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Zombi (Dawn of the dead, 1978): quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti andranno all’Ikea

Che cosa puoi fare, dopo aver già rivoluzionato per sempre il mondo? Molto semplice! Farlo ancora, solo con molta più enfasi ed energia di prima. La rivoluzione continua nel nuovo capitolo della rubrica… Lui è leggenda!

«Sembrano gli zombie di Romero». Questa è la mia frase preferita quando mi ritrovo, il più delle volte contro voglia, in qualche fin troppo popolato centro commerciale, anzi, per amore di precisione, questa frase si conclude di norma con una parola rafforzativa che ho omesso, che inizia per “C” e ha due “Z” nel mezzo, giusto per dirvi del mio amore per i centri commerciali. Però, capitemi, personalmente non conosco nessuno che frequenti quei posti per la gioia di farlo, ma quando proprio non è possibile evitare la massa, l’ansia che la folla accecata dalla fame di consumo mi provoca, mi ricorda che il genio di George A. Romero (la “A” starebbe per Andrew, ma ufficialmente sta per “Amore”) ha travalicato lo schermo cinematografico solo per arrivare a codificare per sempre la realtà, ci sono poche pellicole che sono state in grado di farlo, questa è una di quelle, questa è un Classido!

Dicono che un rivoluzionario è prima di tutto guidato da un grande sentimento d’amore, per Romero questo vale sicuramente: amore per il cinema e per i suoi “Blue collar monsters” i suoi mostri operai, quei morti viventi a cui zio George da un po’ voleva tornare a raccontare. Ma i casini produttivi di La stagione della strega e il grosso tonfo al botteghino di La città verrà distrutta all’alba, hanno avuto effetto anche sull’entusiasmo creativo della Leggenda che, però, bisogna dirlo, ha trovato un alleato di tutto rispetto: Dario Argento.
Argento non ha mai nascosto la sua ammirazione per Romero, ha contribuito a far arrivare Martin nei cinema europei (anche se malamente tagliuzzato), una volta scoperto che zio George era seriamente intenzionato a tornare sul luogo del delitto per dirigere un nuovo film sui morti viventi, il regista di Suspiria si è davvero prodigato, ospitando Romero a Roma (che detta così sembra uno scioglilingua), per fornirgli un posto tranquillo dove concentrarsi sulla scrittura (storia vera).

La Leggenda in versione Tony Manero contro i pantazampa del Darione nazionale.

Il primo tocco di genialità Romero lo sfoggia subito nel titolo, la prima bozza di sceneggiatura (con un finale molto più drammatico per i protagonisti e che gli attori hanno effettivamente girato, come ricorda Ken Foree intervistato in merito) s’intitolava “Dawn of the living dead”, poi semplificato con l’iconico “… of the dead” che accompagnerà tutti i film diretti da Romero sui suoi mostri operai del cuore, da qui fino alla fine della sua carriera. Ho detto carriera, perché tanto torna, ne sono certo, diamogli tempo.

Dopo la notte dei morti viventi, si passa all’alba, un’intuizione che molte altre saghe hanno ehm, scimmiottato, ma che, di fatto, è la migliore interpretazione di quella che io amo chiamare, “La regola aurea dei seguiti”. Sì, perché di fatto “Dawn of the dead” è questo: un seguito uguale al primo, ma di più, molto di più! Il vero genio di Romero, però, sta nel non farsi immischiare in logiche di mercato, i punti di contatto con il primo film sono giusto nella continuità notte/alba del titolo, ma il resto, lo fanno tutti gli zombie che zio George ha reinventato. Al suo quinto lungometraggio e dopo aver dato fuoco al mondo, sono sicuro che un po’ di pressione sulle spalle Romero l’avesse pure, ma il risultato finale è talmente straordinario da non darlo davvero a vedere, con una sicurezza assoluta nella forza narrativa dei suoi caracollanti mostri, la Leggenda punta tutto su di loro, se con i loro primi barcollanti passetti hanno subito messo in chiaro che i veri mostri sono i viventi, questa volta bisogna fare di più, puntando dritto alla giugulare della società occidentale: il Capitalismo.
«Aprite, siamo qui per gli sconti del Black Friday»

