’ansia di una madre di perdere i figli, oppure il suo
sacrificio (rappresentato da un scena onirica granguignolesca che è anche la
più riuscita di tutta il film), ma anche l’ineluttabilità del caso, fate voi,
perché “The Box” è aperto a tutte queste interpretazioni e anche a molte altre
che sicuramente non ho notato, senza mai prendere veramente una direzione, se
non quella che mamma Natalie Brown è un po’ stronza, perché comunque mentre
vede il figlio deperire, continua a minimizzare e mangiare senza farsi troppi
problemi.



Sempre il ruolo della mamma modello le tocca poveretta.

Risultato finale:
un ottimo inizio, una regia davvero buona, la scena più horror di tutto il
film, ma tutto questo serve a poco se poi quando tiri mandi la palla un metro
sopra il tabellone del canestro e poi, magari, qualcuna più espressiva di Natalie
Brown avrebbe aiutato.

The
Birthday Cake
Il secondo
segmento devo dire che mi è piaciuto molto di più, anche se il tono più che
Horror è quello di una commedia nera (nerissima), tutta a tempo di musica, sarà
perché alla regia troviamo St. Vincent che io pensavo fosse il liceo di Lebron
James, in realtà è una musicista con il pallino della regia che qui esordisce
dietro la macchina da presa, infatti il risultato finale è qualcosa che sta tra
la video arte e il videoclip.



Nessun panda è stato maltrattato durante la realizzazione di questo film.

Mary è una mamma
molto protettiva, tutta presa dalla festa di compleanno della sua bimba, poco
importa che il marito abbia passato la notte fuori, anzi che sia tornato a casa
senza clamore, ma che sia pure morto per cause misteriose nel suo studio.

Malgrado la
presenza di dialoghi, il segmento potrebbe funzionare davvero come un video
musicale, sapete che altro funziona? Melanie Lynskey che da sola fa salire di
un paio di punti percentuali questo segmento. Oh, lo ammetto, sono di parte, perché
da quando l’ho riscoperta in I Don’t Feel at Home in This World Anymore ora ne sono dipendente e la vorrei vedere in
tutti i film, anzi, ho scoperto che reciterà nella serie Kinghiana di prossima
uscita “Castle Rock” cosa che non può che rendermi felice.



Melanie per quanto mi riguarda è l’MVP di tutto il film.

Melanie Lynskey è
fantastica, capelli come una che è appena scesa dal letto (cosa che per altro
sarebbe nella storia), vestaglia con cui non ti fai vedere dagli ospiti, anche
se poi, per far passare una bella festa alla figlia, deve interagire con una
serie di personaggi, tra cui un Panda Rap che da solo vince tutto. Poi è
talmente brava che a St. Vincent basta un primo piano su di lei e farci capire
tutti i futuri traumi della bambina. Ridendo e scherzando, il segmento meno
Horror nell’immediato, ma quello più spaventoso sulla lunga distanza, se per spaventosi
intendete i traumi che solo una mamma può regalare.

Don’t Fall
Roxanne Benjamin
è una specialista degli antologici horror, il suo nome compare in tutti i tre
film della serie V/H/S, ma anche in Southbound.
Qui Rossana Beniamino decide che delle maternità gli fotte sega, quindi
preferisce una storia di campeggiatori a cui manca il sale in zucca, alle prese
con un demone messo a protezione di una zona un tempo appartenuta ai nativi
americani, o forse a qualcuno che viveva lì ancora prima.



Aspirante carne da macello in arrivo!

“Don’t Fall” è
facile, semplice e veloce, le creature mostruose sono ben fatte, il sangue non
manca e anche se a fine visione non ti resterà assolutamente nulla di questo
segmento, è quello più horror in senso classico, la manina della creatura che
spunta dal vetro del camper, insieme alla scena onirica di “The Box” è uno dei
momenti più riusciti di tutto il film.

Her Only
Living Son
Karyn Kusama ci
racconta di mamma Cora (Christina Kirk) e del suo figliolo prossimo alla
maggiore età Andy (Kyle Allen) che si comporta in maniera sempre più strana,
ma non per via degli ormoni, sta di fatto che ogni sua bravata (grondante sangue)
viene giustificata anche a scuola, dove il ragazzo è tenuto in altissima
considerazione.
Potrei fare un paragone
con un titolo horror molto molto famoso, ma di fatto vi racconterei anche l’unico
colpo di scena di una episodio ben fatto, ben recitato, almeno fino al monologo
finale dove mi sono cadute, mi sono cadute… Vabbè, diciamo che mi sono cadute,
ecco.



“Guardatelo dorme come un angioletto…”.

Quello che posso
dirvi, senza rovinarvi la visione, è che il papà di Andy sta ad Hollywood (metaforone!)
e non si è mai curato di moglie e figlio (allarme metaforone! Correre ai bunker
di sicurezza!), quindi tutti si risolve con questa trovata che sgonfia tutte le
premesse, risultato: Karyn Kusama che della rosa di regista è sicuramente la più
famosa, continua la sua striscia di produzione ondivaghe inizia (Benissimo!) con
“Girfight” (2000), continuata (molto male!) con “Æon Flux” (2005), andata
avanti (disastrosamente) con “Jennifer’s Body” (2009) e tornata in carreggiata
con “The Invitation” (2015).

Insomma, dura un’ora
e venti, lo trovate su Netflix e c’è dentro Melanie Lynskey, se pensate che vi
cambierà la vita, o poterà giustizia nell’industria fallocentrica americana,
magari no, però se come me andate pazzi per gli antologici horror, potete guardarlo
anche se possedete il cromosoma Y.
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