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Zeder (1983): Pupi Sematary (l’orrore dalla “A” di Avati alla “Z” di Zeder)

Tra i miei coetanei che compiono i loro primi quarant’anni quest’anno, non potevo perdere l’occasione di non portare su questa Bara uno dei titoli più riusciti di Pupi Avati, perché quando si tratta di horror qui spaziamo dalla “A” alla “Z” di “Zeder”.

Sette anni dopo uno dei classici del nostro cinema horror, un film bellissimo come “La casa dalle finestre che ridono” (1976) e lo ribadisco, bellissimo, diffidate da chi ha tentato di lanciare la moda di sparare a zero su questo titolo in nome di due click in più, il regista bolognese è tornato al cinema horror, rimettendo insieme la stessa banda di sceneggiatori. Proprio come il già citato titolo, anche “Zeder” è stato scritto da Avati, insieme al fratello Antonio e a Maurizio Costanzo, che non è un omonimo, ma è proprio QUEL Maurizio Costanzo, ok è una curiosità di pubblico dominio ma giusto ribadirlo, visto che quest’anno il celebre giornalista e conduttore ci ha lasciati. Proprio ora che “Zeder” compie quarant’anni? Sembra lo spunto per la trama di un horror di Avati.

La locandina della versione per i mercati esteri del film, vagamente Romeriana (giusto un filo)

Cosa ha in comune, a parte gli sceneggiatori e il regista, questo film al precedente Horror? La stessa ambientazione da pianura padana, da cui Avati ha sempre saputo tirare fuori le giuste atmosfere da brivido, senza bisogno di inventarsi strampalati tentativi di internazionalizzare le sue storie. La differenza sostanziale questa volta è che il regista fa un deciso passo nel territorio del paranormale, quasi a toccare con mano l’orrore cosmico.

Per un horror il prologo è sempre fondamentale, la versione locale dei famigerati cinque minuti iniziali, quelli che determinano tutto l’andamento di un film, qui tutto comincia a Chartres in Francia nel 1956, nel cortile di una villa un’anziana signora viene brutalmente uccisa, un taglio alla gola brutale almeno quanto quello di montaggio. Purtroppo non è la prima vittima, anzi proprio per questo viene chiamato ad approfondire il dottor Meyer (Cesare Barbetti) che si porta dietro Gabriella (Paola Tanziani), una ragazza apparentemente dotata di poteri psichici, ed è qui che Avati si mette subito al lavoro.

Sappiamo poco o nulla della vicenda, abbiamo appena incontrato i personaggi e già dobbiamo scendere nello scantinato con Gabriella, una piccola discesa all’inferno fatta di paure se non proprio ancestrali, almeno infantili. Se avessi studiato psicologia vi direi che già scendere le scale è paragonabile ad una discesa nel proprio inconscio, più banalmente, è una paura nota a tutti quella di restare soli in una cantina buia, con la brulla terra sotto i piedi, magari con “qualcosa” di malvagio pronto ad afferrarti dall’oscurità. Il film è iniziato appena da cinque minuti e Avati ha già cominciato il suo lavoro di logoramento dei nervi con il passo giusto.

Nessuno ha il coraggio di mettere due piastrelle sul Terreno K.

Ferita, soccorsa e portata di corsa all’ospedale, la ragazza sostiene di aver trovato Paolo Zeder, scavando nello scantinato riemerge una bara con delle ossa e tra le ditine scheletriche la scarpa di Gabriella, sembra un mini film horror in miniatura, invece è solo il prologo di “Zeder”, che prosegue portandoci nella Bologna di oggi, o almeno dell’anno 1982, quello in cui il film è stato girato.

Come detto, dopo “La casa dalle finestre che ridono” Avati fa un passo nel territorio del sovrannaturale, l’ultimo legame con l’indagine, il Giallo all’italiana, è rappresentato dal gusto per gli indizi che spuntano nei modi più impensati, lo stesso che piaceva tanto a Dario Argento, in questo caso il nastro della macchina da scrivere su cui è rimasto impresso qualcosa, che finisce nelle mani dello scrittore in crisi creativa Stefano (Gabriele Lavia), regalo da parte di sua moglie Alessandra (Anne Canovas), vedete che succede a regalare robe usate? Magari risparmi ma poi si finisce sulle piste del vecchio proprietario, un ex prete cattolico, Luigi Costa che ha abbandonato la religione, dopo una malattia e dopo aver scoperto qualcosa sul famigerato Paolo Zeder.

Ecco, questi sono i rischi di comprare l’usato.

Il bello di “Zeder”, non Paolo ma il film, sta nel suo procedere a ritroso nell’indagine, in retromarcia rispetto ai canoni di qualunque film investigativo, Stefano dovrà raccogliere indizi muovendosi all’indietro nel tempo e nella storia italiana, il tutto per svelare il mistero attorno a questo famigerati “Terreni K”, scopetti all’inizio del XX secolo da un certo Paolo Zeder, sparsi per il mondo hanno più o meno lo stesso valore dei sette varchi per l’inferno sparsi per il mondo di …e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà di Lucio Fulci, perché per via della composizione chimica di questi terreni, potrebbero essere una porta tra il nostro mondo e quell’altro, chi viene seppellito qui, torna in vita come in un pezzo dei Ramones che non ho certo scelto a caso solo perché sono impallinato con i quattro fratelli, cioè si, anche per quello, ma non solo.

Cosa mi colpisce ogni volta di “Zeder”? Farei prima a dire tutto, ma iniziamo dal modo estremamente riuscito con cui Avati riesce a fare paura in pieno giorno, in pieno sole, il suo film dopo il prologo si muove tra Bologna e Rimini, su e giù lungo l’Emilia Romagna con Stefano sempre più assolutista (e fatalista) e sua moglie a compensare il suo essere un “tristone” con le sopracciglia perennemente parallele al terreno, che nella pianura padana è piattissimo, quindi perfetto per questa mia bizzarra metafora.