Lo stesso Dario Argento rimane giustamente abbagliato dal nuovo soggetto di Romero e si prodiga per raccogliere il milione e mezzo circa di ex presidenti zombie defunti stampati su carta verde necessari a girare un film così, inoltre il Darione nazionale si occupa del montaggio della versione del film per il mercato europeo, aggiungendo le musiche degli immancabili Goblin, quindi sì, preparatevi perché sta per arrivare l’immancabile capitolo di confronto tra le due versioni: Zombi vs Dawn of the dead!

La versione cinematografica internazionale di Argento dura 119 minuti e prende il titolo di “Zombi” scritto proprio così, probabilmente per venire incontro all’italica pronuncia. Sta di fatto che questa popolarissima versione si gioca l’ottima carta delle musiche dei Goblin, bisogna ammetterlo, la colonna sonora del gruppo di Claudio Simonetti regala al film una marcia in più, tanto che lo stesso Romero nel suo montaggio definitivo del film, mantiene le musiche dei Goblin, ben più efficaci nel mantenere alta il costante stato di minaccia che incombe sui protagonisti, rispetto alle musiche di campionario che Romero aveva ottenuto gratis, ma che spesso spezzavano la tensione.
Dopo il successo di “Animali veloci e bambini lenti” abbiamo “Zombie con la fronte alta ed elicotteri”.

Quello che manca nella versione di Argento è la mitica scena dello zombie che si fa lo scalpo da solo con le pale dell’elicottero (un gran effetto speciali creato da Tom Savini, sfruttando un amico noto per avere la fronte piuttosto bassa, storia vera!) e sforbiciando anche i due inquietantissimi bambini zombie che attaccano Peter, rendendo così la scena del rifornimento all’elicottero piuttosto confusa come continuità. “Dawn of the dead”, il montaggio di Romero, invece, esiste in due versioni: quella cinematografica da 127 minuti e la director’s cut da 139 minuti che, francamente, preferisco, perché la storia e i personaggi hanno molto più respiro. Anche se bisogna spezzare una lancia a favore di Argento, un regista che per me, non è mai stato un narratore eccelso, il suo montaggio rende alcune scene molto più accurate e meno grossolane, ma sono davvero questioni di lana caprina, perché si rischia di finire a valutare le due versioni aggrappandosi all’affetto o ai ricordi d’infanzia che, ammettiamolo, passano in secondo piano, perché con qualunque titolo o durata, Zombi/Dawn of the dead resta una capolavoro ed ora vi dico anche il perché. Mettetevi comodi, non sarà una cosa breve.

«Ok che gli zombie non corrono, ma meglio darsi una mossa»

L’inizio del film fotografa alla perfezione la società in quel momento in cui tutti hanno abbastanza chiaro cosa sia uno zombie (parola che viene pronunciata da uno dei personaggi per la prima volta nei film di Romero, proprio in questo seguito), sanno come ucciderlo, ma la confusione ha lasciato il passo all’incredulità e il caos regna sovrano. Gli zombie, come una metastasi, stanno dilagando e con più collaborazione, senso pratico ed umanità, forse sarebbe ancora possibile fermarli, ma Romero dopo aver fatto le prove generali con La città verrà distrutta all’alba, alza il volume della radio, mettendo alla berlina la religione e il suo culto dei morti, tratteggiando l’autorità come una forza reazionaria dal grilletto facile e portando la critica sociale e politica iniziata con La notte dei morti viventi ad undici, come l’amplificatore degli Spinal Tap.

Zio George e signora, nel cameo all’inizio del film.

Negli uffici di una stazione televisiva regna il caos (ma se fate attenzione potrete notare un barbuto zio George e l’allora sua compagna Christine Forrest che doppia anche la voce registrata nel centro commerciale, qui nei panni di due tecnici molto indaffarati), va ancora in onda un’intervista ad un politico che parla di sparare in testa ai morti e dar loro fuoco, ma intorno a lui è il fuggi fuggi generale, una festa in cui l’ultimo che resta deve pagare il conto, molto probabilmente con la vita. Qui facciamo la conoscenza della bionda Francine (Jane nella versione italiana del film, interpretata da Gaylen Ross) e del suo fidanzato Stephen (David Emge) nel corso del film soprannominato “Fly boy”, visto che sa pilotare un elicottero con cui è fermamente intenzionato a scappare dalla città portando con sé la sua ragazza che, per altro, è anche incinta, giusto per semplificare l’assunto.

Rispettiamo la tradizione dei titoli di testa della rubrica.

Alla fuga in elicottero, si aggiungono presto il poliziotto biondo e spavaldo Roger (Scott H. Reiniger) e il suo collega sbirro Peter (Ken Foree) che eredita il testimone dal Ben del film precedente, ricoprendo il ruolo del personaggio di colore nel film, non proprio una fortuna quando si tratta di film Horror. Ma, purtroppo, non solo in quelli, perché Romero utilizza proprio Peter e Roger, per menare il suo colpo più duro, perché se Night of the living dead era un film politico, “Dawn of the dead” lo è ancora di più.

I due poliziotti si decidono a mollare tutto e volare via, dopo una scena iniziale in cui davvero zio George non le manda a dire tanto che, ovviamente, il suo messaggio viene frainteso (perché è così difficile capire la satira al grande pubblico? Mah!) e all’uscita del film sono volate delle inutili accuse di razzismo (storia vera). Roger e Peter sono coinvolti in un raid delle squadre speciali della guardia nazionale che, in teoria, dovrebbero riportare l’ordine eliminando la minaccia di questi caracollanti cannibali, ma in pratica sono solo la scusa per fare un po’ di pulizia nei quartieri poveri della città. Come si fa a non capire che lo sbirro panzone che si lamenta del fatto che «Questi portoricani e questi neri se la passano meglio di me, non vedo l’ora di sparare» non sia, oltre che dannatamente (e spaventosamente) un personaggio attuale, una critica urlata dritta in faccia e anche a pieni polmoni, io proprio non lo so, a me sembra che la satira arrivi forte e chiaro, no?
Sembra Michael Winslow di “Scuola di polizia” in realtà è Clayton McKinnon già attore in Martin (storia vera).

Se questo non bastasse l’inizio è fantastico, ha un ritmo che si rifiuta di lasciarti andare, in pochi minuti Romero manda in scena una donna portoricana che rifiuta la morte del marito e si becca un morso sul collo dal suo “Miquelito” tornano sotto forma di cadavere affamato, alcuni poliziotti colti totalmente alla sprovvista e sovrastati dagli zombie (la scena del biondino terrorizzato che si spara per non farsi trasformare è il dramma dentro una scena già tanto drammatica) e del… Ehm, chiamiamolo “fuoco amico” da parte di Roger nei confronti del panzone razzista. In un attimo Romero ha già messo in discussione l’autorità, ha preso posizione contro la violenza della polizia contro i contestatori che nel 1978 si portava ancora dentro gli echi del Vietnam e ha demolito sicurezze famigliari destabilizzando lo spettatore. Non so voi, ma io ho visto film iniziare in maniera più banale, mentre qui, è giusto la prima scena!

Il messaggio di Romero è sparato in faccia al pubblico, proprio come fa Peter con la sua pistola, puntata dritta in camera verso noi spettatori, subito dopo l’incontro con il prete e i poveretti barricati nel seminterrato per cercare di salvarsi. La frase del prete è una predica lanciata nel vuoto: «Quando i morti cominciano a camminare dobbiamo smettere di uccidere o perderemo la guerra», ci sono due frasi chiave in “Dawn of the dead” questa è la prima, per la prossima, tenetemi l’icona aperta che tra un po’ arriva.
Appare pochi secondi, ma è uno dei personaggi più efficaci mai scritti da Romero.