Notare la posizione delle sopracciglia a supporto della mia tesi.

La sorella di Luigi (ex Don) Costa, una sorta di Sorella Diesel non vedente, è una delle tante apparizioni spaventose che Avati si gioca in pieno giorno, infatti è l’atmosfera a farla da padrona, anche grazie alla riuscita colonna sonora di Riz Ortolani, per un’indagine che ci porta sempre più indietro negli eventi, in cui tante volte è Alessandra, con il suo piglio più solare a portare a casa i risultati.

Uno dei momenti chiave, anche nel percorso a ritrovo, è la sortita nella necropoli etrusca, deviazione che per un attimo Stefano pare accettare di buon grado finendo quasi per citare Gassman, anche se proprio qui va in scena uno dei momenti più riusciti dell’indagine di “Zeder”, che continuando a procedere in retromarcia, ci porta in un altro posto “solare” che Avati riesce a trasformare in qualcosa di davvero inquietante.

Bare volanti e lapidi scheggiate.

Tra il benzinaio “guardone”, l’ex colonia un tempo per nudisti riconvertita ad albergo dai francesi è una location che qualunque altro film italiano avrebbe usato per boh, che ne so, ambientarci uno dei film della serie “Operazione vacanze” con Jerry Calà, invece Pupi Avati proprio qui ci piazza la scena simbolo del film, talmente riuscita da finire dritta sparata sulla locandina del film.

“Zeder” trova un riuscito equilibrio tra atmosfere perennemente plumbee e minacciose, anche se ambientate in pieno giorno in luoghi che tutto sembrano tranne che pericolosi, per un film ben rappresentato da due protagonisti, uno in fissa dura con la sua indagine, l’altra che lo segue solo per amore, una che quando sente parlare di Rimini, mette in valigia il costume da bagno, due approcci completamente opposti sulla soglia di un orrore pronto a scatenarsi su scala cosmica.

Consolati, il costume potrebbe tornare utile anche a R’lyeh.

Va detto che non tutti i passaggi della trama sono proprio cartesiani, molto spesso la girandola di personaggi che entrano ed escono dalla storia, svolgono più che altro il compito di aggiungere elementi, attesa e senso di minaccia a questa atmosfera che procede in crescendo. Ma va anche detto che “Zeder” non è un film che ha poi tutto questo bisogno di una trama a prova di bomba, perché è proprio negli scarti di tono che funziona, infatti il suo riuscitissimo finale, ti colpisce a tradimento, tipo schiaffone in faccia a gioco fermo, ed ora sì, possiamo parlare dell’elefante nella stanza.

Quel sorriso, quel maledetto sorriso (cit.)

Lo so, ci sono un sacco di persone che, fatemi selezionare bene le parole, che s’arrapano all’idea di etichettare “Pet Sematary”, romanzo di Stephen King del 1983 sì, ma uscito pochi mesi dopo “Zeder” (che comunque vi ricordo, era già stato girato nel 1982), come un enorme plagio. King ha rubato il finale ad Avati, fine! Stop! La prova che King conoscesse questo film è una pistola fumante che molti stanno cercando da quarant’anni. Indubbiamente i “Terreni K” e il cimitero degli animati (adattato poi nel Cimitero vivente del film) hanno moltissimo in comune, Louis Creed e lo Stefano di questo film finisco per avere un (nero) destino che li accomuna, derubricare tutto questo a King che ha copiato è sbrigativo e nemmeno troppo corretto dal mio punto di vista.

Uno che di colpo ha smesso di amare i Ramones.

In “Zeder” ad un certo punto è la figura del titolare che dà il nome al film a prendere il sopravvento, tanto che i “Terreni K” passano spesso in secondo piano, diventando un elemento all’interno di questa apocalisse cosmica che sembra sempre ad un passo dall’avvenire. In “Pet Sematary” invece la storia è molto più terra-terra (ah-ah!), come lettore lo sai fin dall’inizio che prima o poi il terreno sacro dei Micmac verrà usato in QUEL modo, in “Zeder” no, in “Zeder” succede quando ormai hai quasi smesso di pensarci, quando sei così consapevole dell’orrore cosmico alle porte e proprio per questo, risulta un finale così riuscito e drammatico. Di mio trovo molto più interessante far notare che come spesso è accaduto, gli Italiani sono arrivati prima di tutti ma poi non hanno saputo mantenere il primato, tutti ricordano il cimitero degli animali di King, non altrettante persone ricordano i “Terreni K” e “Zeder”, un film che a mio avviso si meriterebbe di essere citato e ricordato più spesso, non solo come postilla della lunga carriera dello scrittore del Maine.

Per questo la Bara Volante è sempre impegnata nel suo volo, per rendere omaggio a film come “Zeder”, quindi buon compleanno coscritto e buona festa di Halloween a tutti! Qui sulla Bara tutti i giorni è Halloween, ma visto che oggi è il 31 ottobre su tutti i calendari del pianeta, festeggiamo come si deve in compagnia degli altri Blogger che trovate cliccabili qui sotto, pronti a regalarvi tanti altri mostri e bestiacce:

– Vengono fuori dalle fottute pareti alle prese con un filmaccio del commissario Gordon Green!
– Il Zinefilo con l’inevitabile “L’Esorcista: il credente”.
– Non quel Marlowe con un libro falso da “L’Esorcista: il credente”.
– Fumetti Etruschi con la raccolta di storie horror “Grimm Tales of Terror – Halloween Special”.
– 30 anni di Aliens con una xeno-illustrazione di buon augurio.

Sepolto in precedenza martedì 31 ottobre 2023

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