L’atterraggio nel grande centro commerciale dei protagonisti fa davvero cominciare il film, girando tutto durante il periodo prenatalizio (quello in cui i centri commerciali sono brulicati di zombie veri) nelle ore di chiusura notturna del Monroeville Mall di Monroeville, nella sua amata Pennsylvania (per altro, il centro commerciale ancora oggi spesso ospita le feste per le periodiche celebrazioni per il film, storia vera), Romero rende l’ambientazione della sua pellicola una parte stessa del messaggio, quando i protagonisti guardano gli zombie che ancora vagano tra i corridoi e i negozi del Monroeville Mall chiedendosi: “Cosa ci fanno qui?”, Peter cambia la percezione di tutti i vostri sabato pomeriggio all’Ikea per sempre: «Dev’essere l’istinto… Il ricordo di quello che erano abituati a fare. Questo era un posto importate quando erano vivi» SBAM! Beccati questo consumismo, dritto in faccia!

Il sabato pomeriggio non è mai più stato lo stesso.

Da qui in poi “Zombi” incorpora il passo del grande film d’avventura, i quattro protagonisti si organizzano per bonificare il centro commerciale dalle caracollanti creature, ogni loro sortita è l’occasione per il pubblico per restare incollato allo schermo, la minaccia è costante, ogni volta che ripetono il trucco di attirare gli zombie da una parte e poi correre dall’altra, potrebbero sbagliare, scivolare e perdere la vita. Tutta la scena dello spostamento dei camion è avventura condita da zombie a cui sparare per difendersi. Romero in questo è bravissimo a farci affezionare ai personaggi, creando un piccolo posto felice in cui si potrebbe vivere per sempre, in fondo a chi non piacerebbe restare liberi ed impuniti in un enorme centro commerciale tutto a disposizione? Sarebbe un sogno, no? Un grande gioco per bambini, una gabbia dorata in cui per un po’ potresti quasi dimenticare che là fuori è l’Apocalisse e che i morti sono ovunque.

«Ed ora che facciamo gente?” , “Che dite… Shopping?»

I personaggi fanno proprio questo: arredano la loro prigione e si mettono comodi, tanto da potersi permettere di giocare ai videogiochi con dei vecchi cabinati, di annoiarsi, persino di riflettere sul futuro, proprio come fa Peter citando suo nonno, una specie di stregone di Trinidad: «Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra». E… Sì, questa è l’altra grande frase del film che vi avevo promesso lassù, ora posso chiudere quell’icona.

“Dawn of the dead” è un’enorme critica al consumismo, in questo senso gli zombie con il loro eterno vagare e la loro infinita fame sono la perfetta metafora, talmente perfetta che dal 1978 tutta la cultura popolare si è piegata alla visione romeriana degli zombie, se con “Night” zio George ha reinventato quelli che ancora oggi sono i mostri più popolari del genere Horror, con “Dawn” li ha consegnati al mondo, pronti a divorarne usi, costumi ed idiosincrasie.
Cannibale? No peggio, capitalista.

Sì, perché il Capitalismo e il consumismo per Romero è qualcosa capace di divorarti anche peggio di quanto farebbe uno zombie ed è quello che accade anche ai protagonisti, quelli che sono pronti ad adattarsi a questo nuovo ordine mondiale in cui noi umani non siamo più destinati ad essere sul gradino più alto della catena alimentare, allora avranno, forse, una speranza di salvarsi.

Roger, fin troppo spavaldo nel sottovalutare la minaccia degli zombie, paga il prezzo più alto in una scena che ha codificato ogni altro momento in cui una storia horror: un amico deve ucciderne un altro per salvarlo da un destino di eterno vagare. Lo stesso accade a Stephen “Fly boy”, quando vede i selvaggi motociclisti fare irruzione nel centro commerciale, s’infuria ringhiando tra i denti la sua volontà di tenersi stretto il centro commerciale («Questo posto è nostro, l’abbiamo trovato noi») e, non a caso, farà una brutta fine, anche se bisogna dirlo: la sua morte in ascensore, con relativo ritorno, penso sia una delle scene più citate e iconografiche di questo capolavoro, davvero un pezzo di storia del cinema. Insomma: “Fly Boy” guarda il lato positivo, almeno!
«A che piano andaaaaAAARRRRGGGHHHHH!»

Francine (o Jane, fate voi) è quella che riesce a salvarsi perché per portare avanti la piccolissima speranza nel suo grembo, cambia, si adatta, impara a sparare e a pilotare l’elicottero e persino Peter, quello più duro di tutti, ma anche quello più toccato dal dramma dei morti che ora vagano sulla Terra, non si arrende e con un recupero esaltante (oh! Io mi esalto ogni volta quando lo vedo smarcarsi e salire al volo sull’elicottero) decide di non morire insieme al centro commerciale di nuovo invaso.

La banda di pazzoidi motociclisti, invece, serve a ricordarci che il vero male, nella poetica Romeriana, va cercato negli umani, perché se gli zombie sono una metafora che, in qualche modo, potrebbe essere anche arginata, per la cattiveria umana non esiste una cura. I motociclisti che uccidono e razziano tutto senza pietà, rappresentano l’ignoranza e la brutalità, non hanno rispetto di niente, nemmeno della minaccia rappresentata dagli zombie, anzi si fanno beffe di loro colpendoli a torte in faccia (strizzata d’occhio ad una gag ricorrente nata tra Romero e John Russo, mentre scrivevano la sceneggiatura di “Night”: «Come si ammazzano i morti viventi?», «A torte in faccia!» e giù a ridere), una scena che da sola sottolinea la natura da fumetto che Romero, grande appassionato, ha voluto dare a tutto il film, esagerando colori e trovate violente per far arrivare il suo messaggio forte e chiaro.
Le torte in faccia che Kubrick ha tagliato da “Stranamore”, Romero non si è fatto problemi ad usarle.

Non prendono quello di cui hanno bisogno per sopravvivere, sono la massa ignorante, convinta di essere nel giusto perché in maggioranza numerica, mossa da una fame di possesso ben peggiore di quella degli zombie. Nemmeno il fatto che il più rappresentativo di loro, quello soprannominato “Blades” (per via del machete) sia interpretato da quel mito di Tom Savini, serve a renderli più simpatici, anzi viene da sperare che i non-morti se li mangino tutti. A livello quasi inconscio, Romero ci fa fare il tifo per quelli che in teoria sarebbero i mostri, diventa, quindi, chiaro che stiamo assistendo davvero all’alba di un nuovo modo di intendere gli zombie, a voler essere romantici, l’alba di una nuova era cinematografica.

Tom Savini è un mito, anche quando interpreta personaggi cattivissimo (ed occhio, che “Blades” tornerà in questa rubrica).

Non è un caso che sia proprio questa la porzione di film in cui non mancano sangue e budella, tutti effetti speciali vecchia maniera firmati dallo stesso Savini (come creare gli intestini umani? Facile: confezioni di carne cruda prese al supermercato. Storia vera), in cui l’avidità dei motociclisti e la fame dei non morti è quasi indistinguibile nel suo devastare tutto.

«Lo faceva Schwarzenegger in Commando, perché io non posso?»

«Quanta benzina abbiamo?», «Non molta», «Ok». Non proprio il più rassicurante dei finali, quasi una vittoria di Pirro, perché “Dawn of the dead” non è solo il singolo film che ha avuto più impatto sulla cultura popolare degli ultimi quarant’anni, ma è anche una pellicola che ti costringe a riflettere sulla società occidentale, uno specchio per la nostra società ancora attualissimo che ha messo per sempre in chiaro chi sono i veri mostri. In fondo, centri commerciali pieni di corpi mossi solo dalla fame del consumismo popolavano già la Terra prima dell’alba dei morti viventi, la critica di Romero è cinica, totale e quasi impossibile da smentire, perché quando all’inferno non ci sarà più posto, i morti potranno sempre unirsi a noi, in qualche centro commerciale.

«Scoooooontiiii, tre per duuuuuueeeeee»

La rivoluzione Romeriana è completa, ma non ancora terminata, ad esempio, questa rubrica continua, la prossima settimana, portate il casco care dame e cari cavalieri, si va tutti a Camelot… Rombando! Intanto, non perdetevi la locandina originale d’epoca di questo film, sulle pagine di IPMP!

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